Siamo onesti: dopo anni passati a guardare draghi che incendiano città e regine che perdono il senno tra i ghiacci del Nord, tornare nel mondo di George R.R. Martin con A Knight of the Seven Kingdoms è stato come tornare a casa, ma passando dalla porta di servizio. Ideata da Ira Parker e George R.R. Martin, è disponibile dal 18 Gennaio 2026 su HBO.
Non ci sono tappeti rossi, ma solo fango e stivali consumati. È una serie che si incastra perfettamente nell’universo di Game of Thrones, ma lo fa con una grazia diversa, quasi sommessa. Finalmente si respira un’aria nuova, lontana dalle solite dinamiche di potere delle grandi casate che ormai conosciamo a memoria. Certo, per noi fan sfegatati rimane sempre quel retrogusto amaro nel vedere che la Casa Stark resta costantemente nell’ombra, quasi come un sussurro lontano dal Nord che non vuole arrivare, ma bisogna ammettere che concentrarsi su una figura come Duncan l’Alto è stata una boccata d’ossigeno. Non è un re, non è un nobile annoiato: è un uomo che cerca di dare un senso a un’armatura che gli sta quasi stretta, in un mondo che della cavalleria ha conservato solo la facciata.
Un ritmo che corre verso il finale (forse troppo)
Il problema principale, però, è che quando le cose si fanno belle, finiscono troppo presto. La serie ha un ritmo godibile, ma soffre di una struttura che si accende davvero solo sul finale. Il minutaggio ridotto e il numero esiguo di episodi sono un’arma a doppio taglio: da un lato non c’è spazio per i riempitivi inutili, dall’altro ci lasciano con un senso di “vorrei ma non posso” proprio quando iniziamo a godere davvero delle qualità della scrittura. La scenografia, però, compensa questa fretta con una bellezza abbacinante. Non parlo solo di panorami, ma di una cura quasi maniacale per i simbolismi.
Si potrebbe dire che vi è una scena che riassume tutta l’anima della serie: Duncan che entra nella tenda delle prostitute per chiedere consiglio. È un momento di una potenza incredibile, che mette a nudo la realtà brutale di questo mondo. In fondo, il loro lavoro non è poi così diverso da quello di un cavaliere errante. Le prostitute vendono il proprio corpo offrendo piacere in cambio di monete; Duncan, allo stesso modo, vende il proprio corpo muscoloso, la sua forza e la sua spada come un “mercenario” d’onore, servendo come Cavaliere Errante, mettendo la propria vita sul mercato per un pasto caldo o un posto dove dormire. È un parallelismo crudo che sporca l’immagine idealizzata del cavaliere senza macchia.

L’affetto tra Duncan ed Egg: un legame “alla Joel ed Ellie”
Se c’è una cosa che tiene in piedi tutta la baracca, oltre ai complotti per la corona che inevitabilmente muovono i fili del mondo, è il rapporto tra Duncan ed Egg. La loro amicizia è costruita con una lentezza rara per gli standard odierni, risultando incredibilmente naturale. Il mistero sull’identità di Egg, mantenuto sottotraccia quasi fino alla fine, aggiunge quel pepe che serve a mantenere alta la tensione, ma è l’evoluzione del loro legame a colpire nel segno. Ricorda molto l’intimità protettiva e ruvida che abbiamo visto tra Joel ed Ellie in The Last of Us. C’è quel misto di diffidenza iniziale, insegnamenti di vita e una lealtà che nasce dal basso, lontano dai decreti reali. In un mondo dove tutto ruota intorno a chi siede sul Trono di Spade, vedere due anime perdute che si trovano e si riconoscono è la vera vittoria della serie. Egg non è solo un “segreto della corona”, è lo specchio in cui Duncan cerca di riflettere l’uomo che vorrebbe essere, mentre il ragazzino trova nel gigante una figura che la nobiltà non gli ha mai saputo dare.

La purezza sporcata dal fango della Corona
Ma non è tutto rose e fiori, perché il valore di Duncan come cavaliere deve scontrarsi con la realtà dei Sette Regni (nove regni). La sua crescita è lenta, faticosa, quasi dolorosa da guardare. La sua genuinità, quel desiderio quasi infantile di essere “giusto”, viene costantemente sporcata dagli interessi delle grandi famiglie. Soldi, potere e politica sono i veri nemici, molto più pericolosi di una lancia in un torneo.
Vediamo un uomo che cerca di rimanere onesto mentre intorno a lui tutti giocano a scacchi con la vita degli altri. A questo si aggiunge un passato oscuro che non lo abbandona mai, un’ombra che continua a tormentarlo e che dà profondità al personaggio: Duncan non sta solo scappando dalla povertà, sta scappando da se stesso e da ciò che ha dovuto fare per sopravvivere prima di indossare quella maglia di ferro. È questa lotta interiore, unita alla maestosità visiva di una produzione che non bada a spese, a rendere A Knight of the Seven Kingdoms un capitolo fondamentale. Peccato solo per quella brevità che ci impedisce di restare in quel fango ancora un altro po’, a guardare Duncan che cerca di non diventare l’ennesima pedina sacrificabile della corona.


