IT: Welcome to Derry è il nuovo prequel targato HBO ambientato nel 1962, ideato da Jason Fuchs, Brad Caleb Kane e Andy Muschietti. La serie nasce per esplorare le origini del mito di Pennywise e raccontare come l’orrore si sia radicato nella cittadina di Derry molto prima degli eventi visti nei film di Muschietti del 2017 e 2019.
L’episodio pilota si apre con la storia di Matty Clements, un ragazzo in fuga che cerca di scappare da Derry dopo essere stato sorpreso al cinema senza biglietto. Fa autostop nel cuore della notte, sperando di lasciare la città, ma il suo viaggio si trasforma in un incubo. La famiglia che lo accoglie mostra comportamenti sempre più inquietanti, fino a una scena di puro orrore che segna la prima, sconvolgente apparizione del male.
Quattro mesi dopo, la scomparsa di Matty continua a gravare sulla cittadina. I suoi amici — Lilly, Ronnie, Teddy, Phil e Susie — sono tormentati da visioni e rumori provenienti dalle fogne. Parallelamente, l’arrivo di una nuova base dell’Air Force accende tensioni e misteri. Quando i ragazzi decidono di indagare, vengono attratti nel Cinema Capitol, lo stesso luogo dove tutto è iniziato. Il finale dell’episodio è un climax di sangue e follia: un Matty trasformato appare sullo schermo, e da lì prende vita una sequenza brutale che lascia in vita solo pochi superstiti, aprendo la porta a un orrore ancora più grande.
Con una durata di circa 55 minuti, l’episodio è scritto da Jason Fuchs e diretto da Andy Muschietti, e rappresenta un ritorno potente e disturbante nell’universo di Stephen King.
Un inizio convincente, crudo e spaventoso

Fin dai primi minuti, Welcome to Derry dimostra di voler essere molto più di una semplice appendice dei film. Il tono è deciso, la tensione palpabile, e la regia di Muschietti restituisce quella sensazione di disagio crescente che aveva reso memorabili le precedenti trasposizioni di It.
Il primo episodio è convincente sotto molti punti di vista. Non si limita a richiamare l’immaginario conosciuto, ma costruisce una propria identità. Il prologo con Matty è un manifesto: nessuno è al sicuro, e la città stessa è un organismo che inghiotte chiunque tenti di lasciarla.
C’è tanta tensione, alimentata da una colonna sonora che sa quando tacere e da un montaggio che alterna momenti di calma apparente a esplosioni improvvise di orrore. La serie non risparmia nulla: è cruda, viscerale, disturbante. Le scene più forti non cercano il semplice “salto sulla sedia”, ma un orrore più fisico e psicologico.
Anche i personaggi colpiscono per come vengono tratteggiati. Nonostante il cast corale, ognuno ha un’identità riconoscibile e un ruolo chiaro nella costruzione della tensione. Lilly e Ronnie emergono come protagonisti in grado di incarnare la paura e la curiosità tipiche dei giovani di fronte all’ignoto.
Le sottotrame si rivelano fin da subito ricche e potenzialmente esplosive: la componente militare, le tensioni razziali, il passato oscuro della città e i misteri che serpeggiano nella base dell’Air Force. Tutti elementi che promettono sviluppi interessanti nei prossimi episodi.
Infine, c’è il mistero, costante e ben dosato. Ogni scena sembra nascondere qualcosa di più grande, ogni personaggio un segreto. Il cliffhanger finale, poi, è costruito con maestria e lascia lo spettatore con il desiderio immediato di proseguire la visione.
L’assenza di Pennywise: una scelta coraggiosa e riuscita

