Tra gli anni ’80 e ’90 in America si diffuse il terrore che il diavolo, e più in generale il satanismo, fosse ovunque nella società odierna pronto a insidiare e distruggere le giovani menti non preparate a questo “orrore”. Tutto, dalla musica, agli show fino ai giochi da tavolo (celebre l’avversione per il gioco di ruolo fantasy Dungeons & Dragons vista anche in Stranger Things) è stato oggetto di questa isteria di massa, arrivando persino a situazioni in cui le suggestioni e le pressioni esterne andavano a influenzare direttamente le menti (anche qui, soprattutto dei più giovani) alimentando paranoie e paure irreali. In questo particolare contesto storico e sociale viene ambientato Le case del Male, edito in Italia da saldaPress e scritto dal rodatissimo duo composto da Ed Brubaker alla sceneggiatura e Sean Phillips ai disegni, a cui contribuisce da qualche anno ai colori il figlio di quest’ultimo, Jacob Phillips.

Tra male e sacrilego
Il contesto in cui Brubaker ambienta il tutto è estremamente particolare e affascinante: la storia segue infatti Natalie Burns alternando presente e passato in modo armonioso. Natalie, investigatrice scafata ed esperta, ha vissuto un’esperienza legata alla suggestione “satanica” degli anni ’80 che l’ha segnata nel profondo: vittima delle suggestioni di amici e psicologi, divenne famosa da bambina come una dei “satanici sei”, un gruppo di bambini che denunciarono abusi rituali da una setta satanista locale, con il conseguente suicidio dell’accusata e la successiva scoperta che tutto era in realtà una montatura causata da suggestioni e ricordi impiantati. Questo discorso, che all’apparenza può sembrare quasi esagerato e contestualizzabile esclusivamente alla finzione, è in realtà più realistico di quanto si possa pensare.

Proprio in Italia possiamo annoverare una situazione di isteria simile, richiamando il podcast Veleno, di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, del 2017 (adattato successivamente in formato libro e serie tv). Nel podcast viene ricostruito il caso dei “diavoli della Bassa modenese”, un caso di cronaca italiana di fine anni ’90 (tra il 1997 e il 1998) in cui una presunta setta avrebbe organizzato riti satanici nei quali sarebbero stati molestati e assassinati bambini. Nel lavoro svolto da Trincia e dalla Rafanelli si scoprono molte dinamiche, tratteggiate in realtà anche nello stesso volume di Brubaker e Phillips, che permettono di capire come si sia venuta a creare una situazione del genere: pressioni da parte di psicologi (nel caso italiano soprattutto il ritorno economico per questi “professionisti” fu enorme), utilizzo di domande suggestive (ossia domande in cui l’interrogatore suggerisce già la risposta nella domanda, spingendo la discussione in una determinata direzione) e il ripetere in modo pressante un insieme di suggestioni fino a creare dei veri e propri ricordi artificiali in menti comunque più fragili e influenzabili come quelle dei bambini, contribuirono a montare tutti questi casi, con esiti solitamente devastanti sin da subito, salvo poi venire smontati in una fase “post-isteria”.
Natalie Burns la troviamo in bilico tra due scenari: la fase di piena isteria di massa, in cui le influenze esterne la spingono a parlare di abusi rituali facendola diventare una vittima e la fase “post-isteria”, in cui ormai si ha la consapevolezza di avere incubi mai vissuti ma frutto solo di fantasie esterne che hanno avuto come unico esito di rovinare la vita di tutte le persone coinvolte a causa di un’esposizione mediatica violenta e completamente falsa. Il passato di Natalie ritorna però prepotente nella sua vita nel momento in cui, durante un caso, viene avvicinata da un agente dell’F.B.I. che la avvisa che alcuni dei “satanici sei” sono morti in circostanze misteriose, rivelando quindi un possibile schema legato nuovamente a riti e sette sataniche. Con una serie di dicotomie presenti lungo tutto il volume, siamo in grado di apprezzare tutte le sfumature della vicenda di Natalie: tra razionalità e fanatismo, sacro e sacrilego, realtà e finzione, si snoda una storia complessa che scava nell’animo umano e nelle sue paure più recondite. In tal senso si apprezza maggiormente la scelta del titolo originale, che più che riferirsi a delle “semplici” case del Male, parla di “houses of the Unholy”, con “unholy” che si contrappone all’inglese “holy”, sacro, e che quindi inquadra il male in un contesto più specifico, ossia quel male sacrilego e blasfemo proprio delle sette sataniche.
Il marchio (grafico) della bestia
Anche graficamente la distinzione è netta e consapevole: nelle parti ambientate nel presente i Phillips lavorano in modo sinergico per rappresentare un mondo razionale, ancorato alla realtà e alle debolezze umane, con una pagina strutturata in modo articolato e con una forte prevalenza di colori freddi (unita agli ottimi giochi di luce ormai marchio di fabbrica di Jacob Phillips); nei flashback di Natalie la pagina riflette però l’angoscia del passato, giocando con una gabbia più piccola (rispetto alla pagina) a tre strisce orizzontali alternate a splash singole in cui esplodono i momenti più horror, legati a doppio filo alla trama esoterica, il tutto colorato esclusivamente su toni di rosso, come a creare una sorta di spirale discendente sempre più nell’orrore vissuto da Natalie in tenera età. Proprio in queste pagine relative al passato si apprezza inoltre un’attenzione estrema ai volti dei bambini: è qui che si manifesta in modo preponderante il disagio dei ragazzi di fronte alle pressioni esterne, contrapponendo a questa visione i volti di adulti distaccati e indifferenti.

