Nel quinto episodio de Il Cavaliere dei Sette Regni intitolato “Il nome della madre” HBO Max consegna al pubblico uno dei momenti più devastanti di tutta la saga: la morte del principe Baelor Targaryen, erede al trono di Westeros, per mano (involontaria) del fratello Maekar Targaryen durante il sanguinoso giudizio dei Sette.
La scena scuote gli spettatori, Baelor dopo aver combattuto con onore al fianco di Ser Duncan l’Alto e aver contribuito alla vittoria sembra illeso, ma pochi istanti dopo, chiede aiuto perché le sue dita “sembrano pezzi di legno”, sente un malessere crescente e, una volta rimosso l’elmo, crolla morto sul posto, con una parte del cranio distrutta da un colpo ricevuto in combattimento.
Quando la tragedia incontra la medicina reale

Dal punto di vista narrativo, quella di Baelor è una delle morti più duramente concepite nella saga di George R. R. Martin e nella produzione televisiva, non causata da tradimento né da magia ma da un incidente brutale in una mischia confusa dove nemmeno il colpevole, il principe Maekar, sembra ricordare chiaramente il momento del colpo, eppure, anche se inserita in un contesto fantasy, la scena può essere calata in un quadro medico realistico, come spiegherebbe qualsiasi neurologo: Baelor non muore subito perché non subisce un colpo mortale istantaneo, in medicina esiste infatti il fenomeno dell’intervallo lucido, una fase in cui una persona con un trauma cranico significativo resta cosciente e apparentemente stabile per minuti o decine di minuti prima del collasso neurologico, questo accade quando:
il trauma provoca una frattura cranica con emorragia interna, il cervello inizia a comprimersi progressivamente ma la pressione intracranica resta ancora sotto il livello di compensazione, la persona può quindi camminare, parlare e muoversi, pur avendo subito un danno cerebrale grave che progredisce rapidamente, senza trattamento immediato, può succedere esattamente ciò che vediamo nello show: improvvisamente il cervello è incapace di mantenere le funzioni vitali
Il ruolo fatale dell’equipaggiamento

Un dettaglio narrativo sottolineato nelle cronache della serie e anticipato nella novella originale The Hedge Knight è che Baelor non aveva portato la propria armatura su misura, perché non aveva intenzione di combattere al torneo, in combattimento indossa invece l’armatura di suo figlio Valarr, che non è adatta alle sue misure, e si tratta di un’armatura da giostra, pensata per scontri frontali e regolamentati, non per caos e urti laterali di una mischia, questo errore di equipaggiamento è cruciale, è come portare un casco da bici troppo grande a un incidente in moto, quando la protezione non è aderente e calibrata, l’energia dell’urto viene trasmessa direttamente al cranio. È probabile che la protezione imperfetta abbia fatto sì che il colpo ricevuto alla nuca non venisse distribuito efficacemente dall’elmo, causando la frattura e l’emorragia interna letale che poi si manifestano solamente quando l’elmo viene rimosso.
Nelle pieghe della tragedia

Nel mondo di Westeros, dove la medicina è rudimentale e non esistono trattamenti neurochirurgici d’urgenza, una ferita di questo tipo equivale a una condanna, ma se la stessa dinamica fosse nel nostro mondo moderno, la storia potrebbe benissimo essere diversa, con interventi tempestivi come la gestione della pressione intracranica e neurochirurgia d’urgenza, un paziente con trauma cranico significativo può spesso essere salvato se trattato entro la cosiddetta “golden hour” della medicina traumatologica, senza queste possibilità, l’eroismo di Baelor diventa tragicamente inutile
Un’eredità che pesa
La morte di Baelor non è solo un colpo narrativo, altera la linea di successione, facendo diventare re proprio Maekar, il fratello che senza volerlo, lo ha ucciso
È una dinamica che porterà con sé un senso di colpa permanente, peso psicologico destinato a influenzare la sua reggenza futura, per gli spettatori invece, la scena resta un monito potente, anche in un mondo di draghi e magia, la fragilità umana e la medicina reale possono offrire spiegazioni che rendono ancora più profonda la tragedia di una morte annunciata ma incredibilmente evitabile.



