Russell Crowe e Rami Malek nel duello mentale che non ti aspetti
Capisci di essere di fronte ad un film che ha qualcosa da dire quando ti ritrovi il Venerdì sera in una sala piena, nonostante tu non sia ad una proiezione legata ad una produzione Marvel, Star Wars o di James Cameron
Norimberga non ci porta subito nell’aula di tribunale che tutti conosciamo dai libri di storia. Il regista James Vanderbilt (Zodiac, Truth) sceglie una strada diversa, basandosi sul saggio Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai. La storia si concentra sul Tenente Colonnello Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito USA con una missione impossibile: entrare nella mente dei gerarchi nazisti detenuti nel centro di Ashcan per capire se sono idonei al processo. Il suo paziente principale sarà il numero due del Reich, Hermann Göring (Russell Crowe). Tra i due inizia una partita a scacchi mentale dove il confine tra medico e paziente, tra bene e male, diventa sempre più labile.

Russell Crowe: Il Gladiatore in versione Nazista
Russell Crowe è il motivo principale per pagare il biglietto. La sua interpretazione di Hermann Göring è colossale, sia fisicamente (grazie a un trucco prostetico impressionante) che scenicamente. Crowe evita la macchietta del nazista urlante per regalarci un villain colto, affabile, ironico e spaventosamente seduttivo. Il film lavora su un concetto terrificante: il fascino del male. Il suo Hermann Göring non è un mostro da fumetto, ma un manipolatore geniale che, ripulito dalla dipendenza da paracodina, ritrova una lucidità tagliente capace di mettere in scacco l’accusa. È una performance da Oscar che ci ricorda perché Russell Crowe è uno dei giganti di Hollywood: ti costringe a guardare l’umanità dentro l’orrore, e la cosa ti farà sentire a disagio.

Rami Malek: quando il Male fa breccia
Se Russell Crowe è la roccia, Rami Malek è l’acqua agitata che vi si infrange contro. La sua performance nei panni dello psichiatra Kelley è l’elemento più umano del film.
Douglas Kelley è un soldato che arriva carico di progetti ed idee (non tutte nobili) ma che dovrà fare i conti con quel concetto della banalità del Male che verrà compreso anni dopo i fatti raccontati dal film. Rappresenta in maniera efficace un uomo che pezzo dopo pezzo perderà il contatto con la realtà, toccando il male assoluto, scoprendo un concetto fino a quel momento sconosciuto: non ha di fronte mostri o demoni nel senso narrativo del termine, ma uomini come lui che cercano di giustificare e contestualizzare il loro operato, anche di fronte a crimini senza eguali nella storia contemporanea dell’umanità.

1945 o 2025?
Norimberga non è il classico film sulla Seconda Guerra Mondiale che si limita ai fatti narrati all’interno della produzione cinematografica.
È un film che parla, neanche troppo velatamente, all’oggi. I discorsi di Hermann Göring su come si manipolano le masse, sulle fake news e sul vittimismo dei carnefici suonano inquietantemente attuali, così come l’analisi sulla debolezza delle democrazie e di come possa questo spingere le masse verso la figura del potere forte suona inquietantemente attuale.
Il film vanta anche un cast di supporto di lusso, con un Michael Shannon (nel ruolo di Robert Jackson) che funge da bussola morale solida e necessaria, e un Richard E. Grant impeccabile come controparte britannica che ricoprirà un ruolo determinante nella partita a scacchi tra Hermann Göring da un lato e Robert Jackson con Douglas Kelley dall’altro.
Visivamente freddo e curatissimo, è un film che osa spostare l’attenzione dal crimine alla psiche del criminale, con il messaggio neanche troppo implicito che quanto accaduto potrà sempre riaccadere se non fermato in tempo.
