In occasione di un suo workshop alla Scuola Comics di Milano, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Sara Pichelli, disegnatrice internazionale al lavoro per Marvel Comics dal 2008. Negli anni successivi ha raggiunto una grande notorietà come co-creatrice del personaggio di Miles Morales, il nuovo Spider-Man dell’universo Ultimate, oggi amatissimo dai fan di tutto il mondo e divenuto un personaggio iconico per le nuove generazioni. Di recente, ha lavorato sulla serie di Scarlet Witch e su alcune storie brevi, compreso l’ultimo crossover Marvel/DC in uscita nelle prossime settimane.
Ciao Sara e benvenuta su NerdPool. Negli ultimi anni hai sempre lavorato per Marvel Comics su tanti progetti diversi, ma, prima di andare nello specifico, volevamo fare un passo indietro e chiederti come sei approdata in Marvel e qual è stato il tuo primo impatto con l’editoria americana.
Era il 2008 ed ero tra i vincitori del Chesterquest, un contest mondiale indetto dalla Marvel, e i vincitori ottenevano una pubblicazione. In questo modo, ho potuto fare un primo lavoro con loro e poi, piano piano, mi hanno affidato qualche tavola su diverse storie e mi sono fatta strada. Comunque, l’impatto è stato un po’ traumatico perché lì c’è un mercato estremamente dinamico, con scadenze sempre strette, tutto era in un’altra lingua, per la prima volta era tutto in inglese, e dovevo parlare con persone che erano dall’altra parte dell’oceano, però con il tempo ho iniziato ad abituarmi.

Nel 2012, invece, hai co-creato Miles Morales con Brian Michael Bendis, un personaggio che negli ultimi anni è uscito sempre più dai fumetti, arrivando a un pubblico vastissimo. Che ricordi hai dell’ideazione del personaggio e pensavi che potesse avere questo impatto positivo?
In realtà, la co-creazione del personaggio l’ho vissuta come un normale progetto. Vedevo in qualche modo un margine di azzardo perché si stava raccontando la morte di Ultimate Peter Parker e la sua sostituzione con un altro eroe, quindi un pochino di ansietta c’era. Ma probabilmente nessuno poteva immaginare quello che poi sarebbe diventato Miles. Io, Brian e tutto il team Marvel, compreso Joe Quesada, vedevamo la portata innovativa e la potenza del personaggio e la storia ci piaceva. Secondo me, era il momento giusto sotto tanti punti di vista. Forse la Marvel aveva visto più lungo di noi, ma questo è difficile dirlo, è sempre una scommessa, ma non penso che immaginassero di avere un instant classic tra le mani.
Abbiamo visto Miles arrivare nell’animazione e nei videogiochi: ti piacerebbe vederlo in qualche altro contesto, magari con un attore per l’MCU e, nel caso, ti sei mai immaginata un volto ad interpretarlo?
Io dico sempre che vorrei un volto non famoso, quindi un attore non conosciuto. Miles ha vinto perché era una storia nuova, non portava con sé l’ego di niente. Pur raccontando la storia dell’Uomo Ragno, perché era comunque una sua versione alternativa, secondo me la sua potenza era proprio che raccontava una storia nuova. E la stessa cosa dovrebbe essere nei film. Non dovrebbe essere niente di già visto, un attore che arriva e fa Miles. Io ci spero davvero.

Nel 2014 sei stata inserita tra le Marvel Young Guns, i nuovi talenti su cui puntare per il futuro, e nel corso degli ultimi anni abbiamo visto sempre più artisti dall’Italia in questa lista, che ora ha preso il nome di Marvel’s Stormbreakers. Come ti spieghi questa crescente attenzione degli editori americani verso la nostra scuola di fumetto?
Vero, siamo un po’ ovunque. Credo che ci sia proprio una qualità indiscutibile che viene dall’Italia, non solo nel fumetto, ma ora restiamo in questo ambito. Tutti quelli che conosci e che adesso sono su vari titoli, hanno degli stili molto particolari, sempre accattivanti, sono estremamente precisi nelle scadenze, e questo credo faccia proprio la differenza. È vero pure che ultimamente c’è un’apertura all’Europa in generale e all’Asia, quindi rimane lo zoccolo duro dall’Italia, ma ora si tende ad andare verso l’altro lato, verso uno stile un po’ più vicino al manga. Sono contenta di questo, anche se un pochino dobbiamo tremare.
Ad aprile uscirà negli USA l’albo speciale Spider-Man/Superman che vede la presenza di una tua storia breve, sempre su sceneggiatura di Bendis e, se non andiamo errati, è la prima volta che ti trovi a lavorare su un personaggio della DC. Che sensazioni hai provato nel disegnare Miles al fianco dell’eroe forse più famoso di sempre?
Sì, una piccola storia con Miles. Essendo esclusiva Marvel, nonostante la corte la DC me la faccia ovviamente da sempre, non ho mai potuto lavorare con loro, quindi per me è stato super divertente. Quando mi hanno detto se volevo fare questo lavoro ho pensato subito “Certo, sennò quando mi ricapita di disegnare Superman”. Ero troppo felice, la mia è una storia breve, insieme a tante altre, però Brian ha colto quella dolcezza tipica di Miles, e ha fatto in modo che l’incontro con Superman non fosse, ad esempio, la brutta copia dell’incontro con Spider-Man. Mi è piaciuto molto, è semplice ma ad effetto.

