Sta per uscire il nuovo film del franchise The Karate Kid, che non sembra intenzionato a lasciar morire il maestro Miyagi e il suo “metti la cera, togli la cera”.
Karate Kid: Legends, diretto da Jonathan Entwistle e scritto da Rob Lieber, è ambientato tre anni dopo gli avvenimenti della sesta stagione della serie Cobra Kai, disponibile su Netflix e la cui ultima parte è uscita quest’anno. Tuttavia, non c’è da preoccuparsi, se non avete seguito la serie: non è necessario conoscerne le vicende per poter vedere e comprendere il nuovo film. In ogni caso, era da molto tempo che il franchise non regalava al pubblico l’emozione di un lungometraggio…e forse a ragione.
Il nuovo episodio della nostra storia vede protagonista Li Fong, un liceale costretto dalla madre a trasferirsi da Pechino a New York, dove potrà finalmente allontanarsi dal kung fu. Il fratello di Li Fong ha pagato cara la sua passione, e la donna non ha intenzione di perdere un altro figlio. Nella Grande Mela, il ragazzo fa subito amicizia con Mia, giovane studentessa che la sera si dà da fare alla pizzeria del padre Victor. Presto Li Fong sarà costretto a disobbedire ai desideri della madre: l’ex fidanzato di Mia continua a prenderlo di mira, e Victor ha accumulato un debito con le persone sbagliate.
Come è intuibile, la storia è piena di cliché così tanto abusati da non lasciare il beneficio del dubbio neanche un istante; le scene strappalacrime non strappano neanche il broncio, le dinamiche sono sempre le stesse, la trama è insulsa e gli avvenimenti si susseguono in maniera superficiale.
Il tempo scorre in modo confuso: a volte è troppo veloce, altre volte si dilata poco coerentemente; le relazioni tra i personaggi si sviluppano in modo didascalico e le personalità vengono catalogate in compartimenti stagni. Nemmeno i combattimenti si possono dire davvero salvi: ad eccezione dell’ultimo, estremamente soddisfacente, per tutto il resto del film ci viene concesso solo qualche frammento frastagliato e confuso, che lascia poco spazio al divertimento.
Certo, talvolta si sorride alle scenette o battute giovanili e leggermente nonsense e il fan service non manca, nemmeno troppo invadente (e comunque prevedibile, non è il caso di fare gli snob inutilmente): ma questo non basta a rendere l’intero film davvero godibile.
La colonna sonora e le interpretazioni sono le due cose che davvero meritano attenzione (anche perché non deve essere stato facile rappresentare in modo così convincente dei personaggi così piatti). Tuttavia, la sceneggiatura è debole e le occasioni di trasformarla in qualcosa di interessante sono state sprecate.
Apprezzatissimo, ad esempio, il tentativo di ribaltare la dinamica dei personaggi: per un attimo, Li Fong diventa il maestro e Victor l’allievo, il ragazzino diventa il Miyagi della generazione Z e i ruoli si invertono. Ma, proprio quando questo cambiamento inizia a commuoverci e a convincere, tutto torna come prima, i ruoli si invertono nuovamente, e la storia resta piatta e ripetitiva.
L’onore personale viene ridotto alla conquista di un amore giovanile, il superamento del trauma viene risolto senza scavare in profondità e il rapporto tra genitori e figli non subisce alcun vero progresso nel corso della storia.
Si potrebbe obbiettare che questo è un franchise che vive da decenni, che nel corso del tempo si è adattato e trasformato, che ormai il pubblico si aspetta solo la dinamica che è abituato a vedere ed ha imparato ad apprezzare. Non ci si può aspettare che la poesia e l’innovatività del film dell’ormai lontano 1984 continui a vivere cinque film e sei stagioni dopo. Forse bisogna accontentarsi di una trama leggera e un pattern più o meno costante, di un senso di vaga soddisfazione quando il buono continua a prevalere sull’animo corrotto, e nel godere di qualche “sana botta” e mossa di arti marziali.
Tuttavia, è l’anno sbagliato per accontentarsi, poiché più di un’opera negli ultimi tempi ci ha insegnato e dimostrato che una “leggerezza” del genere può convivere con una trama complessa e ben strutturata. Senza andare troppo lontano nel genere, il recente La città proibita, ultimo film di Gabriele Mainetti, riesce pienamente nell’intento. Al centro della storia vediamo i combattimenti (rappresentati magistralmente), l’ambientazione coatta non manca di certo, eppure la storia risulta credibile e originale; i personaggi sono ben costruiti e tutti hanno un background che si sviluppa coerentemente con la loro personalità. In aggiunta, spesso strappa più di una risata.
Non è impossibile quindi conciliare fan service, azione e trama senza buttare il tutto in caciara. Karate Kid: Legends ha avuto molto occasioni per sviluppare un’opera degna del nome del franchise che porta avanti. Eppure, ha deciso di ignorare le piccole pepite grezze e scintillanti disseminate nella trama in favore di un ritmo fin troppo scorrevole e superficialità.
Nonostante tutto, questo nuovo film potrebbe essere a modo suo piacevole, per quella cerchia di fan che ormai fa poco caso alla qualità del prodotto, a patto che mantenga vive quelle sensazioni e quei ricordi di una storia che ha accompagnato sogni di gloria giovanili.
Karate Kid: Legends arriva al cinema il 5 giugno 2025.




