Tra le folte schiere di nostalgici che rimpiangono quei decenni in cui il cinema sembrava voler sperimentare ad ogni piè sospinto, c’è chi afferma che il ventaglio di temi da indagare all’interno di un prodotto audiovisivo sia oramai limitato – in particolare a causa della perpetua reiterazione di archetipi e dinamiche narrative care sostanzialmente all’antica Grecia – e chi, in linea con tale assunto, afferma persino che non vi sia soltanto una penuria in termini di argomenti, ma anche in relazione alle modalità con cui questi vengono rappresentati.
Una visione condivisibile, che, tuttavia, ad uno sguardo più attento, rivela una serie di presupposti piuttosto traballanti.

Difatti, se per quanto concerne il cinema di massa è possibile in parte rintracciare quella tanto lamentata pigra riproposizione di temi, personaggi e processi di sviluppo narrativo – appare infatti complicato citare prodotti audiovisivi con soggetti inediti che si presentino al grande pubblico (basti pensare al paludoso e stantio panorama dei cinecomic) -, il cinema d’autore parrebbe ribaltare clamorosamente tale asserzione, regalando ad ogni stagione cinematografica una considerevole quantità di perle in grado di illuminare con una lanterna l’oscura valle del risultato a rischio zero.
Gli esempi sono innumerevoli e, nella gran parte dei casi, si tratta di soggetti, trame e persino approcci tutt’altro che inediti, i quali, una volta combinati diversamente, riescono a produrre esiti eterogenei, in grado di donare qualcosa di nuovo, o meglio, diverso.

Se infatti vi raccontassimo di un film che vede come protagonisti due cugini ebrei (Jesse Eisenberg e Kieran Culkin) nati e cresciuti nella Grande Mela, intenti a ripercorrere attraverso un tour le tappe dell’olocausto in Polonia, con l’obiettivo di visitare la casa della nonna defunta e vi dicessimo anche che il regista, l’autore della sceneggiatura e uno dei due protagonista convergano nella figura di un ebreo newyorkese (lo stesso Jesse Eisenberg), ecco che potreste facilmente credere di aver già sperimentato a sufficienza gli esiti di tale cocktail culturale.
Basti pensare agli innumerevoli riferimenti alla cultura ebrea presenti nell’immortale cinema di Woody Allen (da cui Eisenberg è stato anche diretto in To Rome with Love) o alla brillante proposta in celluloide di Noah Baumbach, anch’egli nato e cresciuto tra Brooklyn e Manhattan , ma, come accennato in precedenza, sono le dosi e la disposizione degli ingredienti a sancire la nobiltà o meno di una proposta audiovisiva.
Eisenberg digerisce Allen e delizia da subito con uno stile personale e riconoscibile
In questo specifico caso, alla sua seconda avventura dietro la macchina da presa, seppur pescando a piene mani dai maestri sopracitati, Eisenberg si rivela un fine compositore di universi filmici in grado di esprimere con eleganza e ironia una visione realmente personale, tanto nella forma, quanto nel contenuto.
Le particelle più preziose di A Real Pain, difatti, non scaturiscono dal tema trattato o dal contesto storico a cui si fa riferimento, ma piuttosto dalla certosina rappresentazione delle psicologie in gioco sul piano drammaturgico: i due protagonisti sono infatti due poli tragicamente respingenti, in grado di esprimere con efficacia la contrapposizione tra razionalità e passione, illuminismo e romanticismo.

Due esseri umani la cui risposta al dolore ha assunto una fisionomia ben diversa: da una parte abbiamo David, le cui manie di controllo e la cui precisione sono state le armi più efficaci per anestetizzare un’emotività sin troppo spiccata; dall’altra ecco Benji, il cui acume emotivo ha sempre svelato con fascinosa semplicità e spietata onestà le esigenze, la natura e le più sfumate contraddizioni degli esseri umani che gli si paravano intorno.
A prescindere dalla piacevole convivenza delle varie componenti profilmiche, a colpire realmente è la capacità di Eisenberg di caricare emotivamente ogni singola inquadratura, ogni gesto e ogni battuta, così da squarciare ad ogni nuova sequenza un altro velo dello spaccato relazionale che lega i due protagonisti. Il tutto senza rinunciare alla caratteristica ironia di Alleniana memoria, in grado persino di acuire ulteriormente il senso di crudezza della rappresentazione. Dunque… un film semplicemente splendido, che, sempre in linea con le lezioni di Allen, tratteggia un pregiato affresco antropologico in poco meno di novanta minuti.
