La casa editrice Adelphi edita la più lunga lettera scritta da H.P. Lovecraft e tradotta da Ottavio Fatica, intitolata Potrebbe anche non esserci più un mondo.

Trama
Il 9 novembre del 1929, H.P. Lovecraft manda una lunga missiva al suo amico di penna, e aspirante letterato, Woodburn Prescott Harris, per rispondere circa argomenti estremamente eterogenei.
Quello che colpisce di più è l’analisi viscerale di alcune tematiche che possono essere condensate il tre macroaree:
-il progresso. L’idea che il solitario di Providence ha dell’innovazione è tutt’altro che felice, dal momento che ha dato il via, a partire dal 1830 circa, all’era dell’opulenza e dell’ostentazione, alimentando l’espansione della società di massa. Quella americana, nella fattispecie, è definitiva civiltà solo in termini geografici, visto che basa la sua superiorità sul benessere fisico invece che sulla sanità mentale.
-la sessualità. Lovecraft mostra un approccio nei confronti dell’erotismo femminile e una comprensione dello stesso estremamente avanguardista, postulando come questo si manifesti molto più lentamente rispetto all’uomo ma che, una volta acceso, sia più forte. Parimenti, diventa forza motivazione durevole più nella donna che nella sua controparte. Almeno fino all’avvento del cristianesimo che, nel Medioevo, vi pose un freno enorme con la monogamia e la condizione subalterna della donna all’uomo, soprattutto da un punto di vista economico.
-la democrazia, o meglio quanto tale forma possa osteggiare la tirannia militare. Per l’autore, poco perché in tempi di guerra la subordinazione è indispensabile all’apparato militare e la disobbedienza non potrebbe mai essere simbolo di vita civile. In secondo luogo, nessun sistema civile comporta il controllo fisico come la disciplina di un esercito, ancor più in situazioni di emergenza.
Fanno da corollario la storia dell’approccio dell’uomo al mondo terrestre e non, a partire dalla visione che gli antichi Greci avevano dell’Universo e che tanto l’autore sovrastimava. Scrive: “[…] non erano emotivamente influenzati e motivati dal senso del tempo come noi […] il loro (tempo) era infinitamente più vago e più tenue del nostro” da cui una società autosufficiente e onnicomprensiva, non ansiosa di conoscere la provenienza o l’indirizzo della realtà e più pacata nell’affrontare la vita.
“[…] DEV’ESSERE LA LETTERA PIÙ LUNGA DA ME SCRITTA NELL’ARCO DI UNA VITA CHE AMMONTA A 39 ANNI, 2 MESI E 26 GIORNI”
Recensione
Prima di leggere il libro, occorre prestare attenzione alle indicazioni dell’autore che invita il destinatario a non leggere la lettera tutta d’un fiato perché, nelle sue originali settanta pagine, è condensata una spietata critica alla società che va dalla Grecia antica al secolo Ottocento.
La lettera 381 ci mette davanti a un altro Lovecraft, quello non disturbato da incubi e nevrosi ma che, comunque, guarda al mondo con pessimismo e malinconia e ne lamenta il declino, indagandone le cause. Ciò che colpisce maggiormente è la lucidità con cui affronta il lento progredire della società verso la disinformazione e la banalizzazione della cultura a dimostrazione del fatto che l’orrore non si annida necessariamente tra le stelle o nelle profondità marine, ma nelle menti degli uomini, sempre più incapaci di apprezzare la complessità dell’universo.
Esattamente a distanza di 96 anni, le parole dello scrittore risultano tristemente attuali: calati come siamo nella società di massa, rincorriamo la macchina affannandoci per vivere al passo con i tempi e dimenticando, spesso, valori e ideali.
Impreziosiscono la lettera le osservazioni finali del curatore e traduttore Ottavio Fatica che ci offre importanti spunti biografici per comprendere meglio l’importanza della missiva, meritevole di essere trasformata in un libro che esulasse dal resto dell’epistolario lovecraftiano.
Il libro potete trovarlo QUI
L’Autore
Scrittore, poeta, critico letterario e saggista. Ma da tutti, Howard Phillips Lovecraft sarà sempre ricordato come il padre dell’orrore più recondito, ribattezzato da egli stesso col termine weird fiction.
Nato a Providence (Rhode Island) il 20 agosto del 1890, visse la sua infanzia con la madre, perché il padre era stato internato quando il figlio aveva tre anni. Nonostante i molti problemi di salute (tra cui diversi casi di esaurimento nervoso), ha scritto sin da giovane, entrando nello staff della rivista Weird Tales, ma non ha mai raggiunto la fama: morirà consumato da un cancro all’intestino e sarà ritrovato su una panchina della città natia che non aveva mai abbandonato.
Le sue opere saranno riconosciute come pilastri della narrativa horror solo postume; tra le più note, il romanzo Alle montagne della follia (1931), i racconti Il richiamo di Cthulhu (1926) e Il colore venuto dallo spazio (1927), oltre che una lunga produzione epistolare.
