Tra i successi editoriali degli ultimi anni, tutti firmati dalla penna di Tom King, alcuni di questi hanno visto la collaborazione, sul versante artistico, di Bilquis Evely ai disegni e Matheus Lopes ai colori. I due, saliti alla ribalta grazie al lavoro compiuto sulla miniserie Supergirl: La donna del domani, che verrà presto adattato in un film dei DC Studios nell’estate 2026, hanno ulteriormente stupito i lettori con l’incredibile comparto artistico di Helen di Wyndhorn, fantasy creator-owned edito in italia da Bao Publishing. Durante il Lucca Comics & Games, proprio in occasione della presentazione del volume, abbiamo avuto l’opportunità, insieme ad altre testate di settore, di intervistare i disegnatori a tutto tondo, soffermandoci tanto sul fumetto quanto sul processo creativo in generale.

Benvenuti, grazie per essere qua. La prima domanda è legata all’approccio verso Helen di Wyndhorn. È una storia che ha a che fare con un dramma familiare, ma ha anche un risvolto fantasy. Come si è adattato il vostro tratto e il vostro stile a questi due aspetti della storia?
Bilquis: Quando stavo per finire Supergirl, Tom mi ha chiesto se volessi continuare a lavorare con lui e che cosa volessimo fare. Io gli ho detto che qualcosa che fosse nostro mi avrebbe stimolato di più. Ho cominciato allora a domandarmi che cosa avessi voglia di disegnare. Mi sono resa conto di avere voglia di portare in superficie la mia passione per le piccole illustrazioni a latere dei vecchi libri, e le illustrazioni fantasy, e cose di questo tipo.
Ho creato una sorta di “mood board” di immagini e riferimenti che davano l’idea di quello che dovevo disegnare. Tom ha restituito rapidamente degli spunti narrativi che collegassero e creassero la storia. Questo è stato il canovaccio che abbiamo utilizzato. [Mateus aggiunge che] il lavoro è stato complementare e ci siamo dati dei parametri a vicenda per creare il setting di questa storia.
Matheus: Per la mia parte, come colorista, devo sempre mantenere lo stesso flusso, la stessa vibrazione scelti dallo sceneggiatore e dal disegnatore, quindi ogni storia avrà il suo universo cromatico, e devo creare qualcosa che completi il libro in questo stile. Per esempio, per il mondo reale ho usato colori più a terra, e pallette più limitate, perché creeranno un senso nostalgico, e perché la storia si svolge negli anni 30, negli Stati Uniti, quindi ho dovuto creare una pallette per evocare quel momento. Mentre ho potuto sbizzarrirmi nel mondo fantasy perché era in qualche modo la personificazione della creatività stessa.
Sempre a proposito della scrittura di Tom King, visto che gli ultimi due lavori sono stati fatti entrambi con Tom, il fatto di aver lavorato prima su Supergirl ti ha permesso di notare nella sua scrittura qualche imposizione, intesa come non completa libertà di scrittura, e magari di non avere una libertà creativa completa con Supergirl, e invece di averla con Helen di Wyndhorn?
B: In realtà no, mi sembra che abbiamo lavorato come processo tra noi due esattamente nello stesso modo e non ho notato delle particolari differenze nel suo modo di scrivere. [Il traduttore ha aggiunto alla domanda se scrive “full script”, quindi lo stile più tipico della DC rispetto a quello della Marvel, e Bilquis ha detto] sì, ci sono delle descrizioni purtroppo piuttosto esaustive che mi costringono a disegnare delle cose molto complesse e poi tutti i dialoghi.
M: Sì, quando lavoro con la DC, di solito, gli scripts quando ci arrivano sono già completamente rivisti e supervisionati dagli editor, anche perché è una loro proprietà. Quando abbiamo cominciato a lavorare su Helen abbiamo iniziato a lavorare su uno script non ancora revisionato da un editor, cosa che è avvenuta in una fase successiva quando la storia cominciava ad avere un’identità anche visiva.

Parliamo spessissimo del rapporto molto stretto che c’è tra lo sceneggiatore e l’artista, però in questo caso vorrei esplorare un po’ meglio quello che c’è tra l’artista e il colorista. Quanto è importante avere un buon feeling, una stessa visione con il colorista, che potrebbe avere problemi?
