Predator: Badlands si prepara a rivoluzionare la leggendaria saga di Predator con due scelte inedite e coraggiose. Dan Trachtenberg torna alla regia dopo il successo di Prey (2022) e Predator: Killer of Killers (2025), firmando un nuovo capitolo che segna una svolta per il franchise. Il film, il settimo della serie, segue le vicende di un giovane Yautja di nome Dek (interpretato da Dimitrius Schuster-Koloamatangi) e di una sintetica della Weyland-Yutani, Thia (Elle Fanning), impegnati in una lotta contro una serie di pericolosi avversari. I trailer promettono un universo visivamente spettacolare, popolato da creature mai viste prima e carico di azione mozzafiato, oltre a suggerire un possibile ponte verso un nuovo Alien vs. Predator. Ma ciò che rende Predator: Badlands davvero unico è il modo in cui infrange due tradizioni radicate nella saga.
Per la prima volta nella storia del franchise, un film di Predator riceve un rating PG-13 e ha come protagonista principale uno Yautja, non un essere umano. Tutti i precedenti capitoli erano infatti classificati R e ruotavano intorno a personaggi umani alle prese con il cacciatore alieno. Con queste due scelte, Predator: Badlands apre la strada a un’espansione della mitologia e a un rinnovamento dell’intera saga. Molti fan si sono mostrati diffidenti verso queste novità, temendo che la classificazione più “soft” possa smorzare l’essenza brutale del franchise, ma non c’è alcun motivo di preoccuparsi.
La minore violenza grafica è facilmente spiegabile: Badlands è il primo film della serie completamente privo di personaggi umani. Di conseguenza, non ci sarà sangue rosso o realismo cruento, ma piuttosto un livello d’azione più vicino a quello di altre opere sci-fi e fantasy. Dopo 38 anni di scontri sanguinosi, è naturale che Predator cerchi nuove direzioni: i duelli spettacolari non bastano più da soli a sostenere la narrazione. Prey aveva già dimostrato quanto una buona storia possa convivere con la giusta dose di azione, e Badlands sembra voler seguire quella strada, puntando sulla sostanza più che sulla violenza fine a sé stessa.
L’altra grande innovazione è l’introduzione di un Predator come eroe principale. Fino ad oggi, gli Yautja sono stati dipinti come cacciatori spietati, avversari inarrestabili e silenziosi, raramente approfonditi come personaggi. Con Badlands, la prospettiva si ribalta: per la prima volta conosceremo da vicino la cultura e le motivazioni di uno di loro. Attraverso Dek e la sua alleanza con Thia, il film potrà finalmente esplorare la mitologia degli Yautja, arricchendo il loro mondo con nuove sfumature e dando al pubblico un punto di vista inedito.
Trachtenberg, già artefice della rinascita del franchise con Prey, dimostra di avere una visione chiara: Predator non deve più ripetersi con la formula ormai logora del “cacciatore alieno che arriva sulla Terra e stermina umani uno a uno”. I primi film – dal classico del 1987 fino a The Predator del 2018 – avevano esaurito quella struttura, appesantita da trame sempre più deboli e da effetti speciali datati. Badlands, invece, sceglie di guardare avanti, costruendo una storia che mantiene il DNA originale ma si proietta verso territori narrativi completamente nuovi.
Il risultato è un film che offre una nuova base per il futuro del franchise: un racconto autoconclusivo, visivamente ambizioso e tematicamente più ricco. Il passaggio al PG-13 e il protagonismo di uno Yautja rappresentano rischi calcolati, ma anche opportunità per rinfrescare un marchio che aveva bisogno di evolversi. Meno sangue in cambio di una mitologia più profonda è un compromesso più che accettabile, soprattutto se può aprire la strada alla rinascita di Alien vs. Predator.
Se le prime reazioni positive saranno confermate, Predator: Badlands potrebbe segnare l’inizio di una nuova era per la saga. Dopo sei film e quasi quarant’anni, scuotere le fondamenta del mito di Predator non è una minaccia: è la decisione più intelligente che il franchise potesse prendere.


