Frankenstein è la realizzazione di un sogno lungo una vita per Guillermo del Toro, che sin dall’infanzia è stato affascinato dal classico di Mary Shelley. Il risultato è un’epica avventura cinematografica che celebra l’influenza del romanzo gotico del 1818, trasformandolo in un’opera che è contemporaneamente un adattamento fedele nelle sue radici tematiche e una rivisitazione audacemente personale e inconfondibilmente alla “del Toro”.
La mano del regista: Maestria Gotica e i temi ricorrenti

L’impronta di Del Toro è palpabile, rendendo questo film forse il più “Guillermo del Toro” di tutti.
- Estetica lussureggiante e orrore corporeo: Il film esplode di una maestria visiva che richiama le sue opere precedenti (Crimson Peak, La Forma dell’Acqua). Ogni fotogramma è intriso di splendore gotico, con immagini smaltate, simbolismo elaborato e scenografie sontuose (come il laboratorio di Victor, epico nella sua grandiosità quasi fantascientifica). L’opera è un romanticismo gotico cucito con elementi di dark fantasy e body-horror—si vedano le scene di Victor che scava organi e sega ossa stridenti. L’ossessione per i dettagli, la “filigrana con dettagli d’epoca infinitamente precisi,” assicura che il film sia un piacere per gli occhi, anche se a volte si percepisce un senso di “troppo pieno” nella sua lussuria visiva e nelle sue due ore e mezza di durata.
- Mostri compassionevoli e l’ ossessione creativa: Del Toro, da sempre innamorato dei “mostri”, rovescia la prospettiva. Qui, l’atto della creazione da parte di Frankenstein viene paragonato al modo in cui Del Toro stesso scolpisce i suoi amati modelli: l’ossessione può essere creativa o distruttiva. Il film esplora i temi del cattolicesimo, dell’abuso generazionale e, in definitiva, del perdono, offrendo un racconto che trova la bellezza dietro al mostro e il mostro dietro al creatore.
Cast e la dinamica mostro-creatore

Il film è guidato da una dinamica centrale tesa ed emozionante, splendidamente interpretata.
- Victor Frankenstein (Oscar Isaac): L’Artista Egocentrico: Isaac offre una performance divertente ma tragica, interpretando uno scienziato che è il vero “idiota” della storia. Victor è il “creatore mostruoso”, spinto da una corsa a raggiungere l’impossibile e dal trauma della perdita materna. Isaac lo rende un personaggio sbruffone al punto giusto, pompato dalla sua arroganza intellettuale e poi devastato dal fallimento morale. La sua confessione, “Una vita spesa a pensare alla creazione che non ho mai pensato a cosa avrei fatto dopo” cristallizza l’egoismo che lo rende più mostruoso della sua creazione.
- La Creatura (Jacob Elordi): L’Umanità Fragile: Jacob Elordi è la rivelazione sensazionale del film. Sotto le protesi disegnate con eleganza da Mike Hill, crea un mostro patchwork che è notevolmente più umano che mostruoso. La Creatura è complessa ma innocente, un essere fragile e intelligente (è eloquente, non si limita a grugnire) la cui nobiltà viene deformata dalla crudeltà e dal maltrattamento. Questa creatura è il cuore empatico della narrazione, costretta a cercare umanità in un mondo disumano.
- Le Variegate Sfumature: Del Toro manipola le dinamiche del romanzo, ad esempio introducendo il benefattore Harlander (Christoph Waltz) e, in modo cruciale, mostrando Elizabeth (Mia Goth) che non è inorridita, ma abbraccia ed educa la Creatura. Il contributo di Goth smorza il dramma, aggiungendo un elemento di umanità e contrastando l’arroganza di Victor.

Struttura e ritmo: Lo stile di del Toro
L’inizio nell’Artico funge da cornice per un lungo flashback, ripercorrendo l’educazione a freddo di Victor e il suo giuramento di rianimare i tessuti morti.
- La struttura narrativa: La necessità di incapsulare una narrazione a incastro complessa (tipica del romanzo di Shelley) o alla vasta portata del film che, a tratti, si sente un po’ troppo pieno. Nonostante ciò, l’abilità di Del Toro nel cambiare il punto di vista narrativo per dare voce alla Creatura dà uno scossone vitale al film, permettendogli di narrare le proprie tragiche esperienze.
- Il ritmo della nascita: La nascita del “mostro” è forse un po’ troppo veloce, ma è voluto. Del Toro sceglie di non soffermarsi sull’atto della rianimazione come un momento di shock fisico (come in alcune versioni classiche), ma di accelerare per concentrarsi immediatamente sul dramma morale e le conseguenze: lo scienziato che fallisce nel suo ruolo di padre e la successiva caccia/bromance tra i due.
In conclusione, “Frankenstein” non è un horror, ma un melodramma gotico maestoso. È un film che pulsa di una passione autentica, rivelando la bellezza nascosta e tragica della Creatura e l’oscurità interiore del suo creatore. Con la sua messa in scena spettacolare e la performance sensazionale di Elordi, l’opera è un trionfo che si colloca tra i più grandi successi di Del Toro.
Frankenstein di Guillermo del Toro è Disponibile in streaming su Netflix dal 7 novembre.

