La spia che amava, pubblicato in Italia da 21lettere, è la traduzione di The Spy Who Loved di Clare Mulley. Non è un romanzo di spionaggio, anche se il titolo potrebbe farlo pensare: è una biografia accurata e documentata che ricostruisce la vita straordinaria di Christine Granville, una delle agenti più coraggiose al servizio dell’intelligence britannica durante la Seconda guerra mondiale.
Pubblicato da 21 Lettere, scritto da Clare Mulley e tradotto da Valeria Cartolaro, La spia che amava è uno di quei libri che, prima ancora di iniziare, ti fanno chiedere: “Ma davvero è successo tutto questo?”. E la risposta, incredibilmente, è sì.

Trama
Christine Granville, nata Krystyna Skarbek in Polonia, cresce in un ambiente aristocratico ma instabile, segnato da contraddizioni e difficoltà economiche. Spirito libero, indipendente e insofferente alle convenzioni, allo scoppio della guerra decide di non restare spettatrice. Si mette al servizio della Gran Bretagna e diventa una delle prime donne a operare come agente speciale.
Le sue missioni la portano attraverso territori occupati, montagne innevate, confini sorvegliati e reti clandestine di resistenza. Usa l’intelligenza, la capacità di improvvisazione e anche il proprio carisma per ottenere informazioni vitali, salvare compagni di missione e sabotare i piani nemici.
Ma la storia non si ferma all’eroismo bellico: Seguiamo Christine anche nel dopoguerra, quando la gloria svanisce e resta una donna che ha dato tutto per una causa che sembra averla dimenticata.
Assolutamente certi che saremmo morti il giorno dopo; era tutto finito, questa era la fine.
Recensione
Il merito più grande di Clare Mulley è quello di restituire complessità a una figura che rischiava di essere ridotta a una, leggenda. Christine non è solo una “spia affascinante” ma una donna piena di contraddizioni: impulsiva, passionale, talvolta difficile, spesso solitaria.
La scrittura è solida, ben documentata, si percepisce il lavoro di ricerca dietro ogni capitolo. Non c’è spettacolarizzazione gratuita: anzi, a tratti il ritmo è volutamente misurato, quasi sobrio. Questo può rendere alcune parti meno scorrevoli, soprattutto quando entrano in gioco dinamiche politiche o dettagli operativi. Però è proprio questa precisione a dare credibilità al racconto.
Quello che colpisce davvero è il contrasto tra la grandezza delle azioni compiute durante la guerra e l’amarezza del dopoguerra. È una parabola potente: dall’eroismo alla marginalità, dalla celebrazione alla dimenticanza. E l’epilogo tragico e profondamente ingiusto lascia una sensazione di vuoto che rimane anche dopo aver finito la lettura.
C’è un aspetto del libro che merita un discorso a parte, ed è il modo in cui Mulley affronta il tema dell’identità. Christine Granville non è solo una spia che cambia nome per necessità operativa: è una donna costretta a reinventarsi continuamente, a vivere tra nazioni, lingue e appartenenze diverse. Polacca di nascita, agente al servizio della Gran Bretagna, figura quasi mitica per la Resistenza francese. Eppure alla fine straniera un po’ ovunque. Questa dimensione di sradicamento attraversa,, tutto il libro come un filo sotterraneo. Non è sempre dichiarata apertamente, ma si percepisce.
La guerra le offre uno scopo, una direzione, perfino un riconoscimento. Nel caos del conflitto, le sue qualità trovano spazio: il coraggio diventa necessario, l’audacia viene premiata, la sua capacità di muoversi ai margini è un vantaggio. Ma nel dopoguerra, quando il mondo torna (o prova a tornare) alla normalità, quella stessa irregolarità diventa un problema. È quasi doloroso leggere le pagine in cui si percepisce lo scarto tra la grandezza di ciò che ha fatto e la banalità delle difficoltà quotidiane che si trova ad affrontare.
Mulley non indulge mai nel vittimismo, ma lascia che siano i fatti a parlare. E i fatti raccontano una storia che va oltre il singolo destino: parlano di come la memoria collettiva selezioni, dimentichi, semplifichi. Di come certe figure vengano celebrate solo a posteriori, quando ormai non possono più beneficiarne. È forse questo il nodo emotivo più forte del libro: la consapevolezza che l’eroismo non garantisce protezione, né felicità, né giustizia.
Alla fine, La spia che amava non è soltanto la biografia di una donna straordinaria. È anche una riflessione, nemmeno troppo velata, su quanto fragile sia il confine tra gloria e oblio. E su quanto sia importante continuare a raccontare queste storie, prima che scivolino via del tutto
Non è una lettura “leggera”, ma è una lettura necessaria. Soprattutto oggi, quando si parla tanto di figure femminili forti senza sempre conoscere quelle che hanno davvero rischiato tutto.
Il libro lo trovate QUI.
L’autrice
Clare Mulley è una storica e biografa britannica specializzata nel raccontare vite di donne straordinarie spesso rimaste ai margini della narrazione ufficiale. Il suo approccio unisce rigore accademico e sensibilità narrativa: non si limita a elencare fatti, ma cerca di comprendere le motivazioni, le fragilità e il contesto umano delle sue protagoniste.
Con La spia che amava ha contribuito in modo decisivo a riportare alla luce la figura di Christine Granville, restituendole il posto che merita nella memoria storica europea.
È un libro che consiglio a chi ama la storia vera, quella fatta di scelte difficili e di persone imperfette ma straordinarie. Non è un thriller, anche se a volte sembra esserlo. È qualcosa di più silenzioso, forse, ma anche più duraturo.
E alla fine resta una domanda che continua a tornare: quante altre storie come questa non sono ancora state raccontate e forse non lo saranno mai? Specialmente riguardo le donne, purtroppo e troppo spesso colpite da un mondo patriarcale che così facendo, non si rende nemmeno conto di colpire il proprio genere.