M: Abbiamo entrambi un metodo creativo molto preciso che non è interdipendente dall’altro anche se sono molti anni che lavoriamo insieme anche continuativamente. Per me è importante spiegare la differenza tra lavorare con lei e lavorare con qualcun altro. La differenza tra lavorare con lei e con qualcun altro è che conoscendoci molto bene ci “indoviniamo” a vicenda. Per esempio, ho parlato molto di più con Rafael Grampà con cui lavoro su Batman Gargoyle of Gotham che con Bilquis su Helen, perché per me la questione non è quante cose ci diciamo ma quante cose non abbiamo bisogno di dirci per capire come fare il lavoro migliore possibile.
Alla base di Helen di Wyndhorn c’è l’idea che in qualche modo ognuno di noi ha una storia che parte dai nostri genitori per arrivare a noi e che probabilmente verrà anche tramandata. Per Helen è una storia fantasy e avventurosa, nel vostro caso la storia quale sarebbe?
M: Penso che professionalmente sarebbe una storia molto noiosa perché sarebbe solo disegnare 10 ore al giorno, ma sì, colorare è sicuramente più rilassante di quello che fa Bilquis.
B: Per me è più drammatica perché disegnare fumetti è così difficile, sono sempre così ansiosa perché non so cosa sto facendo e a volte lavoro con il pennello che è molto difficile e non so cosa sto facendo, sembra che abbia scritto con la mano sbagliata, quindi penso che sia drammatica. Come avrai intuito è un equilibrio tra lo slice of life e il thriller di una persona che è costretta a lavorare con il pennello, e c’è l’elemento misterioso di non sapere mai quale sarà il risultato di quello che sto facendo.
Volevo riprendere quanto detto all’inizio sul fatto che esistono due mondi in quest’opera: uno reale e uno molto più fantasioso. Volevo capire come nascevano questi due e in particolare come nasceva in quello reale La Wyndhorn Manor che mi ha subito colpito visivamente.
B: Quando ho iniziato le ricerche per il libro si sono create una serie di ramificazioni indipendenti nelle varie direzioni in cui mi informavo (ambiente, vestiti ecc) perché è una storia che avviene negli anni ’30 e questo mi ha permesso di ricercare cose che non avevo previsto ma che ho potuto integrare, avendo pochissime restrizioni. Una delle caratteristiche che ho dato alla Wyndham Manor è di aver giocato molto col nero graficamente, come se la luce entrasse di taglio come nelle vetrate di una chiesa. In qualche modo questo si rifletteva nell’aspetto psicologico di Helen che, pensando sempre all’altro mondo, era come se venisse permeata dalla luce dell’altro mondo che entrava nella sua quotidianità.
M: Per me è un processo creativo opposto a quello di Bilquis. Non posso pianificare troppo prima, avevo questa idea delle due palette cromatiche completamente differenti per distinguere le due ambientazioni ma perché ho la forma mentis di chi è costretto a consegnare pagine su pagine: non sto colorando finché non sto colorando. Quindi in realtà mi do alcuni parametri iniziali dopodiché a mano a mano capisco le cose e codifico ciò che farò attraverso la storia. Però non posso permettermi di fare il lavoro come fa lei in costruzione, di darmi dei blocchi precisi all’inizio di parametri che manterrò. Lo scopro solo facendo quello che devo fare, è un lavoro molto improvvisato.
Nella costruzione del vostro stile e di una serie come Helen, quand’è che ci si ferma? Quando è troppo, o troppo poco? Banalmente solo considerando le scadenze o c’è altro?
B: Il vero problema è che con Helen noi non avevamo una deadline ed è per questo che ci abbiamo messo tre anni a fare questa serie. Ci ho messo 3 mesi a fare il lavoro di ricerca iniziale e a definire tutti i personaggi, mi sono così addentrata dentro questa cosa che Tom mi ha scritto “va tutto bene? ti serve una mano? hai bisogno che ne parliamo?” ma io gli ho detto “no, no, va tutto bene sto per consegnarti tutto quello che ti serve”.
La cosa buona del non avere scadenze è che ho potuto dedicare tutto il tempo di cui la pagina aveva bisogno, ad esempio dedicando una settimana intera a una pagina. Questo mi ha privato di quella tristezza in cui sei costretta a consegnare una pagina perché hai una scadenza ma non sei pienamente soddisfatta del lavoro compiuto.
