Appena sbarcato in streaming, il prodotto del regista norvegese Pål Øie mescola ecologia, miti ancestrali e tentacoli giganti. Ma non tutto galleggia come dovrebbe.
Sembra che la Scandinavia ci abbia preso gusto.
Dopo averci regalato il notevole Troll su Netflix e aver rivitalizzato il folklore locale in chiave catastrofica, il cinema norvegese ci riprova pescando a piene mani dall’incubo oceanico per eccellenza: il Kraken.
Diretto da Pål Øie e arrivato freschissimo nel catalogo italiano di Prime Video all’inizio di ottobre, questo monster movie del 2026 cerca di unire l’estetica mozzafiato dei fiordi a un’anima da B-Movie duro e puro, strizzando l’occhio agli appassionati delle creature titaniche.
Dobbiamo, però, dimenticarci gli scontri mitologici alla Scontro tra Titani.
La vera mossa vincente di Kraken è il suo ancoraggio al mondo reale, ben piantato da una sceneggiatura molto pulita. Il pretesto narrativo che risveglia la colossale bestia è squisitamente moderno ed ecologista: l’uso accidentale di un rivoluzionario dispositivo sonoro concepito per debellare i parassiti nei vasti allevamenti di salmoni, tema molto sentito da quelle parti. È un incipit decisamente acuto che affida alla biologa marina Johanne, interpretata da una capace Sara Khorami, l’ingrato compito di indagare su strani eventi che coinvolgeranno animali ed umani.
L’atmosfera iniziale, nei momenti prima che si scateni il caos, è costruita in modo magistrale, restituendo un incedere lento, teso e carico di cattivi presagi.
Purtroppo, però, quando si maneggia un leviatano grande quanto un’intera montagna, la regola d’oro dettata dal maestro Steven Spielberg per Lo Squalo dovrebbe essere legge: mostra il mostro il meno possibile, nascondilo.
Invece, Kraken sembra avere troppa fretta. Dopo un primo atto superbo e intrigante, il film svela la sua gigantesca creatura cefalopode, azzerando quasi del tutto l’aura di mistero faticosamente costruita.
Da quel momento in poi la sensazione di terrore ancestrale si diluisce e la trama accelera freneticamente, sacrificando ogni possibile sviluppo psicologico o emotivo del cast di supporto.

Nonostante una scrittura che verso il terzo atto finisce per ingabbiare i comprimari (impedendoci di fatto un vero coinvolgimento per le loro sorti) e qualche palese caduta di logica narrativa, la pellicola ha un grandissimo pregio: scorre via senza mai ristagnare.
Mantenendo un ritmo serrato all’interno di un minutaggio assai snello (forse troppo), Kraken sa esattamente cos’è e qual ‘è il suo target.
Alla fine dei conti rimane un onesto, imperfetto e godibilissimo film che probabilmente nutriva grandi ambizioni ma senza esagerare, capace di regalare lampi di vera spettacolarità amplificati dal contrasto con i placidi e silenziosi panorami marini norvegesi.
Un perfetto film per una disimpegnata serata a suon di popcorn, a patto di essere pronti a spegnere la parte più razionale del cervello quando i tentacoli digitali iniziano a dominare lo schermo.




