Un distopico asfissiante, spietato e profondamente opprimente, Il Dream Hotel di Laila Lalami edito da TEA/tre60 con traduzione di Maddalena Togliani, ci trasporta in un futuro ipotetico, ma non troppo surreale. In questo futuro l’Intelligenza Artificiale, utilizzata come supporto all’essere umano, si ritorce contro quest’ultimo, confinandolo in contorti meccanismi da cui risulta impossibile venir fuori.

Trama
Sara Hussein, protagonista della storia, è un’americana di origini arabe che lavora come archivista in un museo. È una giovane donna come chiunque altra, innocua e che svolge una vita ordinaria, tuttavia, mentre è di ritorno a casa dopo un viaggio all’estero viene fermata dall’agenzia governativa della Divisione Valutazione e Rischi.
La protagonista viene catapultata in un episodio alla “Black Mirror” dove un algoritmo, analizzando i suoi sogni, ha stabilito che potrebbe essere potenzialmente pericolosa e potrebbe dunque commettere un crimine in futuro.
Senza aver fatto concretamente nulla, viene dunque trattenuta “preventivamente” in un centro di detenzione per 21 giorni, che in realtà si riveleranno molti di più.
Quello che dovrebbe infatti essere un controllo temporaneo di pochi giorni si trasforma in qualcosa di molto più lungo e inquietante. Il centro è governato da regole molto rigide e a dir poco assurde, che cambiano continuamente. Ogni minima infrazione può prolungare la permanenza.
All’interno di questa “non prigione” non esistono diritti, solo oppressione.
Sara, e altre donne come lei, è intrappolata in un sistema opprimente e disumanizzante. Ogni tentativo di uscirne fuori risulta vano. Anzi, rischia spesso di peggiorare la situazione e aumentare i giorni di detenzione.
Recensione
Durante la lettura de Il Dream Hotel, la sensazione dominante che si prova è quella di impotenza, talmente profonda da rendere quasi asfissiante la lettura. Si finisce per immedesimarsi nella protagonista che si ritrova catapultata in una prigionia, seppur non venga definita tale, del tutto immotivata.
Tutto ciò accade solo perché Sara ha fatto qualcosa che noi tutti facciamo senza prestare particolarmente attenzione quando visitiamo un sito web o completiamo una registrazione o acquisto. Cioè, ha accettato i termini e le condizioni per poter usare un dispositivo pensato per dormire meglio.
È così che i sogni iniziano a essere monitorati, analizzati, trasformati in dati. Ciò che la nostra protagonista sogna diventa ciò che, secondo il governo, potrebbe fare nella realtà. Il sogno, del tutto involontario, diventa una colpa.
In Dream Hotel non c’è un villain in carne ed ossa, ma un algoritmo, freddo e implacabile, che decide chi sei prima ancora che tu possa dimostrarlo. Ed è proprio questo a renderlo così disturbante. L’ingiustizia è il sistema stesso, non è un errore a cui si può trovare soluzione.
Distopia e ingiustizia, tra cinema e TV
Il libro ricorda a tratti il film del 2002 Minority Report di Steven Spielberg con protagonista Tom Cruise e tratto dall’omonimo racconto di fantascienza di Philip K. Dick, nel quale si viene puniti per crimini non ancora commessi.
Ma mentre nel film esiste una previsione chiara, qui non ci sono visioni, solo probabilità. Non un destino scritto, ma una statistica. Non c’è spazio per la fuga, per l’azione e per lo scontro diretto. Infatti, tutto è soppresso e senza possibilità di difendersi, questo rende l’ingiustizia ancora più sottile, più impossibile da contestare.
E poi, inevitabilmente, come già citato sopra, c’è quell’atmosfera tipica di Black Mirror. La tecnologia nasce per semplificare la vita e finisce invece per svuotarla, per diventarne padrona. Si crea così un confine sottilissimo tra scelta e imposizione, tra consenso e controllo.
Non a caso, Dream Hotel ricorda anche il più recente Mercy: Sotto Accusa, dove un’intelligenza artificiale assume il ruolo di giudice, determinando la colpevolezza delle persone in base ai dati e alle probabilità.
Come nel romanzo di Laila Lalami, il sistema è apparentemente neutrale, ma in realtà schiaccia la libertà individuale e trasforma il sospetto in condanna. Viene così creato un senso di claustrofobia e impotenza totale.
Tuttavia, il libro non è perfetto. Alcuni personaggi secondari restano poco sviluppati e il tono didattico in alcune sezioni può rallentare il ritmo della narrazione.
La struttura, ricca di trascrizioni burocratiche, può appesantire la lettura e la conclusione lascia alcune questioni aperte. Questo rende la risoluzione meno soddisfacente per chi cerca un finale chiaro, ma ciò potrebbe anche affascinare e rimane sicuramente in linea con la struttura generale della storia.
Il Dream Hotel è una lettura che frustra, che a tratti fa arrabbiare, ma è proprio questo il suo punto di forza. Costringe a restare dentro quel disagio provato, senza offrire vie di fuga. Così, se fa sentire una sensazione di forte ingiustizia vuol dire che il suo intento è senza dubbio riuscito.
Il crimine non è una trasgressione morale. La legge regola le azioni, non le coscienze. Non ho fatto nulla di male, pensa Sara. Solo che la frontiera della legalità si è spostata, e adesso mi trovo dalla parte sbagliata.
Il libro potete trovarlo qui.
L’Autrice
Laila Lalami è nata a Rabat nel 1968 e ha compiuto i suoi studi in Marocco, Regno Unito e Stati Uniti. Considerata una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea, è autrice amatissima dal pubblico e dalla critica. Ha vinto numerosi premi tra cui l’American Book Award, l’Arab-American Book Award, il prestigioso Hurston/Wright Legacy Award e il Joyce Carol Oates Prize ed è stata finalista al Booker Prize, al Premio Pulitzer per la narrativa e al National Book Award. I suoi romanzi affrontano con profondità temi come l’identità e la giustizia sociale. I suoi saggi sono apparsi su testate di rilievo come Los Angeles Times, Washington Post, The Guardian e The New York Times. Ha ricevuto riconoscimenti dal British Council, dalla Guggenheim Foundation e dal Radcliffe Institute della Harvard University. L’autrice vive a Los Angeles.


