Credete sia un caso che nelle ultime stagioni cinematografiche il genere gotico sia prepotentemente riemerso come un non morto pronto a rimescolare le certezze del pubblico contemporaneo? Naturalmente no e, come per ogni tendenza in grado di invadere il mainstream, si tratta di un fenomeno con molteplici concause, tra le quali mi sento di evidenziare con particolare attenzione quella del rabbioso affronto allo status quo che già nel diciottesimo secolo ne fece germogliare i presupposti culturali.

Il contesto socio-politico contemporaneo condivide fascinosamente (avremmo detto “inquietantemente” o “tragicamente” se avessimo applicato un filtro moralistico) diverse caratteristiche con quello vigente nel periodo in cui il gotico germogliò in tutta la sua vigoria. Difatti, tutta l’implicita protesta al sistema borghese-capitalista sprigionata dalle opere dei vari Stocker, Stevenson, Poe e della stessa Shelley, risulta a dir poco attuale.
Il recupero di alcuni classici del genere da parte di autori e autrici della settima arte contemporanea, dunque, difficilmente può apparire come lo spensierato prodotto di una strategica nostalgia relativa alle atmosfere e alle icone di quegli immortali romanzi che hanno scosso profondamente la cultura occidentale. Al contrario, in particolare quando queste operazioni di recupero vengono compiute da autrici di sesso femminile intente ad attualizzarne il contenuto, occorre quantomeno interrogarsi con attenzione sui presupposti, ma soprattutto sugli esiti di tali progetti.
Non bastano né Bale, né la Buckley, né il tema, né l’ottima realizzazione formale
Nel caso de La Sposa! di Maggie Gyllenhaal la sensazione è che si sia preferito operare in superficie, evitando di avventurarsi negli oscuri meandri della rilettura in chiave femminista di una delle figure più importanti e celebri della storia della letteratura e, in seconda battuta, della settima arte. Le attenuanti (sempre che si condivida la seguente disamina) sono innumerevoli, dato che trattare un tema di tale delicatezza e complessità mantenendo un respiro pop e rimodellando il lavoro di una delle scrittrici più influenti della storia non è certamente cosa da poco.

La “giovane” (più che anagraficamente, giovane in termini di quantità di lungometraggi girati, dato che si tratta del secondo della sua filmografia) regista newyorkese sceglie tuttavia una strada piuttosto particolare, che risulta curiosamente sbrigativa e tortuosa allo stesso tempo.
Infatti la Gyllenhaal preferisce (non) sviscerare il tema a suon di stucchevoli slogan (tra i tanti: “I would prefer not to”, il quale risulta forse l’unico realmente contestualizzato, seppur mantenendo una fastidiosa approssimazione) che risuonano nello spettatore – o forse solo in me… – come degli espedienti più utili ad assicurare al film l’etichetta di ‘opera femminista’ che a fornire una vera e propria tesi che giustifichi l’altisonante riferimento letterario.

Un approccio che sottrae sostanza ad un messaggio spezzettato e mai realmente in primo piano rispetto alle peregrinazioni narrative della pellicola. La regista classe 1977 preferisce infatti mantenere il fuoco sulla storia d’amore tra Frank, tentando attraverso questa di approfondire le tematiche femministe relative al confronto di coppia. Peccato che, anche in questo caso, il film vanifichi – speriamo più per scelta che per distrazione – un’occasione d’oro, disinnescando la dinamica più feconda dell’intero intreccio proprio nel finale.
E il confronto con ‘Povere Creature!‘ ?
In tal senso appare inevitabile e francamente impietoso il confronto con il capolavoro di Yorgos Lanthimos con protagonista una monumentale Emma Stone (l’unico aspetto su cui l’ultima fatica della Gyllenhaal regge il confronto è proprio quello dell’interprete principale, dato che la Buckley firma l’ennesima lezione di recitazione). Povere Creature! infatti, pur essendo sbarcato in sala ben tre anni prima, sembrerebbe la versione corretta e aggiornata di questo difettoso, seppur stimolante, esperimento in celluloide.

L’opera del regista greco non si limitava a appiccare degli adesivi femministi ad un intreccio piuttosto dimenticabile, ma, piuttosto, faceva della stessa trama un saggio filosofico straordinariamente stratificato, in particolare se considerata la stupefacente accessibilità del registro narrativo. Il personaggio di Emma Stone non si limita a divenire sterile icona di messaggi confusi e goffi, ma al contrario svela con eleganza ed efficacia le differenze di genere, declinandole a lente di ingrandimento dei processi socio-culturali che hanno alimentato la società patriarcale.
Da una parte abbiamo quindi un disordinato manifesto femminista affetto da un fastidioso bipolarismo in cui la dimensione mainstream sembrerebbe aver divorato a gran bocconi quella autoriale; dall’altra un fine racconto in cui la spiazzante quantità di sfumature si traduce in piacevole chiarezza, grazie alla quale uno sfaccettato assunto diviene tanto brillante quanto leggibile.


