Se c’è un genere che il gigante dello streaming ha dimostrato di voler esplorare fino in fondo, è quello del true crime e delle biografie oscure. Con il film Unabomber (disponibile nel catalogo Netflix e diretto dal regista danese Janus Metz), la piattaforma torna a fare i conti con uno dei terroristi domestici più famosi e controversi della storia americana: Ted Kaczynski.
Tuttavia, anziché concentrarsi esclusivamente sulla caccia all’uomo durata ben 17 anni, l’opera prova a percorrere un binario ben più ambiguo e psicologico: la formazione della mente criminale. Tra esperimenti universitari al limite della tortura, aule di Harvard e procedimenti investigativi degli anni ’90, il film schiera un cast di prim’ordine composto da Russell Crowe, Jacob Tremblay e Shailene Woodley.
Ma il film riesce davvero a restituire la complessità della vicenda o cade nella trappola delle semplificazioni narrative?
Una narrazione spezzata su due piani temporali

La sceneggiatura di Unabomber (firmata da Sam Chalsen e Nelson Greaves) si sviluppa lungo due linee temporali disposte in parallelo che tentano di intrecciare causa ed effetto:
- Primi anni ’60 (Harvard): Un giovanissimo e prodigioso Ted Kaczynski (interpretato da Jacob Tremblay), ammesso all’università a soli 16 anni, viene reclutato per uno studio psicologico condotto dal celebre e carismatico professore Henry Murray (Russell Crowe). Gli esperimenti, finanziati e legati al programma governativo di controllo mentale (gli storici e famigerati test della guerra fredda/MKUltra), sottopongono il ragazzo a oltre 200 ore di umiliazioni verbali e stress psicologico sistematico.
- A metà degli anni ’90: Seguiamo la serrata caccia all’uomo condotta dall’FBI dopo la pubblicazione del famoso Manifesto di Kaczynski sulle pagine del Washington Post. A guidare l’analisi linguistica della profilazione c’è la figura fittizia dell’agente Joanne Miller (Shailene Woodley), determinata a scovare l’attentatore incrociando i testi scritti con le testimonianze del fratello David.
La teoria di Harvard: Una genesi fin troppo semplificata?

Il punto centrale attorno a cui ruota l’intero film è la tesi – avanzata a suo tempo anche dalla difesa di Kaczynski durante il processo del 1998 – secondo cui gli interrogatori manipolatori e sadici del professor Murray abbiano irrimediabilmente spezzato la psiche del giovane Ted, gettando i semi del paranoico terrorista anti-tecnologico che avrebbe poi ucciso 3 persone e ferito decine di vittime tramite pacchi bomba.
Se da un lato la rappresentazione degli esperimenti regala le sequenze più tese e stimolanti del film, dall’altro il film evidenzia un limite strutturale nell’approccio drammaturgico. Ridurre la genesi di un serial bomber a un unico evento scatenante (una sorta di “villain origin story” in stile cinecomic) appare riduttivo e persino ironico, considerando che lo stesso Kaczynski ha sempre minimizzato l’impatto di quegli esperimenti sulla sua ideologia. Il film sceglie di forzare i legami di causa-effetto, trasformando il professor Murray in un involontario Svengali senza però approfondire le reali conseguenze psicologiche a lungo termine.
Russell Crowe e Shailene Woodley salvano il film
A sollevare le sorti dell’opera sono indubbiamente le interpretazioni degli attori protagonisti:
- Russell Crowe (Prof. Henry Murray): Crowe dimostra ancora una volta il suo carisma scenico. Con occhiali da lettura a mezzaluna e un’imponenza intellettuale a tratti terrorizzante, l’attore neozelandese incarna alla perfezione l’arroganza dell’accademia americana dell’epoca. Il suo Murray è un manipolatore affascinante e spietato, capace di passare dal sorriso paterno alla freddezza scientifica.
- Jacob Tremblay (Ted Kaczynski giovane): L’ex prodigio di Room restituisce l’immagine di un adolescente brillante ma socialmente inadeguato, schiacciato dal peso di un’intelligenza fuori dal comune e dalla rigidità dell’ambiente universitario. La sua trasformazione da ragazzo speranzoso a individuo incattivito è percepibile, anche se frenata da una scrittura talvolta didascalica.
- Shailene Woodley (Agente Joanne Miller): Nonostante il suo personaggio sia una figura sintetica creata ad hoc per esigenze narrative, la Woodley offre la prova attoriale più solida ed empatica nella timeline degli anni ’90. La sua Joanne Miller ricorda per certi versi la Clarice Starling di Il silenzio degli innocenti, costretta a muoversi in un ambiente investigativo burocratico e maschilista per decifrare i codici del Manifesto.
Tra procedurale classico e dramma psicologico
Alla regia, Janus Metz (già apprezzato per All the Old Knives e la serie True Detective) adotta uno stile visivo cupo e desaturato, tipico dei thriller investigativi d’autore. Tuttavia, il montaggio alternato tra la caccia all’FBI e le sedute di tortura psicologica a Harvard crea qualche squilibrio nel ritmo:
- La parte ambientata negli anni ’60 risulta psicologicamente densa e carica di tensione claustrofobica.
- La sezione procedurale anni ’90 soffre la parabola di una storia già raccontata in modo ben più esaustivo e approfondito da serie di successo come Manhunt: Unabomber.
La pellicola finisce così per galleggiare tra il docudrama storico e il thriller di finzione, senza trovare fino in fondo una propria identità autonoma.
Vale la pena guardarlo?
Unabomber è un film che susciterà reazioni contrastanti nello spettatore. Da un lato offre prestazioni attoriali di prim’ordine (specialmente da parte di un gravido e minaccioso Russell Crowe) e riporta alla luce una pagina oscura e poco nota della storia accademica statunitense. Dall’altro, risente di una struttura narrativa che vuole a tutti i costi spiegare il male assoluto attraverso un’equazione fin troppo semplice, sacrificando la verità storica in favore del dramma romanzato.
Se siete amanti dei procedutali true crime o curiosi di vedere il duello recitativo tra Crowe e Tremblay, il film merita una visione. Chi invece cerca un’analisi profonda e rigorosa sulla mente di Ted Kaczynski farebbe meglio a recuperare i documentari d’archivio o la serie TV Manhunt.