Una delle scelte più sorprendenti del primo episodio è la totale assenza di Pennywise. Il celebre clown, volto dell’orrore per eccellenza, non compare mai apertamente. Eppure, la sua presenza aleggia su ogni scena, come un’ombra che contamina l’aria stessa di Derry.
Questo approccio è audace e intelligente: invece di puntare subito sull’icona, Welcome to Derry decide di costruire lentamente il terreno su cui Pennywise potrà emergere. È un modo per restituire al personaggio quella forza mitica e misteriosa che lo rende temibile. L’orrore non è nel suo volto, ma nella sensazione costante che tutto — dagli sguardi ai rumori, dalle fogne ai sogni — sia controllato da una presenza invisibile.
La serie sceglie quindi di raccontare il male prima del mostro, di esplorare come la città stessa diventi il suo strumento. Una strategia che permette di ampliare l’universo narrativo e di dare maggiore peso al momento in cui Pennywise, inevitabilmente, farà il suo ritorno. In questo senso, la sua assenza diventa una presenza più efficace di qualsiasi apparizione.
Struttura e ritmo narrativo
Il pilot non parte in sordina: dopo l’introduzione shock, la narrazione si sposta nel presente e intreccia diverse linee narrative. Matty e i suoi amici, la base militare, la comunità di Derry: tutto si muove come in una danza macabra in cui ogni filo sembra condurre allo stesso centro oscuro.
Il ritmo è ben calibrato, anche se in alcuni momenti rallenta per dare spazio all’atmosfera e alla costruzione del contesto. È una scelta deliberata che privilegia la tensione psicologica rispetto all’azione continua, permettendo alla serie di respirare e accumulare inquietudine.
L’orrore visivo e simbolico
L’elemento più evidente è la fisicità dell’orrore. Welcome to Derry non teme di mostrare, ma sa anche suggerire. Le trasformazioni, i corpi distorti, il sangue e le mutazioni servono a rendere tangibile la presenza del male. È un horror “sporco”, corporeo, che non lascia spazio al comfort visivo.
Dal punto di vista tecnico, gli effetti speciali sono solidi, mentre la regia di Muschietti si conferma incisiva, con inquadrature strette, dissolvenze ossessive e un uso del colore che richiama l’estetica dei film precedenti. Alcune sequenze, soprattutto nella parte iniziale, sono talmente estreme da sorprendere per coraggio e intensità.
I personaggi
Matty Clements è il cuore emotivo dell’episodio: la sua fuga disperata e la sua tragica fine diventano il simbolo di un male inarrestabile. I suoi amici, benché introdotti rapidamente, sono tratteggiati con cura: ognuno porta una ferita, un segreto, una paura.
Sul fronte adulto spicca il maggiore Leroy Hanlon, figura complessa e ambigua, che unisce il trauma personale alle tensioni sociali dell’epoca. La sua storyline, legata alla base militare e ai misteri di Derry, aggiunge profondità e apre a letture più ampie.
La comparsa di personaggi come Dick Hallorann, collegato ad altre opere di Stephen King, suggerisce inoltre un universo condiviso più ampio, che gli appassionati del Re dell’Orrore non mancheranno di cogliere.
Tematiche profonde ed attuali
Il primo episodio tocca temi profondi e attuali, mascherandoli dietro la facciata del sovrannaturale.
- La paura sociale degli anni Sessanta — la Guerra Fredda, la diffidenza, il razzismo — diventa terreno fertile per l’orrore che serpeggia sotto la superficie.
- Il male come riflesso della società è al centro del racconto: Derry è una comunità che preferisce ignorare, nascondere, tacere. E proprio nel silenzio cresce l’entità che li perseguita.
- Infine, la ciclicità dell’orrore: Pennywise non è solo un mostro, ma una forza che si risveglia ogni 27 anni. La serie mostra le sue radici, suggerendo che la città stessa è parte del suo corpo.
Tutti questi elementi sono inseriti nel racconto con naturalezza, attraverso sogni, visioni e dialoghi allusivi, senza mai diventare didascalici.
Punti di forza e criticità

Il primo episodio è davvero convincente, i motivi sono tanti:
- Tono deciso e coerente: il mix di orrore, mistero e dramma funziona e non perde mai intensità.
- Scelte coraggiose: non teme di shockare lo spettatore né di ribaltare le aspettative.
- Ambientazione curata: la Derry degli anni Sessanta è ricostruita con grande attenzione visiva e sonora.
- Connessioni con l’universo di King: la serie arricchisce il mito invece di limitarsi a citarlo.
- Finale potentissimo: il momento finale è così potente da rimanere impresso nella mente per diverse ore.
Ma ci sono comunque alcune cose da tenere sotto controllo:
- Il proliferarsi delle sottotrame potrebbe diluire la tensione.
- Il ritmo, in certi frangenti, rallenta forse più del necessario, ma si tratta di pochissimi momenti.
Conclusione

Il debutto di It: Welcome to Derry è un ritorno nel terrore che non delude. Crudo, inquietante e a tratti devastante, il primo episodio riesce a coniugare tensione, mistero e profondità narrativa, ponendo le basi per una serie che sembra avere molto da dire.
Chi si aspettava un semplice prequel troverà invece un racconto ambizioso, che amplia l’universo di It e ne esplora le radici più oscure. Andy Muschietti conferma la sua capacità di unire spettacolo visivo e inquietudine psicologica, regalando al pubblico un episodio iniziale che cattura, spaventa e non annoia mai.
L’assenza di Pennywise, lungi dall’essere un difetto, si rivela una scelta vincente: il suo fantasma aleggia su ogni scena, rendendo l’attesa per il suo ritorno ancora più snervante.
IT – Welcome to Derry è un incubo che affascina. E se il resto della stagione manterrà questa intensità, HBO potrebbe aver trovato un nuovo punto di riferimento per l’horror in televisione.
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