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NerdPool > Blog > Serie TV > Splinter Cell: Deathwatch – Recensione della serie animata Netflix dal creatore di John Wick
Serie TV

Splinter Cell: Deathwatch – Recensione della serie animata Netflix dal creatore di John Wick

Davide Sangalli
21 Ottobre 2025
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7 Min
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Tom Clancy’s Splinter Cell Deathwatch, la serie d’animazione in otto episodi prodotta da Ubisoft Film & Television, è l’adattamento che riporta sul piccolo schermo l’iconico agente Sam Fisher. Debuttando su Netflix nell’ottobre 2025, la serie si inserisce nel crescente catalogo di titoli animati tratti da videogiochi di successo, come Castlevania e Arcane, mirando a soddisfare sia i fan storici che il nuovo pubblico.

Gli artefici dell’ombra: Creatori e curriculum di successo

L’identità adrenalinica e il ritmo serrato di Deathwatch sono profondamente legati al suo autore, lo sceneggiatore Derek Kolstad. Kolstad è una figura di spicco nel moderno cinema d’azione, rinomato per aver creato la fortunata saga di John Wick, di cui ha sceneggiato i primi tre capitoli, e per aver contribuito a pellicole come Nobody e a serie TV di successo come The Falcon and the Winter Soldier (per la MCU). Insieme ai registi Guillaume Dousse e Félicien Colmet Daâge, Kolstad applica la sua esperienza in storie d’azione dense di combattimenti ravvicinati e intrighi, plasmando l’universo di Sam Fisher per il formato seriale.

A dare voce all’agente nella versione originale inglese è Liev Schreiber (Ray Donovan), che interpreta un Fisher ormai maturo e stanco. La sua performance, pur apprezzata per la grinta sarcastica che evoca lo storico doppiatore dei videogiochi, Michael Ironside, risulta appropriata per un Fisher fuori dai giochi da tempo, ma ha inevitabilmente sollevato discussioni tra i fan sulla scelta di non richiamare l’originale. Il cast è arricchito da Kirby Howell-Baptiste (The Sandman) nel ruolo della co-protagonista, l’agente Zinnia McKenna, e da Janet Varney (The Legend of Korra) nei panni di una invecchiata e inflessibile Anna “Grim” Grímsdóttir, ora a capo del Fourth Echelon.

Un Sam Fisher “attempato” e il peso del passato

Splinter Cell: Deathwatch si configura come un sequel canonico ambientato decenni dopo gli eventi di Splinter Cell: Blacklist. Troviamo Sam Fisher ritirato in una fattoria in Polonia, in una pace auto-imposta che si interrompe bruscamente con l’arrivo di Zinnia McKenna, ferita durante una missione fallita in Lituania.

La trama si concentra su una cospirazione globale legata alla compagnia Displace International, guidata da Diana Shetland (doppiata da Kari Wahlgren), figlia del vecchio rivale di Sam, Douglas Shetland (ricordato nei giochi Pandora Tomorrow e Chaos Theory). Questo intrigo personale costringe Fisher non solo a rimettere il suo iconico visore notturno, ma anche a confrontarsi con il dilemma etico e morale che ha sempre animato il franchise, mettendo in discussione la linea sottile tra sicurezza e controllo. L’ambiguità morale è il motore stesso degli eventi, con l’eco del passato che si ripercuote sul presente.

Variazioni sul tema: Le differenze sostanziali con l’esperienza videoludica

Il punto focale della discussione su Deathwatch risiede nelle sue differenze rispetto ai videogiochi, in particolare per quanto riguarda lo stealth.

Nei titoli classici di Splinter Cell, il gameplay premia la pazienza estrema e la neutralizzazione silenziosa, punendo il giocatore che opta per l’azione diretta. La serie animata, pur omaggiando questo spirito con una sequenza introduttiva più tattica, ridimensiona drasticamente la componente stealth in favore di un action-thriller più cinematografico, vicino alle dinamiche di film come Mission Impossible. L’azione è a tutto campo, con combattimenti brutali e inseguimenti costanti, che si adattano meglio al formato seriale, ma si allontanano dal cuore pulsante del franchise.

Inoltre, la serie è notevolmente più violenta e cruenta rispetto ai videogiochi, non tirandosi indietro nel mostrare dettagli gore che illustrano la durezza del mondo dello spionaggio. Un’altra significativa variazione è l’approccio al protagonismo: Sam Fisher non è più un agente solitario, ma un mentore per la co-protagonista Zinnia McKenna. La dinamica del “passaggio di consegne” introduce un elemento generazionale assente nei giochi classici, trasformando la vicenda da un peso sulle spalle di un solo uomo a una narrazione più corale.

Easter egg e connessioni: Un omaggio alla lore

Nonostante le libertà stilistiche, Deathwatch dimostra rispetto per la lore con numerosi richiami:

  • Riferimenti a Chaos Theory: L’episodio finale si intitola eloquentemente “Chaos Theory: Parte 1 e 2”, e i flashback chiariscono la tormentata relazione di Sam con Douglas Shetland, alludendo a eventi cruciali del miglior capitolo della saga.
  • Iconografia e Suoni: L’iconico visore notturno a tre lenti si accende con l’esatto effetto sonoro della versione originale su Xbox, così come il familiare rumore di attivazione dell’OPSAT (l’interfaccia da polso).
  • Cross-Franchise: Sono presenti Easter Egg che collegano la serie ad altri titoli Ubisoft: ad esempio, nella lista di animali del personaggio Thunder, compaiono nomi di companion tratti da Far Cry e Assassin’s Creed.

Verdetto: Un intrattenimento solido ma non rivoluzionario

Splinter Cell: Deathwatch si attesta come un’opera solida, ben ritmata e coinvolgente, con otto episodi che “volano via” rapidamente. L’interpretazione di Liev Schreiber e la capacità di Kolstad di costruire sequenze d’azione brutali ed efficaci sono tra i maggiori punti di forza. La serie riesce a infondere nel protagonista una credibile stanchezza da veterano e a rievocare i temi di ambiguità morale cari a Tom Clancy.

Tuttavia, l’eccessiva diluizione della componente stealth e una trama di cospirazione internazionale che, pur efficace, non si spinge oltre i confini del genere, la rendono un prodotto che i fan potranno apprezzare, ma non aggiunge molto al panorama action o alla saga stessa. È un buon spy-thriller animato, ma senza l’entusiasmo travolgente riservato ad altri grandi successi. In sintesi, è tempo ben speso per i fan e un ottimo punto di partenza per i neofiti. Forse non segnerà una rinascita epocale per Sam Fisher ma lascia la speranza che Ubisoft a dare finalmente un seguito al tanto atteso remake videoludico, visto anche che la serie Netflix è stata rinnovata per una seconda stagione.

ARGOMENTI:NetflixRecensionesplinter cell: deathwatch
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DiDavide Sangalli
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Figlio degli anni ‘80, orgogliosamente NERD! Appassionato di Pop Culture (specie se anni ’80 e ’90), Comics, Serie TV e Film. Collezionista compulsivo di Lego, Snapback e T-Shirt Nerd. Un giorno vorrei svegliami a Springfield e farmi una birra con Homer Simpson.
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