Dal 25 Settembre è disponibile su Netflix la serie tv House of Guinness, creata da Steven Knight, già ideatore della strabiliante serie tv di successo Peaky Blinders. Divisa in 8 episodi da 50minuti circa, House of Guinness ci racconta la storia della famiglia Guinness nella seconda metà dell’800 e della loro attività che, da un semplice birrificio irlandese, diventa una vera istituzione mondiale.

Trama
Dublino, 1868. Sir Benjamin Lee Guinness muore, lasciando l’impero commerciale appena creato nelle mani dei suoi quattro figli: Arthur, Edward, Anne e Benjamin. Alla lettura del testamento, si scopre che Sir Benjamin ha deciso di lasciare l’eredità della gestione del birrificio Guinness equamente al primogenito Arthur e al secondogenito Edward, con la clausola che se uno dei due dovesse rifiutare di amministrare gli affari dell’azienda, perderebbe l’intero capitale. Dal testamento rimangono esclusi sia Anne, in quanto donna già sposata, che Benjamin, a causa dei suoi gravi problemi di dipendenza da droghe e alcol.
Arthur ed Edward si ritrovano costretti a lavorare a stretto contatto, nonostante siano due persone diametralmente opposte: Arthur è uno spirito libero che ha vissuto cinque anni a Londra lontano dal controllo del padre, dove ha potuto vivere la sua omosessualità in piena libertà; Edward invece è un’idealista e progressista, che ha in mente grandi progetti per modernizzare il birrificio e rendere la vita dei suoi dipendenti più confortevole. A controllare gli affari di famiglia, sia amorosi che economici, vi è Sean Rafferty, capomastro della fabbrica e guardia del corpo dei Guinness.
Le vicende della famiglia s’intrecciano inevitabilmente con la situazione politica ed economica dell’Irlanda: da un lato vi sono i Feniani, guidati da Ellen e Patrick Cochrane, che lottano per l’indipendenza irlandese dall’Impero Britannico; dall’altro lato vi sono i religiosi che vedono nella birra un simbolo di peccato. Entrambi accusano i Guinness per le loro azioni, sia per i loro stretti rapporti commerciali con gli inglesi che per l’aver creato la “bevanda del diavolo”.
In bilico vi è sia il futuro dell’azienda che quello di una nazione intera: tra segreti, bugie, amori proibiti e vecchi rancori, sarà compito dei quattro figli di sir Benjamin riuscire a non far crollare l’impero commerciale e a portare orgogliosamente in alto il nome dei Guinness.

Recensione
Una birra di colore nero, con il simbolo di un’arpa sopra la bottiglia: è così che si presenta la famosissima bevanda irlandese, simbolo di un paese riconoscibile in tutto il mondo. La Guinness Storehouse a Dublino attira milioni di visitatori all’anno, nella quale puoi sia comprendere il processo di produzione che imparare a spillare la birra. Ma chi c’è dietro tutto questo successo? Partendo da fatti realmente accaduti, Steven Knight cerca di ricostruire parte della storia della famiglia più iconica d’Irlanda, soprattutto dal momento in cui da semplice birrificio irlandese, l’azienda di famiglia diventa un vero e proprio impero mondiale, andando alla conquista del mercato americano.
Ambientazione e Personaggi
L’Irlanda del 1868 è sotto il dominio dell’impero britannico da ormai secoli, ma nel paese fermenta la volontà di staccarsi dagli inglesi per ottenere la piena indipendenza. La Fratellanza Repubblicana Irlandese, in cui i Feniani fanno parte, combatte per ottenere quella libertà negata da troppo tempo, cercando di far perorare la loro causa attraverso azioni violente. I Feniani non vedono di buon’occhio la famiglia Guinness, a causa dei loro stretti rapporti con gli inglesi, che gli hanno permesso di ottenere libero accesso ai traffici commerciali dell’impero e il titolo di lord.

