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NerdPool > Blog > Libri > ANDY WARHOL, 1963. DESTINAZIONE LOS ANGELES di Deborah Davis: recensione
Libri

ANDY WARHOL, 1963. DESTINAZIONE LOS ANGELES di Deborah Davis: recensione

Ilaria Derosa
25 Maggio 2025
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12 Min
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Accento edizioni ci presenta l’ultimo romanzo dell’autrice britannica Deborah Davis. Andy Warhol 1963. Destinazione Los Angeles è un affascinante viaggio on the road alla scoperta della società statunitense di inizio anni ’60, in continua evoluzione e capitanata da uno dei suoi più grandi artisti, l’eccentrico Andy Warhol.

Trama

New York, 1963. Andy Warhol è un illustratore di grande successo, noto soprattutto per le sue creazioni stravaganti e per i suoi look in continua trasformazione. Tutto ciò non gli basta più perché vuole essere considerato un vero artista che produce Arte. I suoi dipinti in serie di oggetti comuni e di divi di Hollywood suscitano l’ilarità dei critici e dei compratori d’arte. La sua grande occasione avviene quando incontra Irving Bloom, direttore della Ferus Gallery, che lo invita ad esporre le sue opere a Los Angeles. Andy è emozionato perché questa sarebbe la sua prima mostra individuale e sente che potrebbe essere il trampolino di lancio per avere una carriera artistica di successo.

Decide di raggiungere Los Angeles in macchina, intraprendendo un viaggio coast to coast insieme ai suoi fedeli amici dell’epoca: Gerard Malanga, il suo affascinante assistente, Wynn Chamberlain, un artista emergente e Taylor Mead, un attore del cinema underground. A bordo della mitica station wagon Ford Falcon, la comitiva parte il 24 settembre 1963 alla conquista di quel sogno americano, tanto agognato e sognato.

S’imbarcò ottimisticamente in un viaggio che lo avrebbe portato attraverso ventuno stati e chissà quanti stati d’animo

Il viaggio dura quasi una settimana e diventa l’occasione per raccontare sia la storia dell’artista che la società americana, alle prese con una dura lotta tra il cambiamento che avanza inesorabilmente e le tradizioni secolari che cercano di sopravvivere.

Tra disavventure, incontri speciali e idee stravaganti, Andy riesce ad arrivare a destinazione e ad esporre le sue opere. L’esito della mostra è ormai diventato leggendario.

Recensione

Quando ci si imbatte nel nome di Andy Warhol su qualsiasi libro di Storia dell’Arte, oltre all’epiteto di padre della Pop Art, troviamo anche illustratore, scultore, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, trendsetter e visionario. Lui stesso amava affermare “non importa cosa sei, ma cosa credono che tu sia”; di fatti molto è stato scritto su di lui: c’è chi afferma che fosse un genio, chi uno stolto. L’unica certezza è che Andy Warhol rimane una delle figure più talentuose del XX secolo, che ha rivoluzionato il modo di vedere e concepire l’arte. Ancora oggi è una figura di spicco e in voga, una vera icona Pop intramontabile che ispira costantemente le nuove generazioni.

Quel “matto” di Andy Warhol

Andrew Warhola Jr. (1928-1987) è figlio di emigrati ruteni che provengono da un villaggio delle montagne della Slovacchia. Ultimo di tre figli, si dimostra fin da subito un bambino brillante, sebbene sia timido e di salute molto fragile. Piuttosto che fare baruffa come i fratelli maggiori, passa la maggior parte del tempo a disegnare, colorare e ritagliare. Inoltre coltiva anche la passione per il cinema e per i divi di Hollywood. La famiglia lo considera un piccolo genio ed è indubbiamente il preferito dei suoi genitori: di fatti è l’unico dei figli che ha la possibilità di studiare all’Università. Dopo la laurea in Arte Commerciale presso il Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh, si trasferisce a New York, dove intraprende una brillante carriera da illustratore, che lo porta anche ad avere delle pagine dedicate a lui sulla rivista Life. All’inizio è contento perché gli permette un tenore di vita benestante, però la volontà di avere un proprio stile artistico riconosciuto nel mondo dell’arte prevale su tutto. La rivelazione avviene mentre osserva un oggetto comune e comprende che anche un pezzo commerciale ed industriale può diventare un soggetto per un’opera d’arte. Per molti, questi prodotti sono solo oggetti rozzi e di scarso interesse. Andy, invece, li vede come simboli vitali della società in cui vive e della quotidianità. Perciò decide di dipingerli: lattine Campbell, televisori, aspirapolveri, cinture, supereroi dei fumetti e foto di divi del cinema invadono il suo studio sopra enormi tele riprodotte in serie. La sua Arte è una sorta di catena di montaggio: ritaglia l’immagine, la ingrandisce, la proietta e la dipinge su tela. Questi oggetti non hanno la benché minima pretesa di essere Arte, ma lo diventano di conseguenza. Grazie all’incontro con Henry Geldzahler, Andy conosce le persone giuste che gli permettono di arrivare al proprietario della Ferus Gallery di Los Angeles, Irving Bloom, e di realizzare la sua prima mostra individuale nel 1963. La mostra viene accolta moderatamente dal pubblico, ma permette alla sua carriera di avere un’accelerata senza precedenti. Finalmente, le sue opere non sono più considerate spazzatura, ma oggetti di valore da esporre in tutti i musei del mondo. La Factory, il suo studio di New York, diventa il nuovo tempio dell’arte contemporanea, in cui svariati artisti hanno la possibilità di incontrarsi e di influenzarsi a vicenda. Il successo gli ha permesso anche di realizzare moltissimi film underground come Sleep (otto ore di riprese di un uomo che dorme) e di essere il produttore musicale del gruppo rock Velvet Underground.

