Dopo anni di assenza, Wim Wenders torna dietro la macchina da presa con un film che difficilmente si stacca dagli occhi e dall’udito di chi riesce a vederlo e sentirlo in profondità. Nell’introduzione di Chambre 666, il documentario girato a Cannes nel 1982 dove interrogava i colleghi sulla condizione del cinema, chiedendosi e chiedendo loro se fosse un linguaggio che sarebbe andato perduto, il regista tedesco si diceva intrigato dal fatto che ad ogni suo ritorno al Festival, lungo la strada, scorgesse lo stesso albero, e che nonostante il passare del tempo e degli anni quell’albero rimanesse sempre lì.
Si può pensare dunque che quell’albero fosse suo amico, così come quello del film lo è per Hirayama – un Kôji Yakusho strepitoso -, ma anche che la ciclicità del tempo ritrovato e rinnovato, in opposizione alla consequenzialità del tempo lineare e cronologico, rappresenti la spinta vitale e l’anima autentica di Perfect Days, oltre che naturalmente della poetica del suo autore. “Adesso è adesso, la prossima volta è la prossima volta”: la ripetizione e il ritorno – nonché l’affezione morbosa del protagonista verso gli oggetti e le abitudini del passato – sono qui sinonimo di ritrovare piuttosto che di rifugiarsi, e di (ri)vivere il momento invece di aspettarlo o, peggio ancora, programmarlo nel futuro.

In un’epoca nella quale le immagini hanno preso il sopravvento generando una specie di venerazione religiosa e incondizionata, Wenders ne approfitta per continuare ad indagarne l’essenza e soprattutto per mostrarne provocatoriamente l’estasi dell’assenza; come in Lisbon Story le rovescia, le (e ci) riflette, addirittura le restringe, in un (formato) 4:3 quasi asfissiante eppure di larghissime vedute nell’inquadrare anche i dettagli più (in)significanti della vita quotidiana. Non si tratta di un vezzo nostalgico, bensì di rivitalizzazione delle immagini e, inevitabilmente, di quel linguaggio del cinema che egli stesso si preoccupava potesse un giorno andare perduto.
Poggiando sulla propria storica e interminabile ricerca e scegliendo il mondo della quiete meditativa in contrapposizione a quello della frenesia contemporanea – anche cinematografica, infatti si sprecano i riferimenti al cinema muto -, il regista dà vita ad un’operazione audace e rivoluzionaria. Vediamo susseguirsi azioni semplici e intangibili rituali, accompagnati da una colonna sonora appiccicata al minimalismo della messa in scena, che esplode con incontenibile e commovente potenza nella sequenza finale dove Hirayama affronta di nuovo una nuova alba – segnata da un lisergico sole arancione che Wenders dapprima fa riflettere sul personaggio e poi quasi evoca in maniera poderosa -, un nuovo giorno e una nuova vita.




