Mission Impossible – The Final Reckoning… se già il titolo sembrava bastare a suggerire che si trattasse dell’ultima avventura di Ethan Hunt, a incrementare tale sensazione vi è anche l’età di Tom Cruise e la crescente sensazione che l’era dei blockbuster tutti spara e picchia sia oramai conclusa.
Ma siamo davvero certi che si tratti di un semplice prodotto di massa confezionato per far svuotare la testa a qualche milione di spettatori per una manciata di ore (quasi tre in questo caso)? Nelle righe a seguire tenteremo di rispondere a tale quesito, riflettendo sull’esito del progetto e sul ruolo all’interno dell’odierno scenario audiovisivo.

Se dovessimo rispondere seccamente alla domanda, la risposta più banale e spietata che potremmo dare sarebbe: sì, si tratta precisamente di quel tipo di prodotto audiovisivo orgogliosamente appartenente alla categoria dei kolossal da pop corn, che, più che far riflettere, tentano piuttosto di lavorare lo spettatore sui due aspetti che differenziano il cinema dalla letteratura, ovvero audio e immagine.
L’ultima fatica di Christopher McQuarrie – regista inevitabilmente guidato in ogni mossa dall’ingombrante figura di Cruise – è infatti un tripudio di sequenze di azione dal coefficiente di difficoltà elevatissimo, la cui quantità ed efficacia rappresenta già di per sé un elemento di pregio da segnalare, per alcuni in grado di giustificare da solo il costo del biglietto.
E di biglietto ci troviamo a parlare poiché, in questo caso più che mai, appare difficile consigliare di entrare in un tale caleidoscopio audiovisivo se non attraverso la poltroncina di un cinema, dato che una visione in streaming sul proprio divano rischierebbe di disinnescare violentemente la gran parte (per non dire la totalità) delle virtù contenute nei 171 minuti di durata.
Tanta forma e poca sostanza? Un’occasione sprecata
L’ottavo capitolo della saga è dunque l’ennesima dimostrazione di quanto l’odierno panorama cinematografico stia lentamente mutando e di quanto, oramai, la visione in sala sia paradossalmente (ma neanche troppo) un requisito irrinunciabile quasi ed esclusivamente per quelle proposte visivamente sgargianti, a cui, spesso, difficilmente si accompagna una sceneggiatura e una drammaturgia di particolare complessità.

In questo caso in particolare, ancor più rispetto al capitolo precedente – all’interno del quale l’affascinante tema dell’intelligenza artificiale pareva aver donato dei piacevoli risvolti sia alla componente action, che di riflesso a quella socio-politica (a differenza di questa seconda parte, in cui l’AI vede ridotta ai minimi termini la reale influenza su esiti e svolgimenti della narrazione) – la trama appare come un accennato sottofondo utile quasi ed esclusivamente a giustificare le rocambolesche peregrinazioni dell’agente Hunt, il quale assomiglia sempre più da vicino ad un vero e proprio supereroe a cui affidarsi ogni qualvolta il raziocinio e la logica sembrerebbero suggerire di gettare la spugna.
Menzione di disonore per il ‘famigerato’ villain che si affianca all’Entità (il nome con cui viene chiamata la spietata AI nel film), interpretato Esai Morales, che sembrerebbe provenire direttamente da una sciatta richiesta fatta a ChatGPT del tipo: “Scrivimi un cattivo di un film d’azione che ricordi da vicino un villain qualunque di un qualunque film degli anni novanta in cui si parla di bombe atomiche e conquista del mondo intero. Ah… mi raccomando niente carisma e personalità eh…“.

Il risultato è un film tanto modesto sul piano della proposta narrativa, quanto spettacolare (termine tanto banale quanto aderente in questo caso specifico) quando si tratta di deliziare lo spettatore assetato di azione. In tal senso, al netto di alcuni momenti in cui più che all’interno del terreno dell’impossibile ci sembrava di essere in quello della comicità involontaria, gli appassionati avranno pane per i propri denti, dato che ci siamo trovati di fronte ad alcune delle sequenze e delle inquadrature più riuscite dell’intera saga, a cui tuttavia, come specificato in precedenza, occorrerà necessariamente la sala cinematografica per esplicitare a pieno il proprio potenziale.


