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NerdPool > Blog > Videogiochi > Blizzard: parliamo dello scandalo “blitzchung”
Videogiochi

Blizzard: parliamo dello scandalo “blitzchung”

Fillo
17 Ottobre 2019
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11 Min
Logo Blizzard Enterteinment
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Ho riflettuto molto prima di esprimermi su questo argomento. Mi sono chiesto se fosse il caso di prendere “una posizione” in merito; nel frattempo sono già passati diversi giorni dallo scandalo che ha travolto Blizzard, eppure sembra che le acque non si siano ancora calmate. In rete, tra proteste e meme di ogni tipo, le polemiche proseguono a oltranza.

Per chi se lo fosse perso, il giocatore professionista di Hearthstone Chung “blitzchung” Ng Wai, al termine del torneo GrandMasters, ha indossato la maschera simbolo dei protestanti di Hong Kong e ha urlato: “Liberate Hong Kong, la rivoluzione della nostra era”. Di conseguenza Blizzard ha bannato il giovane per un anno e gli ha revocato il montepremi, cessando al contempo i rapporti lavorativi con i due caster che avrebbero dovuto intervistare il ragazzo e cancellando la trasmissione. Il motivo? Chung avrebbe violato il regolamento esprimendo opinioni personali.

Tutto il resto è storia, in rete sono scoppiate le polemiche e Blizzard ha lasciato passare alcuni giorni prima di esprimersi al riguardo. Alla fine, la compagnia ha emanato un comunicato stampa – firmato dal presidente J. Allen Brack – in cui ha spiegato meglio la situazione, restituito il montepremi al ragazzo e gli ha ridotto il ban a 6 mesi.  Lo stesso è accaduto ai due caster, che potranno riprendere il loro rapporto lavorativo superato questo lasso di tempo.

Blizzard blitzchung hearthstone
Chung, il campione di Hearthstone al GrandMasters

Questioni spinose

Personalmente, odio parlare di politica e, soprattutto, credo che questo sia il luogo meno adatto per farlo. Ragion per cui mi limiterò a dire che ciò che sta succedendo ad Hong Kong è assolutamente comprensibile, e penso che nessuno vorrebbe trovarsi a vivere in una realtà del genere.

Detto ciò, sono d’accordo con la decisione di Blizzard di punire Chung, tuttavia, ad essere completamente sbagliate e controproducenti, sono proprio le modalità con cui ha agito. Partiamo dal fatto che se ci sono delle regole, o meglio, se si aderisce consapevolmente a qualcosa e si accettano dei termini legali, è giusto che si rispettino. Soprattutto se poi in gioco ci sono dei soldi.

E quindi, se il regolamento non consente di esprimere opinioni personali su politica o religione, credo sia giusto attenersi a tali regole per non incappare in sanzioni o punizioni di sorta. Chung era ben consapevole di violare quella specifica regola, ragion per cui – anche se ha agito per i motivi più nobili – se l’è cercata.

Ovviamente Blizzard si è ritrovata costretta ad intervenire: se non fosse stato fatto nulla, il messaggio di Chung sarebbe passato come il messaggio della società, e quindi quest’ultima sarebbe stata lesa in termini di immagine. Ironia della sorte, in questo caso il danno sarebbe stato di tipo economico, ma tali azioni hanno portato purtroppo la casa di Irvine a danneggiarsi con le proprie mani. Che cos’è peggio, perdere il denaro degli investitori o l’amore e il rispetto dei propri fan?

La statua nel campus di Irvine che rappresenta un orco in sella al suo worg.

Questione di soldi

Molti vedono la decisione di Blizzard come un affronto alle libertà d’espressione, per quel che mi riguarda è invece la volontà di non esprimersi sulla questione. Ciò che sta accadendo ad Hong Kong è una situazione delicatissima in cui non intervengono nemmeno gli altri paesi del mondo. Perché allora dovrebbe intromettersi una multinazionale, che altro non è che una società privata il cui scopo ultimo è il profitto generato da prodotti di intrattenimento?

È vero, in mezzo ci sono anche i soldi, dato che Tencent possiede una piccola percentuale delle azioni di Blizzard (il 5%) ed è quindi logico che la società non voglia perdere dei profitti. Ma è altrettanto vero che ci sono tantissime altre compagnie che vengono supportate da colossi cinesi e probabilmente, in una situazione del genere, avrebbero potuto agire in modo simile.

Il noto sito Pc Gamer ha recentemente stilato una lista di società su cui Tencent ha investito. Tra queste troviamo:

  • Riot Games (League of Legends) 100%
  • Epic Games 40%
  • Bluehole (PlayerUnknown Battleground) 11,5%
  • Ubisoft 5%
  • Activision Blizzard 5%
  • Grinding Gear Games (Path of Exile) 5%

Non manca poi una lunga lista di società minori come Funcom o perfino l’applicazione per la VoIP chat Discord. Da questo si evince che nessuna compagnia disprezza i soldi, indipendentemente da quale regione del mondo provengono. Dovremo quindi boicottare ciascuna di queste case di sviluppo?

