Che l’industria delle grandi produzioni, prima concepite e successivamente confezionate appositamente per il grande pubblico, stia attraversando un periodo di particolare recessione è un dato chiaro a chiunque abbia anche distrattamente dato uno sguardo ai più recenti frutti di questo specifico filone produttivo.
Difatti, ad una diffusa modestia in termini squisitamente qualitativi, nell’ultima decade si è andata sommando una desolante penuria in quanto a nuove proprietà intellettuali.

A partire dagli anni dieci del millennio, infatti, il mercato del grande cinema per le masse si è infatti stancamente trascinato tra un reboot e l’altro, andando sostanzialmente ad eliminare quella nobile pratica che prevedeva l’inserimento di nuove figure all’interno dell’immaginario collettivo.
Persino i tanto chiacchierati cinecomic, venduti da molti come il progetto editoriale più iconico del terzo millennio, sono di fatto un prodotto derivativo, che affonda le proprie radici su albi di fumetti scritti e concepiti nella seconda metà dello scorso secolo (se non addirittura prima, come Bob Kane e Bill Finger ci ricorderebbero).

Isolati e rischiosi i tentativi di puntare su cavalli inediti dopo il 2010 e, tra questi, quello di Now You See Mee (2013) fu senza dubbio alcuno uno dei più promettenti. Non è un caso che, dopo un primo capitolo semplicemente scoppiettante, i produttori non abbiano esitato più di tanto prima di erogare il capitale necessario ad un sequel… anch’esso accolto dal pubblico con particolare simpatia.
Il gioco delle tre carte… a carte scoperte
Purtroppo, dopo aver preso visione in anteprima della terza iterazione della saga, ci tocca comunicarvi che, almeno secondo quanto registrato da chi sta componendo la seguente disamina, la magia sembrerebbe aver abbandonato il suddetto progetto.
In questo terzo capitolo, infatti, la poderosa rivoluzione avvenuta tra le menti che si occupano della spina dorsale narrativa del lungometraggio – per capirci… gli sceneggiatori – sembrerebbe aver sottratto gran parte degli ingredienti di quella preziosa mistura formata da accessibilità, tagliente sarcasmo e carisma.

In tal senso lo sterile tentativo di donare nuova linfa vitale introducendo un nuovo gruppo di giovani illusionisti pare essere riuscito soltanto in minima parte. Il nuovo trio, infatti, seppur protagonista di alcune delle sequenze più riuscite del film, è anche il motivo principale dietro ad un generale annacquamento della componente psico-emotiva del kolossal.
La presenza di un numero francamente impressionante di personaggi finisce inevitabilmente per impoverire le singole parabole, a favore di un fin troppo inflazionato confronto generazionale che risente di schemi fastidiosamente stereotipati e stanchi siparietti. A inquinare ulteriormente l’esperienza ecco un colpo di scena a dir poco fiacco e l’avvilente assenza di trucchi memorabili.

Tra le componenti che più di tutte giustificavano l’adorazione aleggiata intorno ai due predecessori vi era senza dubbio alcuno quella relativa al rapporto tra i personaggi principali (villain compresi) e, seconda battuta, la curiosità dietro ai trucchi sfoggiati dai Cavalieri. In tal senso la scelta di evitare gli ormai iconici spiegoni che seguivano i trucchi più elaborati è soltanto apparentemente azzeccata, dato che questi rappresentavano l’aspetto più smaccatamente ludico del progetto.
Come se non bastasse, ecco relegati sostanzialmente alla panchina (se non alla tribuna) due dei personaggi più iconici e affascinanti della saga, che in passato hanno nutrito senza soluzione di continuità tanto la componente psico-emotiva dell’intreccio, quanto quella epica.