C’era la sensazione che fosse in atto una rivoluzione, soprattutto tra i giovani, e che non ci fosse modo di fermarla

L’America di Andy Warhol

Con la mostra del 1963, Andy Warhol si impone come leader di un nuovo movimento artistico che sta prendendo sempre più piede negli Stati Uniti. Questo movimento rispecchia la nuova società, nella quale le persone sono desiderose di avere sempre più una libertà individuale, senza più nascondere la loro vera natura. Come nome si opta per una parola fresca e che rimane in testa facilmente: POP. Come afferma l’artista Richard Hamilton, la Pop art è popolare, ossia concepita per un pubblico di massa, transitoria, che dura poco, sacrificabile, a basso costo, prodotta in serie, giovane e rivolta ai giovani, spiritosa e glamour. La nuova generazione di artisti è la prima cresciuta nell’era dei media e della produzione industriale di prodotti con prezzi più accessibili. Dipingono quello che considerano i simboli essenziali della vita quotidiana, come un eroe del fumetto o un attore. Le immagini sono riconoscibili da tutti, anche la casalinga o l’imbianchino sanno cosa sia la Pop Art. Il consumismo è visto in modo giocoso e consapevole perché tutto è considerato Pop. Lo stesso Andy Warhol afferma che “una volta che il Pop ti entra in testa, non vedi più un cartello con gli stessi occhi. E una volta che inizi a pensare Pop, l’America non ti sembra più la stessa“. In questo vortice rivoluzionario, vi è ancora una parte del paese che vuole saldamente conservare alcune idee, come il controllo sul corpo delle donne o l’idea che le persone nere siano inferiori ai bianchi. Questo dualismo in perenne lotta ha influenzato sia il mondo dell’arte che del cinema, permettendo di parlarne sempre più e cercando di costruire un dibattito sociale importante.

Conclusioni

Partendo dall’episodio di un viaggio on the road da New York a Los Angeles, Deborah Davis ricostruisce la biografia di Andy Warhol, soffermandosi soprattutto su dettagli e curiosità difficili da trovare nei manuali scolastici. Il suo obiettivo è andare oltre il profilo convenzionale dell’artista, per esplorare un momento cruciale della sua evoluzione artistica in maniera più intima e sorprendente. Ogni episodio narrato presenta sempre un aneddoto, che porta ad un altro e ad un altro ancora. Si arriva così alla descrizione quasi perfetta del mondo che circonda Warhol e delle persone che lo frequentano. Gli aneddoti e le notizie sono talmente tanti che a tratti è difficile star al passo con la voglia dell’autrice di raccontarli; ogni personaggio che viene citato ha la sua storia da narrare. Allo stesso tempo, però, la curiosità del lettore cresce man mano che si va avanti nella lettura, arrivando ad empatizzare con i suoi protagonisti e ad immaginarsi di essere con loro in quella macchina, sulla Route 66.

All’inizio del libro, Deborah Davis dichiara il suo amore profondo per per Andy Warhol e questo lo si percepisce dalla cura e dalla passione che ci ha messo nella stesura del romanzo. La prosa, la descrizione dei personaggi e dell’ambientazioni sono minuziose e precise, denotando un enorme studio fatto sul periodo storico. Il ritmo è calzante e la storia non risulta mai noiosa. La ricchezza dei dettagli tiene l’attenzione alta e la curiosità di saperne sempre di più rimane fino all’ultimissima pagina.

Il risultato finale è un libro molto interessante e coinvolgente, che permette al lettore di venire a conoscenza di un momento storico importante, che ha segnato la società a venire. Inoltre il fascino della figura di Warhol ci fa comprendere quanto Uomo e Arte siano sempre correlate: una cosa non esisterebbe senza l’altra.

Il libro lo potete trovare qui

Autrice

Deborah Davis è una scrittrice e sceneggiatrice britannica. Ha vinto un Bafta ed è stata nominata agli Oscar per la sceneggiatura originale del film La Favorita di Yorgos Lanthimos. Inoltre è vincitrice di 10 BIFA (British Indipendent Film Awards) e del Premio della Grand Giuria al Festival di Venezia. Ha prodotto la serie tv Marie Antoinette nel 2022, curandone anche la sceneggiatura. Il suo primo romanzo, Truman Capote e il party del secolo, è stato pubblicato dalla casa editrice Accento Edizioni nel 2023. Andy Warhol 1963 è il suo secondo romanzo, sempre pubblicato in Italia da Accento Edizioni e tradotto da Sara Reggiani.

ARGOMENTI:accentoedizioniRecensione
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