M e B: il problema di lavorare su una serie mensile come ci succede quando lavoriamo per la DC è proprio il fatto che non è uno stile di vita molto salutare a volte. Le consegne sono così stringenti che non fai altro che quello finché non hai finito. Lavorare su Helen ci ha permesso di avere un ritmo sinceramente molto più sano anche dal punto di vista della consapevolezza del lavoro che stavamo facendo. [Bilquis ha aggiunto che] Sì, ad esempio potevo avere un weekend per lavorare, cosa che a volte quando sei sotto scadenza scompare completamente, e soprattutto non avevo quella sensazione delle volte che dovendo consegnare con un ritmo molto preciso, non è che tu stia lavorando per forza male, però hai molto poco chiara la consapevolezza del livello qualitativo delle cose, quindi stai mandando un batch di tavole e dici “saranno adeguate? andranno bene?” e poi appunto il tuo collega ha detto “sì, andavano bene, fidati”, però resta questo dubbio, mentre sei molto più in controllo della situazione quando stai lavorando qualcosa che ti consente di settare il ritmo
M: Io ho avuto una brutta sorpresa perché quando ho iniziato il primo numero ovviamente non era ancora stato pubblicato, quindi me la sono presa comoda. Con il numero 2 ho pensato di fare la stessa cosa con Supergirl, colorando due pagine al giorno, ma c’era troppo lavoro e non ce l’ho fatta. Stavo accumulando troppi ritardi e il terzo albo della miniserie è stato ritardato perché bisognava poter colorare tutto quanto. A questo punto l’editor ci ha detto “se tu puoi fare solo una pagina al giorno di colori probabilmente le uscite saranno diluite maggiormente nel tempo e le vendite potrebbero risentirne”, per fortuna essendo un titolo di cui controllavamo i diritti e il destino abbiamo potuto dire ci sobbarchiamo il rischio del danno ma vogliamo poter lavorare nelle migliori condizioni possibili [il traduttore scherza “quindi lei ha avuto il weekend ma tu non l’hai avuto”].

Ho un’altra domanda legata molto a quello che ha detto Matheus, che dovendo colorare questo fumetto si è trovato davanti una mole di lavoro molto diversa rispetto a Supergirl. A questo punto mi viene da chiedere cosa fosse cambiato nel lavoro di Bilquis che lo ha portato a dover lavorare così tanto?
C’erano più dettagli, più linee. Il mio lavoro quando coloro ogni artista è mantenere l’intenzione dell’artista, la stessa concentrazione per guidare gli occhi come l’artista ha composto la pagina e ho dovuto farlo mentre avevo centinaia di linee per pagina, quindi, richiedeva molto più lavoro.
Quali sono gli autori o anche i media che hanno ispirato entrambi nello sviluppo del proprio stile?
B: Per quanto riguarda il mio segno sono sempre stata appassionata del lavoro di Alex Raymond, creatore di Flash Gordon. Per quanto riguarda l’immaginario, anche fantastico, ho sempre avuto una passione per Moebius chiaramente, ma anche per il mondo di C.S. Lewis perché sono cresciuta con Narnia e ha influenzato la mia immaginazione. Devo dire anche Zelda, è stata la porta che mi ha fatto scoprire i mondi fantastici.
M: Quando ho cominciato ero influenzato da altri coloristi che ammiravo, come Dave Stewart, e Rod Haze. Crescendo sono stato più influenzato da pittori classici come Monet, Van Gogh e il giapponese Hiroshi Ushida. Figure che in qualche modo mi hanno permesso di espandere quello che potevo fare coi colori e l’intenzione è di portare sempre più emozione senza riferirmi e basta a chi ha già fatto questo lavoro prima di me.
Helen, come Le cronache di Narnia, sembra essere una fiaba che non rassicura come le classiche fiabe. Da un punto di vista del disegno e del colore, cosa si prova a creare una fiaba che deve generare inquietudine?
B: Per me è difficile rispondere perché disegno sempre in modo molto intuitivo, cercando di intuire cosa serve per restituire le giuste atmosfere. Qui c’è stata una varianza molto ampia dovendo giostrare molto nero o viceversa scene che poi necessitavano di una resa molto luminosa, giocando sul peso della linea e rispondendo di volta in volta alle esigenze di narrazione.