Ironico anche il fatto che poco dopo lo scandalo di Blizzard, Epic Games sia corsa ai ripari (quasi con la coda di paglia) dicendo che non avrebbe bannato i giocatori di Fortnite in caso di discorsi politici. Ma va bene così, a volte pur passare sotto i riflettori…

Sweeney CEO Epic
Secondo Tim Sweeney, CEO di Epic Games, le ideologie politiche e l’atto di videogiocare devono restare separate. E forse lo stesso vale anche per Blizzard… peccato che abbiano agito con il pugno di ferro.

Questione di atteggiamento

Come dicevo prima, ad essere sbagliata non è tanto la punizione, ma il modo in cui è stata elargita. Innanzitutto, l’atto di togliere il montepremi a Chung è quasi sacrilego. Ci troviamo in un periodo delicato per gli eSport, dato che sempre più spesso di parla di Olimpiadi e gli investimenti in questo settore sono sempre più considerevoli. Con la rimozione del premio, Blizzard ha – in una certa misura – sporcato il campo degli eSports, rendendoli ancora meno degni agli occhi di chi li guarda con sufficienza.

Quindi, se una competizione è stata vinta onestamente, il premio non dovrebbe venire intaccato. In questo senso, l’intero sistema trasmette un’impressione di malleabilità che non dovrebbe esserci. Non conosco i regolamenti dei tornei Blizzard, ma la società californiana ha inferto una penalità i cui termini sono cambiati velocemente (e giustamente) dopo le polemiche. Tale punizione dà quasi l’impressione di essere stata pensata da un momento all’altro, neanche stessimo parlando di un adulto che punisce il ragazzino ribelle. Credo che, così come vengono comunicate le regole, andrebbero mostrate anche le relative penalità nel caso in cui le prime vengano violate.

eSports Tokyo 2020
Grazie a Intel, durante le olimpiadi di Tokyo 2020 si terrà un evento eSport. Si tratta di piccoli passi che potrebbero mettere in buona luce questo tipo di giochi. Incidenti come quello di Blizzard però potrebbero minare la credibilità di tali discipline.

La grande folla inferocita

In quanto fan di Blizzard, sapere che la compagnia ha agito in questo modo mi ha spezzato il cuore. È assurdo che una software house del genere, che celebra i suoi giocatori tutti gli anni, abbia trattato Chung con così poco riguardo. Ancor più sconveniente è lo svolgimento del BlizzCon, che avverrà tra qualche settimana e farà sicuramente parlare di sè.

In tutto ciò il mio pensiero è rivolto agli sviluppatori che dovranno salire sul palco; mi chiedo con quale coraggio riusciranno a guardare i fan.

Jeff Kaplan Blizzard
Fatti forza Jeff.

Sulla base di questa riflessione, vorrei chiudere questo articolo (se così si può definire) parlando delle polemiche e del boicottaggio. Quanto alle prime, credo siano state fondamentali per far comprendere a Blizzard di ritornare sui suoi passi e riconsiderare le penalità per Chung. In questo caso il popolo del web si è dimostrato coeso e questo non può che fare piacere. Penso però che continuare a polemizzare sulla questione non abbia alcun senso. Di sicuro continuare a intasare i social con interventi denigratori nei confronti della casa di Irvine non farà nulla per dare l’indipendenza ad Hong Kong. Arrivati a questo punto, sembra quasi che quella richiesta di libertà da parte di Chung sia stata ormai strumentalizzata – forse inconsapevolmente – della massa, che preferisce continuare a puntare il dito contro Blizzard piuttosto che sul vero problema.

Blizzard Overwatch banner eroi
Secondo lo slogan di Overwatch, il mondo ha bisogno di eroi. In questo caso i giocatori hanno svolto un ruolo fondamentale per salvare Chung dalla punizione a dir poco eccessiva; adesso però, le critiche stanno andando avanti in modo quasi sterile.

Per quanto concerne il boicottaggio, vorrei ricordarvi che Blizzard è parte integrante di Activision. Vorrei ricordarvi di quando sono stati licenziati i dipendenti di Blizzard Versailles, ma nello stesso periodo Activision assumeva il nuovo CFO Dennis Durkin con addirittura un bonus in denaro (si parla di milioni). In quello stesso periodo nessuno si è lamentato, perché si è trattato di un normale riassetto societario. Eppure, centinaia di persone hanno perso il lavoro. Blizzard continua a mantenere una capacità decisionale per quanto riguarda la creazione dei giochi, ma tutte le altre competenze riguardano Activision. Sinceramente non sopporto tutto questo accanimento verso una compagnia che sì, ha sbagliato, ma che non è l’unica colpevole. Perché sapete, Activision=Blizzard.

Per quel che mi riguarda, finché i titoli Blizzard saranno validi, continuerò a supportarli come segno di rispetto verso quegli sviluppatori che ci lavorano e che non hanno nulla a che vedere con questa faccenda. Adesso, se permettete, torno a giocare ad Overwatch.

Continuate a seguire Nerdpool.it per tutte le novità relative al mondo Blizzard.

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