Dicevi che DC ti ha sempre fatto la corte, ma c’è un loro personaggio sul quale ti piacerebbe lavorare in modo particolare?
Allora, a me piacciono i cattivi della DC, quindi, tra i cattivi, quello che mi dai mi piace. Ad esempio, non mi vedo molto su Batman, ma lo potrei disegnare. Non è un personaggio che ho mai seguito proprio a livello artistico, ma lo potrei fare serenamente. Wonder Woman, sarebbe molto bello, o Harley Quinn, però nella versione più classica, non quella degli ultimi anni. Ma comunque la DC ha dei personaggi molto belli, quindi ci sarebbe l’imbarazzo della scelta.
Come abbiamo anche accennato per Miles, il legame tra cinema e fumetto si è fatto sempre più stretto e tu hai avuto modo di lavorare su una storia che ne è l’esempio perfetto, ovvero Spider-Man: Linea di Sangue, scritta da J.J. Abrams e Henry Abrams. Come ti sei trovata a lavorare su questa miniserie? Hai trovato qualche differenza nell’approcciarsi a una sceneggiatura forse “più cinematografica”?
Ti rispondo subito all’ultima domanda. La sceneggiatura, seppur filtrata dal lavoro dell’editing Marvel, si sentiva che era diversa dal solito. È vero che in gran parte era scritta dal figlio Harry, perché era lui il vero appassionato, ma sicuramente anche J.J. ci avrà messo il suo zampino. Si vedeva proprio che aveva su alcune cose una scrittura che a volte facevo anche un po’ fatica a seguire. Per esempio, ricordo che si parlava di beat. Il beat è una cosa che si usa molto negli script del cinema e sono l’unità di misura più piccola del ritmo: beat, scena, sequenza.
Quindi trovavo scritto “qui il beat è più comico” quando magari stavo facendo la scena del funerale e pensavo che mi stesse sfuggendo qualcosa. In ogni caso, la Marvel ha fatto un gran lavoro nell’aiutarmi a riorganizzare le sceneggiature. Infine, riguardo al lavoro, la cosa più memorabile è stata più l’idea di lavorare con Abrams, che il progetto in sé. Purtroppo, c’è stato di mezzo anche il Covid che ha diluito le uscite e smorzato l’entusiasmo e l’impatto che la storia poteva avere.

Tra i primi lavori su Miles Morales e gli ultimi, come la serie di Scarlet Witch, si nota una grande evoluzione nel tuo modo di disegnare. Su cosa hai lavorato per poter migliorare ancora il tuo stile nel corso degli anni?
Non credo si tratti di qualcosa di specifico. Penso che l’evoluzione avvenga in base a tanti fattori. Mi rendo conto che, se magari 15 anni fa quando facevo Miles mi concentravo molto sull’espressività dei personaggi o sul look e sul linguaggio del corpo, adesso mi diverto molto a cercare un segno, una china diversa. Quindi credo sia più una questione di dove soffermare l’attenzione nel tuo lavoro. Ora mi diverto a vedere un po’ il segno, a come cambiarlo. Non che abbia abbandonato tutto il resto, ma mi concentro più su quello.

Vista la tua lunga esperienza di lavoro negli Stati Uniti c’è qualche consiglio in particolare che daresti a un giovane fumettista che oggi vorrebbe lavorare oltreoceano?
Oggi è difficile dare un consiglio, perché quando io ho iniziato a lavorare il mercato era completamente diverso. Non c’erano i social, Facebook era appena nato, mentre ora c’è molta più saturazione e molta più richiesta, il lavoro è molto più sdoganato, quindi tanti vogliono fare i fumetti, che adesso è figo, no?
Sicuramente bisogna essere il più consapevoli possibile di cos’è e qual è il mercato, e cercare di essere il più centrati possibile, che significa tutto e niente, ma vuol dire concentrarsi sul proprio lavoro, la propria evoluzione, quindi su dove si vuole andare, per chi si vuole lavorare, come proporsi, quando essere presente, usare l’esserci come non esserci, cercare di non dipendere troppo dai social come vetrina, perché poi in realtà non si fanno lì le carriere. Quindi, insomma, è difficilissimo dare consigli, ne parlavo poco fa con i ragazzi [ndr: durante il workshop], si tratta di tenere tante cose in equilibrio. Prima era più facile rispetto ad adesso, quindi faccio il mio in bocca al lupo alle nuove leve.