M: Il mio approccio è molto simile. Ricevo del lavoro già fatto da Bilquis e devo restituire ciò che si aspettano. Sono molto consapevole delle tecniche che utilizzo: saturazione, sfumature, sovrapposizione. Cerco però di avere un approccio simile a quello dei pittori, restituendo un’emozione che accentui il lavoro che mi è stato affidato. Cerco di infondere la mia anima sulla pagina.
B: Inoltre, sento il bisogno di far empatizzare chi legge con i personaggi. La loro recitazione, i loro sguardi, sono molto importanti e mi impegno molto a rendere al meglio queste sfaccettature d’animo dei personaggi. Helen molto spesso ha degli sguardi tristi, quasi da persona oppressa, ma ho cercato di rendere il fatto che sul fondo dei suoi occhi si intuisce che comunque cova anche della rabbia sotto le braci e questa cosa vale per lei, vale per suo nonno e per tutti i personaggi maggiori della storia perché io ho bisogno di creare una relazione tra chi ci leggerà e i personaggi di cui leggono, e credo che la loro recitazione sia il modo più potente per farlo.
Domanda per Bilquis: nei tre anni di preparazione è stato un lavoro tutto tuo o c’è stato dello scambio tra te e Tom, è stato un lavoro di gruppo? Dopo tutti questi anni c’è un design di un personaggio o di un’ambientazione della quale sei particolarmente orgogliosa e un altro invece che cambieresti?
La ricerca non l’ho mostrata a Tom, ma l’ho condivisa un po’ con Mateus perché lui aveva bisogno di avere un’idea dell’atmosfera e del colore che sarebbe servito, facendogli vedere in che direzione stavo orientando la creazione del mondo.
Gli aspetti di cui sono più fiera sono il modo in cui ho reso i personaggi, che rende giustizia alla loro complessità, li rende carismatici come voleva la narrazione e quindi questo è un lavoro che sento di aver fatto bene. Se c’è una cosa che rifarei diversa è la maledetta armatura di Helen perché dopo che l’ho fatta la prima volta mi sono detta “non esiste che io la possa replicare vignetta per vignetta” infatti, se andate a guardare, ogni volta levavo qualcosa, non sottraendo a poco a poco ma eliminando i dettagli che mi dava più fastidio disegnare in quel momento perché era impossibile renderla dinamica e accurata allo stesso tempo.
Come la tuta di Spider-Man. [ride]
[Risate]
Noi siamo abituati, nei fumetti di supereroi, ad associare la run a sceneggiatore e disegnatore. La vostra Supergirl è molto iconica ed è molto probabile che la versione cinematografica si rifarà a questa visione. Alla bambina che sei stata, questa cosa qua che effetto fa?
È abbastanza incredibile perché Supergirl l’ho fatto un paio di anni fa e ora sta diventando un film. Già solo il frame temporale è incredibile. Ho molta fiducia nel team creativo e ho una curiosità quasi infantile su cosa faranno.
Considerando che ha vinto l’Eisner Award, questo ti aprirà molte possibilità nel futuro. Questo vuol dire che non ti vedremo più su fumetti mainstream, perché probabilmente vorrai dedicarti solo a fumetti creator-owned?
Mai dire mai. Al momento sto riposando dopo Helen, e sto lavorando su tante cose non collegate ai fumetti. Comincio a domandarmi su cosa farò dopo. La vera differenza è che lavorare su una cosa tua, creata da zero, è più divertente, però onestamente dipenderà da quali saranno le proposte, le idee e le inclinazioni in quel momento. Ma al momento veramente non ne ho nessuna idea.

Tom King è probabilmente uno dei migliori scrittori in assoluto in questo momento. Mi sei sembrata molto a tuo agio, sia su Supergirl che su Helen, con le sue sceneggiature. Quanto ti è piaciuto lavorare come uno scrittore come Tom King? E qual è l’aspetto che più ti è piaciuto nel lavorare con lui?
Non mi sono sentita per nulla intimidata. Io credo che sia per il fatto che sia così bravo che ti rende facile fare le cose. In più ho capito lavorandoci che abbiamo una certa affinità di immaginario e quindi funzioniamo molto bene insieme. Non guasta il fatto che sia una persona squisita, e quindi non ho avuto nessun problema neanche di tipo personale con lui. La cosa buona di questa collaborazione è che non ho mai avuto paura.
