Arriva domani 18 settembre 2025, nei cinema italiani, il nuovo film della regista francese già ampiamente conosciuta per i suoi (body) horror tutti al femminile come Raw e Titane. Alpha non fa eccezione, ma fa la differenza: il film, non più horror ma cupa fiaba della buonanotte, è un grido di dolore più discreto dei precedenti, ma ugualmente incisivo.
La trama
Alpha, immigrata di seconda generazione, vive con la madre, medico premuroso e genitore presente. Nonostante abbia solo tredici anni, la ragazza ha una vita sociale alquanto spericolata: beve troppo, fuma di nascosto, si apparta con il suo compagno di classe nei bagni della scuola e frequenta le feste affollate e spericolate che danno i suoi amici. Il contesto che la circonda è però particolare, e genera in noi spettatori una risonanza poco piacevole: un virus estremamente mortale che si trasmette per via ematica circola ormai da tempo, trasformando in pietra coloro che lo contraggono. Il corpo diventa di marmo, le articolazioni smettono di muoversi, i liquidi corporei diventano sabbia, finché il cuore non smette di battere.
Un giorno, Alpha torna a casa da una festa in condizioni decisamente alterate, e la madre scopre che qualcuno le ha fatto un tatuaggio sul braccio: con un ago non sterile, uno sconosciuto le ha scolpito una “A” con l’inchiostro di un pennarello.
Il già complesso rapporto con la madre e una famiglia con la quale Alpha non riesce a comunicare si aggrava con l’arrivo dello zio della ragazza, un tossicodipendente dai comportamenti autodistruttivi con il quale si ritrova a dividere la stanza.
Il tempo e lo spazio non sono specificati, ma solo accennati e raccontati attraverso le reminiscenze che questa tragica ninna nanna fa scaturire nella memoria dello spettatore.
Quello della Ducournau è un film che parla di AIDS, ma anche di Covid, di ribellione, omosessualità e razzismo.
Un film sulla discriminazione
I riferimenti all’HIV sono chiari e provocano dolore anche a chi, quei periodi, non li ha mai vissuti. La malattia che viene rappresentata è una metafora visiva, isola fantasy in una rappresentazione cruda e potente di una realtà crudele, piena di sofferenza e priva di lieto fine. La storia di Alpha parte da subito senza i colori dell’infanzia, ambientata in un mondo ormai grigio e spento, senza speranza e pieno di paura. Un mondo che ha smesso di sperare, in cui le persone non ridono più, un presente pieno di sospetto e sfiducia, che cerca di recuperare il passato e rinuncia al futuro.
Quando la protagonista torna scuola, il tatuaggio è fresco e la ferita sanguina: l’ignoranza dilaga, i ragazzi la evitano, convinti che possa essere contagiosa e che il solo starle vicino possa minare la loro sicurezza. Ciò che dovrebbe provocare comprensione e compassione si sviluppa invece in una ragione per coltivare l’odio, un mezzo per discriminare e allontanare la ragazza, una scusa per usarla come capro espiatorio e bullizzarla. La paura popola il cuore della gente, la mancanza di educazione ed informazione mina alla sicurezza della protagonista e della sua famiglia, già piena di angoscia e timore di aver contratto la malattia.
Il virus si fa pretesto: il colore della pelle è virus, l’orientamento sessuale è virus, il proprio aspetto è virus. La sensazione di panico invade anche la sala mentre guardiamo Alpha, mentre riconosciamo una dinamica stereotipata in atto durante l’epidemia da HIV, l’incredulità e l’ignoranza, il “e se”, quel senso di vertigine che, in maniera decisamente minore ma innegabile, ha avvolto il mondo anche durante il 2020.
L’accanimento avviene nei confronti dell’ignoto, del diverso, dello straniero e dell’omossessuale, un odio e un bisogno di fuga vengono cullati da una colonna sonora potente e disperata, che accompagna lo spettatore in un triste “sogno dentro il sogno”.
Femminilità e ribellione
Il desiderio di rivolta dei personaggi di Julia Ducournau continua in questo terzo capitolo dal titolo composto da una sola parola, questo volta un nome: Alpha. Il nome di una ragazza, di una donna, di una bambina, troppo piccola per poter sopportare questo mondo che brucia, troppo giovane per accettare un futuro pieno di morte e un passato dettato dalla sofferenza. Una generazione in fiamme, una generazione che non accetta il percorso scelto dal destino, la generazione in grado di spezzare il cerchio di traumi dovuti all’ignoranza, alla povertà e al dolore, in grado forse di ripartire da zero.
Alpha è donna e adolescenza, Alpha è amare chi chiunque si voglia amare, Alpha è bisogno di ribellione con la speranza di non perdere l’amore, di essere se’ stessi senza freni, di essere strani, pieni di ferite aperte e infette, e di cicatrici guarite male. Alpha è carne, corporeità, è fisico: vene, vomito, sudore e sangue.
Il mondo di Alpha è adolescente perché esageratamente tragico, un mondo in cui tutto ha un peso insopportabile, in cui il cuore scoppia sia di gioia che di dolore.
Le donne di Ducournau (in questo film interpretate impeccabilmente da due attrici meravigliose, Mélissa Boros e Golshifteh Farahani) hanno un rapporto complesso con la figura paterna e maschile, la ripudiano e al contempo la cercano, ne fanno un esempio dal quale scappare, ma di cui si porteranno per sempre un pezzetto con loro, incapaci di lasciar andare. Maschio è dolore, ma anche affetto: tutto ha una rilevanza esagerata, ma viene raccontato in modo elegante e trasognato, un nuovo triste universo in cui si sogna solo ciò che è proibito.
Le donne di Ducournau sono madri e figlie, sono amanti e sorelle, sante e peccatrici. Sono vere e piene di desideri.
Alpha lascia un macigno sul cuore dello spettatore, ma lo fa con grazia. Ci lascia un senso di disgusto e stupore, permette alla mente di rispolverare terribili ricordi e sensi di colpa assopiti. Vengono riportati alla luce avvenimenti di cui ormai non ci si preoccupava più, un senso di completezza svanisce e la consapevolezza che i nostri peccati passati sono ancora con noi ci pervade.
Una rinnovata consapevolezza e sofferenza ci accompagnano, al risveglio da questo “sogno dentro il sogno”.



