Una delle serie con il più grande impatto sul pubblico degli ultimi due decenni è finalmente tornata. Nonostante, però, non sia più la stessa cosa guardare Black Mirror, tutti parlano del suo grandioso ritorno alle origini, grazie alla nuova stagione uscita pochi giorni fa. Ma è veramente un glorioso ritorno? Facciamo un passo indietro e torniamo alla nascita della serie. Black Mirror – ideata da Charlie Brooker – si presentava come una serie antologica e di fantascienza per antonomasia, critica sui problemi di attualità legati, soprattutto, all’utilizzo delle nuove tecnologie. Proprio per questo, il titolo della serie, si riferisce allo schermo nero di ogni televisore (o smartphone).

Le prime due stagioni nascevano con questo scopo e – complice la paura iniziale legata all’uso inappropriato della tecnologia – fecero un successo incredibile, tanto da sfornare numerosi attori divenute star oggi e regalare racconti intelligenti e interessanti. Con l’avvento di Netflix dalla terza stagione – che ne ha acquistato i diritti nel 2015 – la serie ha avuto un calo qualitativo incredibile dovuto a un decrescendo narrativo non da poco.
I nuovi episodi, nonostante stiano convincendo quasi tutti, presentano gli stessi elementi decadenti delle nuove stagioni, con l’eccezione che sono tornati ad emozionare. Basta l’emozione a rendere giustizia all’idea dietro Black Mirror? Secondo me, no. Non c’è più una vera e propria critica alla tecnologia – se non in alcuni piccoli casi – che piuttosto viene utilizzata esclusivamente al solo scopo narrativo per creare storie – alcune anche interessanti – che non rispecchiano l’obiettivo dietro la serie.

Eppure, data la lunga attesa tra una stagione e l’altra, stupisce il fatto che la produzione di Netflix non riesca a trovare delle sceneggiature con idee originali alla base che possano rispecchiare le finalità della serie. Parliamoci chiaro, gli unici due episodi che meritano in questa settima stagione sono Eulogy e Common People.
La linea sottile
Eulogy – seppur il miglior episodio della stagione secondo chi scrive – sfrutta l’uso della tecnologia per regalarci una storia delicata ed umana, emozionante e struggente. Eppure non c’è una tensione dietro l’uso di essa. In Common People – dove questo fattore, al contrario, è ben più presente – estremizza la propria critica nei confronti delle pubblicità, costruendo una storia struggente ma allo stesso tempo ridondante, quasi surreale. Il Black Mirror che funziona è quella linea sottile che viaggia tra la critica intelligente e l’emozione umana, due fattori che si completano. Seppur difficile, non è così complesso trovare delle storie interessanti.

Hotel Reverie è forse la più “grande” critica della stagione che arriva solamente ai fan del cinema, complice il loro occhio di riguardo sull’uso dell’IA nelle produzioni cinematografiche. Gli altri episodi, invece, sono solamente racconti di fantascienza – e neanche troppo interessanti. Una buona serie di fantascienza? Certo, ma non Black Mirror. Più simile a un Electric Dreams di Philip. K. Dick. Forse è arrivato il momento di cambiarle il nome.
Voi cosa ne pensate della nuova stagione di Black Mirror? Vi sta piacendo? Fatecelo sapere con un commento!



