Nikolai Prestia dopo il successo di Dasvidania, torna in libreria a settembre 2024 con il romanzo di narrativa contemporanea La coscienza delle piante, edito Marsilio Editori. Ne abbiamo parlato all’inizio di novembre in questa recensione e oggi vi proponiamo l’intervista all’autore.

Ciao Nikolai e benvenuto su NerdPool!
Il titolo del libro, La coscienza delle piante, è affascinante e particolare. Cosa ti ha ispirato nella scelta di questo titolo e come si collega alla storia che racconti?
La coscienza delle piante è un titolo che mi porto dal 2015. Una sera stavo fumando nervosamente una sigaretta, e nel buttarla nel terriccio di una piantina di basilico, dissi a voce alta “Vattene lì, nella coscienza delle piante”. Da qui nasce il titolo, che non posso però spiegare poiché significherebbe svelare una parte del libro. Di certo, posso dire che ha a che fare con una doppia promessa.
Nel libro, il protagonista Marco affronta un’intensa crisi psicologica. Qual è il tuo pensiero riguardo alla crescente attenzione sulla salute mentale, specialmente tra i giovani, e alla pressione sociale che può portare a situazioni estreme come il suicidio?
Io penso che la salute mentale non sia trattata per come dovrebbe. Anzi, oserei dire, che è una problematica volutamente ignorata, poiché prenderne consapevolezza sociale e istituzionale significherebbe rivedere le spese sanitarie. Diversi studi prevedono che entro il 2030 la salute mentale sarà la prima emergenza medica mondiale, e di fatto, nel nostro Paese le istituzioni non stanno agendo. Tra cinque anni per arginare l’emergenza della salute mentale, soltanto per questa emergenza, serviranno gli stessi soldi che attualmente vengono destinati per tutta la sanità annualmente nel nostro Stato. Rendiamoci conto di ciò. La pressione sociale è sempre più evidente, non soltanto a livello scolastico o accademico, ma anche a livello lavorativo. Non a caso tanti giovani si stanno licenziando dai lavori sottopagati o fonte di forte stress, per valutare nuove possibilità.
Marco sembra essere intrappolato in un conflitto interiore. C’è qualcosa di autobiografico nel personaggio o nella sua esperienza? Ti rivedi in qualche aspetto del suo percorso?
Io non sono stato uno studente brillante, a differenza di Marco. Ho avuto le stesse difficoltà di Marco nell’accettare alcune situazioni tendenti al fallimento, ho faticato, come faticano in tanti, a cercare di non restare inglobato nella paura di accettarmi, e di mostrarmi per quello che ero, all’epoca dell’università.
Nel tuo precedente libro, Dasvidania, e nel più recente, La coscienza delle piante, emergono temi profondi e complessi. C’è un filo conduttore tra queste due opere? Pensi che entrambi i romanzi riportino pezzi della tua vita, anche se narrati attraverso storie apparentemente separate dalla tua?
Credo che tanti scrittori, pur non volendo, riportano nei libri parti della propria vita, anche solo come piccoli aneddoti. Dasvidania è un’autobiografia leggermente romanzata, dove cerco di rielaborare alcuni ricordi del passato. La coscienza delle piante è un romanzo di fantasia, una storia inventata dove cerco di raccontare il mondo accademico, le pressioni sociali che comportano forte stress e che spesso ribaltano alcuni saldi rapporti familiari, o amicizie, attraverso tutto ciò che ho appreso durante i miei anni da studente, osservando soprattutto gli altri colleghi, e leggendo diverse notizie di cronaca, che spesso, e sempre più, continuano a riportare notizie di studenti e studentesse che si tolgono la vita.
Il tema della pressione sociale è centrale nel libro. Pensi che il contesto sociale e le aspettative esterne abbiano un impatto significativo sul benessere psicologico dei giovani?
Il contesto sociale determina parte di ciò che siamo come persone, ciò implica che esso determina anche le nostre capacità di reazione a stimoli interni ad esso, ed esterni. Se si vive in un contesto sociale, come quello attuale, che sembra pretendere il massimo, il rischio è quello di non riuscire ad accettare i passi falsi, creando delle crepe nelle proprie certezze, mettendo tutto in discussione in senso negativo, svalutando se stessi. Certamente la salute mentale risente, in grande parte, delle pressioni sociali e delle attese. Non è l’unico fattore, ci sono tante dinamiche sociali e non, ma è senz’altro sempre più rilevante nelle diagnosi di alcune patologie come ansia generalizzata, attacchi di panico, anoressia e così via.