Queste due visioni confluiscono armoniosamente nella parte finale dell’opera, in cui la spirale discendente diventa ormai palese al lettore e il mondo “passato” converge verso quello del presente e a quest’ultimo si sovrappone, tanto contenutisticamente quanto graficamente. In un mondo in cui il male prospera e si diffonde come un cancro, ciò che si compie nel passato riverbera e si moltiplica nel futuro, in una deflagrazione che travolge tanto gli innocenti quanto coloro che, anche inconsciamente, hanno contribuito alla diffusione del male.

La summa di una collaborazione
La collaborazione tra Brubaker e Phillips, tra le più longeve nella storia del fumetto americano e non, trova in questo volume una sintesi tanto narrativa quanto visiva: si condensano infatti una miriade di temi e storie che sono da sempre oggetto dell’opera fumettistica del duo. Se in Criminal, com’è facile intuire dal nome, si scandaglia il mondo e il sottobosco criminale con tutte le sue sfumature, in Dissolvenza a Nero troviamo quella passione per il crime e il cinema (nello specifico il cinema americano durante l’epoca Maccartista) che viene ulteriormente ripresa e analizzata nei lavori successivi: Fatale vira infatti più verso l’horror (cosmico in questo caso) richiamando però sempre il cinema, nello specifico uno snuff movie satanico; la serie di Reckless (attualmente priva degli ultimi numeri in Italia) riprende invece la figura di un investigatore privato nella Hollywood degli anni ’80, con una spiccata passione per il cinema, che si ritrova in uno dei suoi casi (il secondo volume, Amico del diavolo) invischiato in una setta satanica di Los Angeles e nel caso di sparizione di una donna collegata alla setta; tutti questi elementi e queste “tracce” confluiscono in “le case del male”, in un’opera che mostra la maestria e il talento nel saper trattare e utilizzare temi cari agli autori in modi sempre diversi e originali.
Le case del Male è la sublimazione di anni di intima collaborazione tra Brubaker e Phillips culminante in un ottimo fumetto ricco di figure umane sfaccettate, tormentate e soprattutto imperfette e fallibili, vittime di un orrore tutt’altro che sovrannaturale ma anzi, autoindotto e tristemente familiare e umano.
