Dopo il successo (e le accesissime discussioni) attorno a Death Stranding, l’attesa per il sequel firmato da Hideo Kojima era comprensibilmente altissima. Abbiamo avuto – al momento – la possibilità di provare Death Stranding 2: On the Beach per circa otto ore, e sebbene sia ancora troppo presto per giudicare l’opera nella sua interezza, possiamo già dire che ci troviamo davanti a qualcosa di fortemente autoriale, raffinato e – a nostro modesto parere – coraggioso.
Un sequel che osa rallentare (ancora)
Fin dai primi minuti è chiaro che Kojima non ha alcuna intenzione di rinnegare le scelte divisive del primo titolo. Tutt’altro: Death Stranding 2 rallenta il ritmo, almeno inizialmente ancora di più, concentrandosi sull’esplorazione interiore del protagonista e sull’espansione concettuale del universo di DS. Il ritmo è contemplativo, scandito da lunghi silenzi, camminate impegnative e un senso di isolamento che ritorna familiare per chi ha giocato il primo capitolo.
Le prime ore di gioco sono coinvolgenti in un mondo ancora più surreale e frammentato, ci si sente davvero immersi in questo mondo. I paesaggi sono mozzafiato, ancora una volta costruiti con il Decima Engine di Guerrilla Games, ma con una direzione artistica ancora più spinta verso l’astratto e l’onirico. Le sequenze visive sono spesso cariche di simbolismo e riflessioni, ma sempre al servizio di un racconto che vuole farsi sentire attraverso la fatica del viaggio.
Sam Porter Bridges, vecchie fatiche e nuovi orizzonti

Norman Reedus torna a vestire i panni di Sam, ancora una volta immerso in un mondo in frantumi. Ma in queste prime ore appare evidente come il personaggio sia cambiato: più riflessivo, quasi stanco. Questo si riflette non solo nei dialoghi (doppiati come sempre in modo impeccabile, anche in italiano), ma anche nelle meccaniche di gioco. Le missioni iniziali sembrano più personali, meno legate alla mera logistica, e questo cambia radicalmente l’approccio del giocatore.
Secondo quanto dichiarato da Kojima in diverse interviste (come ad esempio nel podcast Brain Structure), Death Stranding 2 è pensato come una riflessione sul post-pandemia, sulla connessione e sull’elaborazione del trauma. Questo si riflette non solo nella narrazione, ma anche nel modo in cui il mondo di gioco si rapporta al giocatore: meno diretto, più fragile, ma anche più ricco di momenti emotivi.
Gameplay evoluto e nuove interazioni
Dal punto di vista del gameplay, Death Stranding 2 mantiene lo scheletro del predecessore, ma aggiunge diverse interessanti novità. La gestione del carico è ora ancora più perfezionata, con opzioni nuove per l’equipaggiamento e una fisica migliorata che rende ogni passo più tattile. Abbiamo testato alcune nuove tipologie di strumenti e veicoli che sembrano studiate per aumentare la varietà dell’esperienza, senza però spezzare la coerenza.
Una delle sorprese più piacevoli è il miglioramento dell’intelligenza artificiale nelle interazioni secondarie. I PNG incontrati lungo il tragitto sono ora più presenti, meno “fini a se stessi”, e sembrano avere una vera “vita” nel mondo di gioco. Anche i sistemi di collaborazione asincrona online – una delle idee più brillanti del primo capitolo – tornano con nuove dinamiche, permettendo ai giocatori di aiutarsi a vicenda in modi più creativi.
Atmosfera e colonna sonora: un’esperienza sensoriale
Come sempre, l’aspetto audiovisivo del gioco è uno dei punti più forti. La regia di Kojima non delude mai, e anche in queste prime ore ci siamo trovati davanti a sequenze che sembrano uscite da un festival cinematografico d’avanguardia. Il sonoro, curato in collaborazione con Ludvig Forssell e Joel Corelitz, è potentissimo: la colonna sonora è ancora una volta parte integrante del viaggio, con i brani dei Low Roar (nonostante la tragica scomparsa di Ryan Karazija) e di altri artisti indipendenti a scandire i momenti più toccanti.
Un viaggio più intimo e più rischioso

Rispetto al primo gioco, c’è un senso maggiore di sperimentazione, ma anche di rischio. Death Stranding 2 sembra voler parlare più all’anima che all’azione, e questo potrebbe nuovamente dividere il pubblico. Ma chi ha amato il tono malinconico e le riflessioni profonde del primo capitolo troverà qui un’opera ancora più matura, più coesa nei suoi intenti.
Sebbene la trama si stia ancora sviluppando, possiamo confermare che la scrittura è ancora più profonda. Non ci sono tutorial invadenti, né spiegazioni forzate: il gioco ti chiede di fidarti, di lasciarti trasportare, come in un sogno. Kojima sta raccontando qualcosa di personale, e noi vogliamo assolutamente seguirlo.
Aspettative per il prosieguo
Dopo otto ore circa, abbiamo solo grattato la superficie. Ma le basi gettate finora fanno ben sperare: il mondo è enorme, ricco di segreti, e la progressione sembra pensata per costruire un crescendo narrativo ed emotivo. Alcune sequenze lasciano intuire l’arrivo di momenti di grande impatto, e non vediamo l’ora di scoprire fino a che punto Kojima si spingerà.
Certo, non mancano alcune perplessità: il ritmo lento potrebbe allontanare parte del pubblico, e la complessità narrativa rischia di lasciare confusi i meno pazienti. Ma se si accetta il patto con Kojima, Death Stranding 2 promette di essere una delle esperienze più uniche e coinvolgenti di questa generazione.
8 ore di gioco, le prime conclusioni
Death Stranding 2: On the Beach non è un sequel convenzionale. È un ritorno, una confessione, un viaggio in territori ancora più sconosciuti e spirituali. Dopo otto ore, ci troviamo affascinati, turbati e desiderosi di proseguire. Se il resto dell’opera manterrà (o supererà) questa qualità, ci troveremo davanti a uno dei titoli più importanti dell’era post-pandemica del videogioco (ancora grazie a Kojima).
Restate sintonizzati su NerdPool.it: ci sarà molto da dire quando il viaggio di Sam – ed il nostro – sarà finito.


