Quindici anni dopo aver trasformato Robert Downey Jr. in un boxeur vittoriano, Guy Ritchie torna alle origini del mito con Young Sherlock, una produzione Prime Video in otto episodi che promette di essere un “origami di segreti” e un’esplosione di adrenalina. Se il film del 2009 aveva rinfrescato l’icona di Baker Street, questa versione del 2026 si muove su un filo sottile: è un’origin story sensazionale o un esercizio di stile che ha smarrito la bussola della deduzione?
Ecco la recensione della serie, che fonde l’estetica punk di Ritchie con il dramma familiare degli Holmes.
Dalle celle di Newgate ai chiostri di Oxford

Dimenticate il freddo logico in grado di distinguere 140 tipi di cenere di tabacco. Lo Sherlock del 1871 è un diciannovenne ribelle (interpretato da Hero Fiennes Tiffin) che vive di espedienti e borseggi. La serie si apre con il giovane Holmes dietro le sbarre di Newgate, salvato dal fratello maggiore Mycroft (Max Irons).
Il patto è semplice: Sherlock deve rigare dritto lavorando come assistente portiere all’Università di Oxford. Ma la quiete accademica dura poco. Quando i preziosi rotoli della Principessa Gulun Shou’an (Zine Tseng) spariscono e un omicidio scuote l’establishment, Sherlock si ritrova al centro di una cospirazione internazionale:
- Gli Apostoli: Un misterioso gruppo di accademici legati a una missione segreta in Cina.
- Sir Bucephalus Hodge: Un magnifico Colin Firth, che sembra essere lì per puro divertimento interpretativo.
- Intrighi Globali: Da Parigi ai mercati di Costantinopoli, la scala del mistero è vasta e ambiziosa.
Il Cast: Charme acerbo vs. carisma esplosivo

Il cuore della serie batte nel rapporto tra Sherlock e la sua futura nemesi, James Moriarty (Dónal Finn). Qui, Moriarty è un compagno di studi altrettanto brillante ma decisamente più incline alla violenza fisica.
Il paradosso del protagonista: se da un lato c’è un “remix moderno” del personaggio, dall’altro Fiennes Tiffin offre uno Sherlock che a volte ricorda più un giovane spaccone sicuro di sé che il più grande risolutore di crimini del mondo. Al contrario, Dónal Finn domina la scena con una performance magnetica; il suo Moriarty riduce tutti nel raggio d’azione a un cumulo di cenere, rendendo evidente che James sa già come manipolare il mondo a proprio vantaggio.
Guy Ritchie al 100%

Ritchie applica il suo collaudato manuale di regia:
- Azione Cinetica: Risse a mani nude, montaggio ritmato e una colonna sonora moderna che stride (volontariamente) con i costumi vittoriani.
- Lo Humor “Cameratesco”: Molto scambio di battute fulminanti tra uomini in tweed. Tuttavia, i personaggi femminili, pur funzionali alla trama, sembrano spesso esclusi dal vero divertimento.
- Citazionismo e meta-cinema: Le scene in cui Sherlock “pulisce le lavagne” stile Will Hunting o le gag sui cappelli deerstalker sono momenti che possono risultare irritanti o geniali a seconda della pazienza dello spettatore.
Luci e Ombre: Un calo a metà stagione
La serie brilla negli episodi diretti personalmente da Ritchie (i primi due) e nel gran finale. Tuttavia, la parte centrale soffre di un calo di ritmo. Il focus si sposta eccessivamente sul passato traumatico della famiglia Holmes — inclusa una sorella defunta mai menzionata prima — dimenticando il mistero principale. In questi momenti, Young Sherlock smette di essere divertente per diventare un dramma psicologico un po’ confuso, dove l’intelletto del protagonista non viene mai davvero messo alla prova.
Verdetto Finale
Young Sherlock è una scommessa vinta a metà. È una origin story spavalda e visivamente splendida che reimmagina il mito per le nuove generazioni, ma che a tratti pecca di presunzione. È un intrattenimento leggero che a volte pende troppo verso la superficialità, dimenticando che Sherlock Holmes, alla fine dei conti, dovrebbe essere la persona più intelligente nella stanza.

