Dopo l’universo creato da Danny Boyle e Alex Garland, 28 Anni Dopo torna al cinema con Il Tempio delle Ossa, diretto da Nia DaCosta. Un capitolo che prosegue la saga scegliendo una strada più cupa, simbolica e disturbante, spostando il focus dall’orrore puro alla deriva dell’essere umano. Il film arriverà nelle sale italiane a partire dal 15 gennaio.
Il culto e il Tempio delle Ossa
La storia prosegue con Spike (Alfie Williams), che finisce intrappolato all’interno di una setta violenta guidata da Jimmy Crystal (Jack O’Connell). Il gruppo funziona come un vero e proprio culto: i suoi membri vengono privati di ogni identità personale e chiamati tutti “Jimmy”. Secondo le regole imposte dal leader, uccidere chiunque incontrino significa “liberarlo attraverso la morte, in nome di una divinità superiore conosciuta come il “Caprone”.
La setta si muove come una banda fanatica e sanguinaria, tra rituali, sacrifici e violenze giustificate come atti sacri. Spike è un elemento dissonante: non crede in quel credo e combatte solo per restare vivo. A intuirlo è Jimmy Ink (Erin Kellyman), una ragazza del gruppo che sviluppa un empatia nei suoi confronti e comincia a mettere in discussione ciò che la setta predica. Quando si diffonde la voce che il Caprone sia stato avvistato nel bosco, il gruppo si mette in cammino verso un luogo che finirà per diventare centrale nella storia: Il Tempio delle Ossa. Qui entra in scena il Dottor Kelson (Ralph Fiennes), personaggio che abbiamo già conosciuto nel film precedente “28 Anni Dopo”. Un medico solitario che vive isolato e raccoglie corpi e ossa dei morti per costruire un ossario, con l’intento, di restituire dignità ai cadaveri di infetti e non, lasciati dal mondo post-apocalittico.
Il suo aspetto e il luogo in cui vive vengono interpretati come segni soprannaturali, alimentando la follia del culto. Tra Kelson e Jimmy Crystal nasce un confronto diretto, fatto di menzogne, potere e manipolazione, che trascina tutti verso un’escalation sempre più violenta. Parallelamente, il film introduce uno degli elementi più interessanti del racconto, il precedente incontro tra Spike e il Dottore e un incontro molto ravvicinato e diverso dal solito, con l’Alpha Samson (da lui chiamato così) interpretato da (Chi Lewis Parry). Un infetto che rappresenta la forma più estrema e violenta del virus che si impossessa del cervello e della coscienza dell’ospite. Un’esperienza che metterà in discussione per Kelson tutto ciò che credeva di sapere sugli infetti e apre interrogativi e anche, forse, una speranza sul futuro del mondo.
La recensione
Il tempio delle Ossa è probabilmente il capitolo più disturbante e simbolico di tutta la saga. Questa volta si sceglie di non puntare tutto sull’azione o sul terrore immediato, ma di scavare nella paura più scomoda: quella che nasce dagli esseri umani stessi. Il culto guidato da Jimmy cristal è la dimostrazione che, in un mondo senza regole, la fede può diventare strumento di controllo ancora più pericoloso del virus.
Il personaggio del Dottor kelson è uno dei più affascinanti del film. Non è un eroe, non è un salvatore, ma un uomo che prova ostinatamente a restare umano. Il suo rapporto con gli infetti e in particolare con l’Alpha Samson, è una delle idee più forti del film, perché ci suggerisce che sotto la rabbia, la violenza e il contagio potrebbe esistere ancora qualcosa che chiede pace. È una speranza fragile e imperfetta, ma proprio per questo profondamente umana.
La scoperta di Kelson
Uno degli aspetti che mi ha colpita di più è la scoperta del Dottor Kelson sulla possibile cura. Il film dice qualcosa di inquietante, ma molto umano: anche quando il virus prende il controllo del cervello, trasformando l’ospite in un assassino primitivo e spietato, una parte di coscienza sembra non scomparire del tutto. È come se restasse lì, dormiente, soffocata e torturata da continue ondate di rabbia che non le appartengono. Kelson intuisce che sedando quella furia omicida, attraverso morfina e farmaci sedativi, non si elimina il virus, ma si addormenta la violenza, permettendo lentamente alla coscienza di riemergere. Non è una cura immediata, ma l’idea che l’essere che l’infetto possa tornare, passo dopo passo, a essere umano e non solo una bestia assetata di sangue apre uno spiraglio di speranza, forse la riflessione più potente e importante di tutto il film.
Pregi e limiti di un capitolo coraggioso
28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un film che osa, a volte colpisce nel segno e altre inciampa. Funziona quando prova a dire qualcosa di più sul fanatismo, e su ciò che resta dell’umano, anche dopo il virus, soprattutto grazie a un personaggio forte come il Dottor Kelson e a scene disturbanti che lasciano il segno. Allo stesso tempo, però, soffre di una prima parte un po’ troppo lenta e di alcuni momenti fuori tono, in cui l’ironia stona con la cupezza della saga. È un capitolo imperfetto ma interessante, che divide, ma che ha il merito di non limitarsi a ripetere ciò che abbiamo già visto.