Marco affronta la sua lotta interiore in modo molto personale. Pensi che la società stia iniziando a riconoscere l’importanza di supportare la salute mentale, o c’è ancora molto lavoro da fare?
Credo che, e me ne assumo le responsabilità, che come detto sopra, la società non sta facendo nulla di concreto. In Italia, per dirne una, non esiste un protocollo per prevenire il suicidio, problematica, irrimediabile, strettamente collegata alla salute mentale. Viene tutto lasciato alle associazioni, quasi esclusivamente di volontariato, quindi alle buone intenzioni di cittadini privati. Il Telefono Amico, nel 2023, ha ricevuto più di settemila chiamate da parte di persone che volevano togliersi la vita: se non ci fossero queste realtà, gestite da persone comuni, non specializzate in materia -seguono corsi di preparazione, ma siamo lontani dalla figura di uno psicologo o psichiatra per conoscenza completa della materia- adesso avremmo probabilmente non più la media di quattromila sucidi all’anno, ma circa undicimila. No, non si sta facendo nulla, si lascia bollire il tutto sui social, con sfoghi di sempre più persone che raccontano la loro storia, ma ciò non basta. La società sembra dirci, parlo sempre della realtà italiana, “risolvetevela da soli”. Costi, organizzazione, consapevolezza della problematica e mancanza di senso della collettività sono i muri da scardinare per poter iniziare a parlare di azione verso la problematica della salute mentale.
Nel libro, ci sono momenti di solitudine e riflessione che sembrano cruciali per la crescita del protagonista. Qual è il ruolo della solitudine nel processo di guarigione e auto-scoperta?
La solitudine può essere un’arma a doppio taglio. Se è vero che permette di conoscere se stessi fino in fondo, allo stesso tempo rischia di diventare una cattiva abitudine. Non deve essere una scelta assoluta, ma come un tempio nel quale rifugiarci per prendere respiro e piccole pause, e per analizzarci senza un flusso esterno. L’importanza di stare con le persone che ci vogliono bene è di fondamentale importanza, credo possa aiutare più della solitudine, a patto che il dialogo sia presente, e che i pregiudizi invece siano assenti. La solitudine può essere anche l’unica via che si crede di avere a disposizione, se non si riesce a stare bene con gli altri, ed in questo caso è tendenza certamente nociva.
Ci sono autori o esperienze che ti hanno ispirato particolarmente mentre scrivevi La coscienza delle piante? In che modo hanno influenzato la narrazione?
Sicuramente leggere i libri di Daniele Mencarelli mi ha permesso di visualizzare alcune
dinamiche della salute mentale. Come anche i grandi autori classici, tra cui Dostoevskij, in particolare con Memorie dal Sottosuolo. Mi hanno ispirato più le canzoni, come quelle dei The Voidz (Did my best) o degli Strokes (non potrei mai finire l’elenco con loro) o Radiohead.
Guardando al futuro, hai già in mente nuovi progetti? Stai pensando di esplorare temi simili o stai prendendo una direzione completamente diversa?
Sì, sto lavorando al prossimo libro. Silenzio assoluto in merito.
Cosa speri che i lettori possano portarsi dietro dopo aver letto il libro, soprattutto in relazione ai temi della salute mentale e delle difficoltà esistenziali trattati nel romanzo?
Vorrei che i figli capissero che è normale fare dei passi falsi, che nessuno sta correndo contro di loro, che il tutto è il riflesso di una società che viaggia a una velocità folle: perfino i vocali su Whatsapp si ascoltano al 2x. Che bisogna prendersi il proprio tempo, ciascuno è singolare nella sua essenza, e per fare la stessa cosa di Tizio, Caio può impiegare più tempo o meno, e va bene lo stesso. Che non è vero che conta solo il risultato, conta più invece il percorso, e che non siamo numeri, ma un nome e un cognome, e bisogna prendersi cura di ciò che siamo. Per i genitori che leggeranno il libro, spero possano rendersi conto di quanto alcune parole, in determinati contesti, seppure innocenti nelle intenzioni, possano condizionare i figli nell’aprirsi. E che bisogna smettere di paragonare i figli propri agli altri, pensando esclusivamente al benessere nel presente, che è l’unica vera condizione necessaria per un futuro luminoso.

