Torna in libreria l’autrice Roberta Lepri con un romanzo storico di una forza incredibile: ambientato in Umbria a inizio Novecento, edito Voland, si intitola La gentile.

Trama
Arrivata in Italia all’inizio del 1900, l’americana Alice Hallgarten sposa il barone Leopoldo Franchetti e lo convince a finanziare un grande progetto filantropico: la fondazione di una scuola per i figli dei contadini. La storia di Alice si intreccia così con quella di Ester, povera e senza istruzione, discendente di ebrei convertiti: una gentile.
Nata in una famiglia che non capisce le sue idee e la ostacola in ogni modo, grazie al sostegno della nobildonna la bambina può andare a scuola e coltivare la speranza di diventare un giorno maestra. Ma la salute della baronessa ben presto si aggrava, costringendola ad abbandonare Ester al suo destino… Un romanzo storico appassionante che si interroga sui limiti dell’amore e sulla forza vitale dell’odio.
“Al primo morso chiusi gli occhi. Dalla gola mi uscì un suono simile a quello dei gatti quando fanno le fusa. E dall’angolo di un occhio scese una lacrima. Provavo sollievo, stupore, piacere allo stato puro. Tutto insieme, invece del solito inquieto dolore. Non avevo mai assaggiato la marmellata”.
Recensione
La piccola Ester è brutta, povera, ignorante. È una gentile: obbligata a convertirsi, nel suo cuore però rimarrà ebrea per tutta la vita. Non ha mai conosciuto l’amore e la gentilezza, lei che è da sempre disprezzata da una madre crudele che le preferisce il fratello menomato ed è ignorata da un padre vile e sottomesso.
La sera, quando andavo a dormire, speravo di morire nel sonno. Di sicuro soffrivo a tal punto da meritare pure io qualche chiodo nel cuore, proprio come Margherita. Mi avrebbero sepolta con una veste bianca e magari avrei fatto qualche piccolo miracolo. Forse sarei anche stata imbalsamata. Al mattino, la delusione per aver di nuovo aperto gli occhi accanto allo sgorbio me li colmava di lacrime rabbiose.
La baronessa Alice Hallgarten è bella, ricca e coltissima. Anche lei è gentile: ma non perché ha cambiato fede, bensì perché ha dedicato tutta la sua (breve) vita a molti progetti filantropici. Con la complicità del marito, ricco latifondista, fonda una scuola per i figli dei contadini delle loro tenute: la Montesca. Donna di amplissime vedute, contribuì anche alla diffusione oltralpe delle case dei bambini della Montessori.
Le cose brutte durano per anni, nere o grigie, sempre uguali. Quelle belle invece accadono in un attimo, luminose come il lampo.
Quando Ester viene ammessa alla Montesca, pensa di vivere un sogno: non dovrà più lavorare e sottostare alle angherie di sua madre, imparerà a leggere, a scrivere e a far di conto, ma soprattutto, per la prima volta in vita sua, può permettersi di sperare. E con la speranza cresce nel suo cuore il desiderio di diventare un’insegnante.
Negli anni alla Montesca, Ester smette di sopravvivere e finalmente vive. Alice è per lei la sua salvatrice, ai suoi occhi di bambina appare quasi come un essere angelico e perfetto, colei che ha avuto il potere di cambiarle la vita. Sogna Ester, spera che Alice la porti con sé in America. E si sa, quando si vola alto sulle ali della speranza, la caduta è sempre terribile. Perché Ester dovrà fare i conti con l’inevitabilità della vita: la sua condizione sociale le impone di interrompere gli studi e lavorare al negozio paterno. I suoi sogni si infrangono fatalmente, ferita da quella che crede indifferenza da parte di Alice, la quale però pensa davvero in cuor suo di aver fatto tutto il possibile per quella bambina, ormai giovane adulta. Arriva persino ad organizzarle un matrimonio combinato con un altro gentile, un grande lavoratore e uomo onesto. Ma Ester si sente abbandonata dall’unica persona che sia riuscita a vederla, l’unica che le abbia dimostrato che la sua esistenza poteva avere un valore. Non perdonerà mai la baronessa di averla abbandonata al suo destino.
Avrei dovuto provare gratitudine per la baronessa, per Alice, invece questa situazione aumentava in me la rabbia e il disagio. Ero di nuovo la bambina che elemosinava ricotta e marmellata, e un bel cesto da riportare, a fine giornata, ai suoi aguzzini. Una bambina, suo malgrado, obbediente.
Sarebbe stato facile cadere nella comoda celebrazione di un personaggio come quello di Alice Hallgarten, una donna davvero illuminata per quei tempi e che ha fatto veramente del bene alla comunità perugina. Invece Roberta Lepri sceglie come protagonista un personaggio scomodo, una bambina bistrattata e umiliata dalla vita, che per tutta la sua esistenza lotta contro il destino e fallisce. Forse proprio per questo leggiamo la storia di Ester in prima persona, mentre per Alice troviamo la seconda. Due donne e due opposti: da un lato Alice che fa’ del bene ma senza riuscire a scavare davvero fino al cuore dei problemi, dall’altro Ester che è incapace di apprezzare il bene che le è stato fatto. Impossibile non notare i limiti della filantropia di Alice: difatti, nonostante la buona volontà della sua benefattrice, Ester rimarrà schiacciata per tutta la vita dalla struttura sociale in cui vive. E l’amore che provava per Alice finisce per tramutarsi in un profondo rancore. Un odio talmente forte da impedire all’anima di Alice di riposare in pace dopo la morte.
L’altra grande protagonista del romanzo è la storia del neonato Stato italiano che, inevitabilmente, colpirà Ester e tutti i personaggi che incontriamo durante la lettura: la guerra, l’avvento del fascismo e l’epidemia di spagnola, sono infatti eventi che determineranno il loro destino.
Dalle parole dell’autrice: “Narrare il passato serve a ricordarci che siamo sempre gli stessi. Continuiamo a odiare e amare nello stesso modo e con uguale intensità. Desideriamo un futuro migliore, sogniamo che le condizioni di vita dei nostri figli siano luminose, eppure finiamo in mezzo a guerre che abbiamo lasciato arrivare senza muovere un dito o quasi. Siamo poveri esseri smemorati, dimentichiamo tutto, soprattutto il dolore. Perciò abbiamo bisogno di una narrativa che attraverso la curiosità e l’emozione ci faccia riflettere. Ed è una necessità continua, proprio perché incessante è l’oblio”.
Un romanzo davvero imperdibile, una di quelle storie che lascia un’impronta indelebile e che parla di amore e odio, bene e male, desiderio di riscatto e di indipendenza. Una storia che prova a esprimere, con uno stile semplice, diretto ed efficace, l’importanza di perdonarsi e di perdonare.
Potete trovarlo QUI.
L’Autrice
Nata a Città di Castello nel 1965, Roberta Lepri vive in Maremma. Dal 2003, ha scritto dieci romanzi e una raccolta di racconti. La gentile è il suo romanzo più recente. Con Voland ha pubblicato inoltre Hai presente Liam Neeson? (2021) e Dna chef (2023), vincitore del Premio Letterario Chianti 2024.




