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NerdPool > Blog > Film > L’ultima missione: Project Hail Mary – La Recensione: una perla rara
FilmIn Evidenza

L’ultima missione: Project Hail Mary – La Recensione: una perla rara

Leonardo Marcucci
16 Marzo 2026
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5 Min
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7
Review Overview

Mentre folte schiere di cinefili continuano a rimpiangere con struggente (per non dire penosa) nostalgia gli anni in cui le stelle del cinema non erano dei “bambocci che si prendono la libertà di sminuire l’opera e il balletto” – a tutti questi consiglierei di rivedere Midnight in Paris, per riprendere dimestichezza con la sindrome de ‘l’epoca d’oro’ -, il panorama cinematografico contemporaneo continua a sfornare opere di assoluto pregio, che stanno consolidando con vigore la sensazione che siamo ormai dentro una nuova rigogliosa stagione cinematografica in cui il cinema d’autore è tutt’altro che moribondo.


Basterebbe farsi un giro per i programmi dei festival dell’ultimo anno per comprendere quanto sforzo ci vorrebbe per argomentare cum grano salis e credibilità la tesi per cui il “VERO CINEMA!” sia quello precedente al terzo millennio… Il cinema è vivo e, paradossalmente, siamo in un momento in cui i cinefilini troppo occupati a rivedere Quei bravi ragazzi per la ottantacinquesima volta dovrebbero esultare, dato che l’MCU ha perso e il concetto di blockbuster parrebbe essere più in crisi che mai.


Quell’affascinante prototipo del blockbuster inizio anni 2000 con protagonista un qualsiasi divo mainstream si è rivelato a dir poco fallimentare nelle ultime stagioni cinematografiche, durante le quali a far soffrire le sale è stata proprio l’assenza di una folta schiera di produzioni medio-grandi cosiddette da ‘popcorn’, piuttosto che il calo di cinéphile disposti a recarsi in sala per vedere l’ultimo film di un autore o un’autrice.

Il “miracolo” Project Hail Mary

Di fronte a questo affascinante panorama cinematografico e un assetto geopolitico che non potrebbe che incrinare vistosamente l’umore delle masse nei confronti dell’avvenire, Phil Lord e Christopher Miller scelgono di girare un blockbusterone sui buoni sentimenti da oltre 200 milioni di dollari… il tutto mentre le produzioni tremano ogni volta che un progetto supera i centro milioni di budget, in particolare se dietro non vi è un grande regista a garantire un risultato minimo.

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Sostanzialmente un’impresa suicida. Tuttavia, lasciando da parte i noiosi calcoli sul rapporto tra budget e incassi, il che trasforma quello che ci è parso “semplicemente” un buon film in un vero e proprio miracolo dell’industria contemporanea.


Difatti, proprio alla luce delle premesse fatte in merito alla ritrosia che il pubblico ha manifestato nel premiare progetti ad alto budget in assenza di grandi personalità dietro la macchina da presa, crediamo che sarà difficile trovarsi nuovamente di fronte ad un film del genere, disposto ad investire cifre simili per garantire un’impalcatura formale a dir poco luccicante, a fronte di ritorni economici tutt’altro che scontati.
Come se non bastasse, ad affiancare una cornice formale di tale importanza non è un registro smaccatamente epico e drammatico, ma, al contrario, una particolare e permeante comicità, solitamente interdetta a epopee spaziali dagli intenti intimisti.

La qualità del registro comico adottato merita una menzione a parte, dato che non si tratta di uno sterile espediente utile soltanto ad alleggerire l’atmosfera, ma, al contrario, di un elemento in grado di celare con grazia la profondità dei rapporti tra i personaggi.


In questo senso a svolgere il lavoro più prezioso è lo stesso Gosling, in grado di rintracciare una frequenza interpretativa a dir poco rara, in cui la vena comica è dolcemente inquinata da una spiccata malinconia.
Sarebbe infatti difficile immaginare un altro attore in grado di garantire le medesime sfumature ottenute dal protagonista di La La Land, la cui performance garantisce al film un sapore elegantemente pop. Difficile anche trovare veri e propri problemi all’interno di un film che, pur parlando di viaggi spaziali, non punta poi così in alto, ma riesce perfettamente in qualcosa che spesso non è raggiunto neanche da opere con pretese ben più altisonanti.

È possibile, ma non necessario, rintracciare un trascurabile inciampo nel finale, che potrebbe apparire fin troppo sbrigativo e rassicurante.
Tuttavia, anche in questo caso, la scelta risulta piuttosto in linea con un film che, nel bene e nel male (decisamente più nel bene) sembra volerci riportare a quei tempi in cui non avevamo bisogno di un Paul Thomas Anderson ad aprirci gli occhi, ma ci bastava vedere ancora una volta gli Stati Uniti d’America nella veste di salvatori del mondo per dormire sonni tranquilli.

Review Overview
7
Criteria 10
ARGOMENTI:Amazonchristopher millerL’ultima missione: Project Hail MaryPhil Lordryan gosling
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