Alla sua morte, Sir Benjamin Lee Guinness lascia l’ingente eredità ai suoi quattro diversissimi figli: Arthur, Edwards, Anne e Benjamin. Arthur (Anthony Boyle) sa di essere un privilegiato, ma allo stesso tempo sente il peso del ruolo che un primogenito ha in una famiglia. Per questo motivo aveva deciso di trasferirsi per cinque anni lontano da Dublino e dalle sue responsabilità, ove ha potuto vivere la sua omosessualità senza gli occhi accusatori del padre addosso. Non sentendosi né in grado e né desideroso di ricoprire il ruolo di capofamiglia, affida tutto all’intraprendente Edward (Louis Partridge), che invece mostra subito l’intenzione di cambiare le cose. Edward è un’idealista che ha due progetti: espandere l’impero Guinness negli Stati Uniti e pensare al benessere dei suoi dipendenti introducendo, tra le altre cose, la pensione. A differenza di Arthur, Edward è molto rigido, ma i rapporti che inizia ad avere con i Feniani e, soprattutto, con Ellen Cochrane, gli permetterà di mostrare la sua vera natura. Anne (Emily Fairn), unica donna della famiglia, è stata costretta a sposare un pastore protestante ed è per questo motivo che viene esclusa dall’eredità del padre. Anne non accetta di essere messa da parte e cerca di trovare il suo ruolo nella famiglia, attraverso opere di carità. Infine troviamo Benjamin (Fionn O’Shea), ultimogenito alle prese con una crisi interiore che lo fa essere perennemente ubriaco e drogato. Viene allontanato dalla famiglia senza alcuna eredità, ma Benjamin cercherà di riscattarsi arruolandosi nell’esercito.
Attorno ai quattro figli di Sir Benjamin, ruotano svariati personaggi secondari che permettono alla storia di avere una continuità: tra i molti vi sono Sean Rafferty (James Norton), il capomastro del birrificio e guardia del corpo dei Guinness, Ellen Cochrane (Niamh McCormack), sorella di uno dei capi dei Feniani e Lady Olivia Hedges-White (Danielle Galligan), moglie eccentrica di Arthur. Le azioni di ogni personaggio presente nella narrazione sono correlate con le vicende dei Guinness, mostrando la centralità e l’importanza della famiglia.

Il marchio di fabbrica di Steven Knight
Dopo lo strabiliante successo di Peaky Blinders, Steven Knight tenta il colpaccio raccontando la storia dei Guinness e lo fa utilizzando alcuni elementi che contraddistinguono la sua sceneggiatura dalle altre. In primo luogo, l’intreccio narrativo alterna vicende private con quelle pubbliche, mostrando quanto le scelte politiche ed economiche della famiglia riescano a condizionare e modificare radicalmente la società che li circonda. In secondo luogo, al centro della storia vi sono sia i Guinness che tutto il mondo proletario e criminale, alternando scene ambientate in palazzi lussuosi con la periferia sporca di Dublino. Infine, la scelta azzeccata di raccontare la storia in chiave contemporanea, attraverso l’uso sia della musica folk irlandese “modernizzata” che le scritte in sovrimpressione, rendono la narrazione ancora più accattivante. Menzione speciale va alla bellissima fotografia “verdognola”, probabilmente realizzata in onore al colore simbolo dell’Irlanda.
In conclusione
House of Guinness è un ventata di aria fresca in un momento di omologazione seriale, in cui vengono prodotte serie tv molto simili tra loro solo per guadagnare il più possibile. La narrazione è avvincente e mai noiosa, i personaggi sono ben scritti e gli attori sono stati molto bravi a portarli in scena. A quasi un mese dalla sua uscita, purtroppo non sta raggiungendo i numeri sperati da Netflix e si vocifera che potrebbero non rinnovarla per una seconda stagione. Se dovesse succedere, è un vero peccato perché si andrebbe a sprecare un ottimo lavoro che merita il successo di pubblico. La visione è altamente consigliata, magari con una bella Guinness tra le mani.
