È uscito in questi giorni per Bao Publishing, Medea, il nuovo fumetto di Rita Petruccioli. Già autrice per lo stesso editore di Frantumi (con Giovanni Masi) e Ti chiamo domani, negli ultimi anni ha pubblicato anche alcune storie a fumetti su Internazionale Kids e su La Revue, parlando di femminismo e di altre tematiche molto attuali e importanti, che trovano spazio anche nella sua Medea, una reinterpretazione in chiave fantascientifica del mito classico. Ne abbiamo parlato con Rita, che ringraziamo per la disponibilità, e vi invitiamo a leggere l’intervista qui di seguito.

In Medea si nota a colpo d’occhio una forte sperimentazione artistica, sia a livello di costruzione delle tavole, che non seguono mai una gabbia precisa, che in merito ai colori, con una predominanza del blu. Come hai sviluppato la palette della storia e su cosa hai lavorato in particolare per raggiungere questo risultato?
Questo libro è stato una liberazione. Da tempo avevo voglia di gestirmi tanto nella tavola quanto nella storia dettando le mie regole. Questo vale anche per i colori. Amo lavorare con una palette limitata, perché mi spinge a trovare modi coerenti ed essenziali per raccontare con le immagini. Per questa storia sono partita da un colore, il giallo, perché volevo che Medea avesse degli elementi che evocavano un’armatura e poi era importante anche per il Vello d’oro, dopo il giallo sapevo che il rosso doveva essere presente nella palette per via delle scene più violente, a quel punto ho scelto il blu dello spazio. Medea e gli abitanti di Colchis dovevano essere lilla inizialmente, ma poi ho optato per il turchese. La cosa più stimolante di questa palette, è stata evitare il nero, e trattarlo come un effetto speciale.

Il tuo fumetto attinge da un mito classico ma lo sposta in un contesto fantascientifico. Come mai hai scelto questa ambientazione e quali sono state le tue maggiori ispirazioni nel delinearla?
La scelta della fantascienza è stata utile per far passare in maniera più universale e veloce alcuni concetti come ad esempio “l’essere straniera” di Medea e delle sue compagne senza fare appropriazione culturale o dichiarare un posizionamento geografico/culturale che sarebbe stato condizionante per la storia. Utilizzando il concetto di alieno è chiara subito a tutti la diversità delle abitanti di Colchis rispetto ai Corinzi, e la natura coloniale dell’impresa degli Argonauti.
Medea tratta diverse tematiche profonde e tra queste emerge l’importanza di fare comunità per far valere le proprie idee in una società che cerca di mettere a tacere le minoranze. Quanto pensi che questa idea di comunità sia radicata e attuabile nella società di oggi?
Penso che al momento la nostra società stia andando nella direzione di un individualismo pericolosissimo, ed è per questo che per me in questo libro era importante far passare l’importanza della comunità, senza nascondere quanto sia difficile costruire un confronto e mantenerlo. In questo momento siamo molto lontani dall’essere comunità ma io credo fortemente che è proprio nei momenti di difficoltà che possiamo riscoprire risorse e valori collettivi. Penso ad esempio all’esperienza dell’emergenza COVID in cui di fronte alla sofferenza e alle difficoltà globali, e le mancanze dei politici, si sono create anche tante reti di solidarietà che hanno mostrato un’alternativa concreta.
Nel definire la tua Medea ti sei ispirata alle interpretazioni precedenti del mito, dando vita a una tua versione molto personale e originale. Se dovessi analizzare la tua protagonista, qual è l’aspetto che reputi più personale e quello che invece senti di aver ereditato dalle altre opere?
La parte che più mi appartiene è il fatto che Medea pur agendo in maniera molto individualista ha un alto senso della comunità e di fatto non è sola. L’aspetto che sento di aver davvero ereditato dalle altre versioni invece, è la potenza di Medea. La tragedia di Euripide ha fissato lo standard dell’uccisione dei figli, ma questo elemento non è presente in tutte le tradizioni. L’elemento che accomuna la maggior parte delle versioni, anche le precedenti a Euripide, è il riconoscere Medea come una creatura dotata di grandissimi poteri. Che siano poteri divini, o arti magiche, in ogni caso è potentissima.

La società di Colchis è dominata dal maschilismo e da un forte concetto di virilità, del quale Giasone ne è l’emblema, pur con tutte le sue contraddizioni. È stato difficile sviluppare questo personaggio e cosa volevi trasmettere con la sua storia?
Rispetto ad altre figure maschili presenti nel libro, Giasone è il più complesso. Per me lui rappresenta un maschile che avrebbe tutte le carte in regola per emanciparsi dai ruoli di genere, ma non ci riesce, perché non vuole o non può vedere quanto il patriarcato danneggi anche lui. Il suo rapporto con Medea sembra paritario e invece cede alle pressioni del sistema in cui vive. Sistema la cui cultura impone dei ruoli rigidi che impediscono agli uomini di manifestare fragilità ed emotività e difatti Giasone si ritrova incapace di riconoscere il ruolo che Medea ha nella sua vita e nei suoi successi, perché questo implicherebbe riconoscere le proprie debolezze.
Negli ultimi anni, nel mondo letterario, hanno avuto molto successo opere di retelling della mitologia. Cosa ne pensi di questo trend e, più in generale, quanto pensi che sia giusto reinterpretare i classici?
I classici sono tali proprio perché non smettono mai di avere qualcosa da dire. Non amo cristalizzarli, mi piace anzi che siano in dialogo con la contemporaneità. In particolar modo i miti, sono storie nate da tradizioni orali, che a forza di essere raccontate si prestano ad essere mutevoli pur mantenendo l’iconicità dei loro protagonisti. Penso ad esempio a un personaggio come Ulisse il cui ingegno ci accompagna nell’Iliade e nell’Odissea, ma che ormai oggi non fatichiamo ad immaginare spingersi oltre le Colonne d’Ercole come ce lo ha ri-raccontato Dante secoli dopo nell’Inferno della Divina Commedia, non a caso un classico anche quello.



