
Cosa dovrebbe essere il cinema? Rispondere a questa domanda con un tono perentorio, o più semplicemente sicuro, significherebbe semplificare violentemente le possibilità e l’ampiezza del medium in questione. La verità è che non esiste una verità univoca, chiara, leggibile e dogmatica di quali siano gli schemi necessari a considerare cinema un prodotto audiovisivo. Il cinema è arte e, dunque, può facilmente divenire fulgida espressione di un relativismo espressivo esasperato, il che, inevitabilmente, impedisce a gli analisti (ovvero al critica specializzata) di ottenere una guida fissa applicabile ad ogni nuova creatura in celluloide. Dunque, coloro i quali tentano, più o meno goffamente, di travestire il proprio blaterare da analisi “oggettiva” di un prodotto, hanno sempre goduto e sempre godranno di tutta la mia compassione.
Ciò non toglie che naturalmente vi siano film più o meno criticabili alla luce di alcune linee guida definite nel corso dei primi decenni del novecento, quando personalità come Griffith, Ėjzenštejn e Welles studiarono e misero a punto una serie di regole necessarie a garantire una rappresentazione visiva chiara ed efficace. Si tratta tuttavia di indicazioni per lo più formali, che oramai vengono rispettate anche dal più modesto dei mestieranti.

È dunque plateale come, al netto dell’evidenza di alcuni “errori” evidenti relativi alla dimensione prettamente visiva – anche se, persino su questo punto, le avanguardie hanno più volte dimostrato come alcune sprezzature possano divenire la regola… o quantomeno fonte di stima da parte della critica -, sia piuttosto difficile etichettare un film come obiettivamente “non valido” sul piano cinematografico, dato che sul giudizio intervengono inevitabilmente elementi come l’emotività dell’analista in questione, il suo passato, il contesto socioculturale di provenienza, i riferimenti culturali, i gusti, il clima socio-politico di un quartiere, di una città, di una nazione o del mondo più in generale.
Fennell ci è riuscita: il suo “Cime Tempestose” ha già iniziato a dividere
La generosissima premessa appena compiuta potrebbe apparire come un “mettere le mani” avanti rispetto ad un giudizio scomodo relativo all’ultima fatica di Emerald Fennel e, in effetti, è proprio così… Perché tutti i giudizi sprezzanti letti nelle ultime ore su “Cime Tempestose” non mi trovano necessariamente in disaccordo con i rispettivi autori, ma sono quasi sistematicamente delle mere manifestazioni di gusti personali presentati come analisi inequivocabili. Il film in questione, infatti, lascia davvero poco spazio a delle critiche che possano anche soltanto apparire come disinteressate dal proprio gusto personale, sia che queste siano negative, che, soprattutto, positive.

Nel mio caso infatti, nonostante persino lo storico dei miei gusti in fatto di romantici – sempre che questo film si possa definire tale – sia a dir poco lontano dal lavoro della Fennell (di prodotti avvicinabili al terreno del romantico amo le commedie di Woody Allen, i thriller psicologici come Il talento di Mr Ripley o Eyes Wide Shut…) e la mia sfera razionale abbia individuato diversi elementi che normalmente mi avrebbero causato un sentimento di irrefrenabile repulsione, non posso che ammettere a me stesso che l’insieme dei tanto discussi ingredienti di questo film sia riuscito a smuovere non poco, costringendomi ad abbandonare anche le più velleitarie intenzioni di rimanere lucido e razionale (il che tra l’altro è curiosamente uno dei temi dell’adattamento in questione).

Inoltre, anche una volta ignorate le emozioni generate dal furbissimo cocktail servito dalla Fennell, rimangono numerose e preziose le virtù dell’opera, che riesce persino a salvaguardare una serie di dinamiche che si emancipano dal sensazionalismo legittimamente definito stucchevole dalla gran parte della critica. Il momento più alto del film è infatti rappresentato da un’interazione in cui Elordi è persino assente, dato che le protagoniste della scena in questione sono Margot Robbie e Hong Chau, le quali mettono in scena una dinamica serva-padrona a dir poco affascinante.
Se poi aspettavate commenti indignati sulle libertà che la Fennell si è presa in termini di adattamento siete capitati male, dato che il sottoscritto è un convinto esponente della corrente diametralmente opposta ai radicali puristi dell’accuratezza… per intenderci: più un artista reinterpreta rispetto all’opera originale e più cresce la curiosità nel osservarne il risultato.



