Dopo Parthenope, film che aveva diviso e infastidito, Paolo Sorrentino torna con un’opera che invece sembra essere amata quasi all’unanimità. Lo fa nel concorso di una Mostra di Venezia particolarmente ricca di firme d’autore, che non a caso Barbera ha scelto di aprire con il nuovo film del regista partenopeo.
La Grazia prosegue la recente tendenza di Sorrentino a emozionarsi ed emozionare, più di prima e con autenticità, ma al contempo recupera lo stile esteticamente più asciutto e misurato di inizio carriera, oltre alla materia politica e al racconto tragicomico del potere. Con un Toni Servillo di nuovo al servizio e al comando della scena, che però stavolta domina senza caricare.
Il protagonista è un Presidente immaginario della Repubblica, un uomo stanco e ancora perdutamente innamorato della defunta moglie, con la quale dialoga in segreto concedendole tutta la debolezza di cui (non) soffre. La figlia, interpretata da Anna Ferzetti, è giurista come lui e se ne prende cura decidendo persino cosa deve mangiare, mentre lo aiuta ad affrontare le ultime delicate faccende del suo mandato: scegliere se firmare la legge sull’eutanasia e se concedere la grazia a due carcerati. Sullo sfondo, il rapporto divertito con una critica d’arte dalla battuta sempre pronta e quello tenero e solenne con il corazziere.

Nel suo commento a Parthenope, Valerio Caprara aveva definito Sorrentino un sabotatore: c’è un modo più lucido di descriverlo? È sicuramente un sabotatore della trama e delle aspettative del pubblico. Non solo sullo schermo, anche nelle interviste e nella comunicazione, nella capacità di capovolgere giudizi e percezioni con quella disillusione ironica con cui gioca consapevolmente, pur appartenendogli davvero. Il curioso legame con il rapper Guè si fa simbolo esemplare di questa attitudine al ribaltamento, e nel terreno inedito del nuovo lavoro questa bizzarra amicizia trova persino uno spazio diegetico che suona spiazzante.
Struggente e claustrofobico, contenuto almeno quanto spericolato, accompagnato da un tema sonoro epico che richiama quello di Interstellar, La Grazia è costellato di alcune delle trovate più geniali del suo autore, picchi emotivi di sottrazione e guizzi illuminati di stupore stanco, di conflitto grottesco tra equilibrio e desiderio spontaneo di sabotare ancora. Parthenope era un depistaggio continuo, motivo per cui forse aveva dato tanto fastidio, mentre questo film lo è fino a un certo punto. Fino ai minuti conclusivi. Perché dopo un dialogo telefonico che rappresenta un punto altissimo, a Sorrentino manca l’istinto animale di chiudere e la storia si perde in un finale dai buoni sentimenti fin troppo scaltro nella sua morbidezza, che smette di graffiare e frequentare il dubbio. Forse un cedimento. Oppure è un sabotaggio anche quello?