Ricollegandoci un po’ alla domanda precedente. Visto anche come Helen di Windorn apre letteralmente a tanti mondi e che rimangono aperti tanti misteri, c’è da parte vostra una volontà di voler proseguire e di raccontare altre storie legate a questo mondo?
Voglia di sicuro. È un libro che ho così amato fare che non posso separarmi dalle tavole originali, fanno parte della mia collezione. Non è detto, non si sa, però di certo mi farebbe piacere lavorarci nuovamente.
Una domanda più “stupida”. Sia Helen che Supergirl, la prima volta che le incrociamo, le incrociamo in maniera abbastanza simile, in un momento di abuso di sostanze. E dicono sempre, perché appunto parlavamo del film, che per gli attori la cosa più difficile è recitare la parte dell’ubriaco in maniera credibile, senza esagerarlo. Volevo sapere se anche quando si disegna è complicato fare un personaggio così?
B: È stato difficile con Supergirl, intanto perché è stata una delle primissime pagine che ho disegnato e stavo ancora cercando di capire come utilizzare le linee per rendere bene la storia, quindi è stato un po’ imbarazzante mettersi in quei panni. Per Helen no, perché c’è una tale fluidità, un dinamismo ed è molto divertente renderla nei momenti in cui è intossicata in qualche modo. Quella è stata una parte assolutamente divertente.
M: Gli ubriachi per noi coloristi, zero problemi, basta fargli le guance più rosse e siamo pronti. Ma invece lei li fa molto bene.

Dicono che i cavalli siano la cosa più difficile da disegnare. Per voi cos’è la cosa più difficile da disegnare/colorare?
B: Per me sono i cani. Mi dispiace dirlo ma Krypto è stato difficile da disegnare, per questo ho fatto un sacco di foto al mio beagle, il problema è che Krypto in Supergirl non sembra un beagle! [ride]
M: Da pittore amo disegnare scene naturali, rendere la luce e la materia naturale. Ho un enorme problema a fare scene notturne urbane, soprattutto perché ho un enorme problema a immedesimarmi nella luce artificiale, che può essere un problemino non da poco per uno che colora due titoli di Batman, però è la cosa più difficile per me.
Siete tra gli artisti più riconoscibili di tutto il panorama mainstream americano, vorrei sapere se è stata una normale evoluzione da quando avete iniziato a disegnare e colorare? Quando avete capito (vi vedo come Daniel Warren Johnson e Mike Spencer, non vorrei mai vederli separati) o vi siete accorti che “mi piace quando colora i miei disegni” e “mi piace quando posso colorare i tuoi disegni”?
B: È stata una progressione molto naturale, volevo imparare a usare bene il pennello, che è uno strumento molto complesso da dominare, e questo ha imposto una direzione nel mio percorso di ricerca, che mi ha portato a quello che vedete oggi.
[Riguardo il lavoro con Mateus] Dopo aver finito il primo fumetto Dynamite, ho fatto una serie di copertine Valiant e seguivo già Mateus e ne ho apprezzato il lavoro. Così ho chiesto all’editor “non è che potremmo avere lui per colorare le mie copertine?” E così è stato.
M: Quando lei mi ha contattato non conoscevo il suo lavoro ma ne sono rimasto folgorato. L’ho accettato immediatamente, soprattutto perché era una cover e le cover erano cose che non facevo così spesso, quindi è stato doppiamente stimolante perché era un’ottima artista che mi stimolava ed era un lavoro su cover, inconsueto per me.
Per Supergirl, le sceneggiature di Tom erano molto specifiche e descrittive, mentre in Helen tu e Tom vi siete molto influenzati a vicenda. Quanta libertà hai avuto su questa nuova opera e la scelta di aprire molti dei capitoli con una copertina che poi ci porta nella storia è stata tua o di Tom?
Ho avuto molta libertà su Supergirl. Essenzialmente ci è stato dato il cast, dopodiché siamo stati molto liberi di ragionare su ciò che volevamo fare. Per quanto riguarda le aperture di capitolo, in realtà era un’idea di Tom che mi ha permesso di utilizzare uno stile differente con i pastelli che era una cosa che non avevo mai fatto prima, ma che mi stava influenzando nella ricerca visuale per questa serie, quindi è stato un buon caso di collaborazione di una richiesta sua di parametro narrativo che mi ha permesso di esplorare un altro aspetto visivo.
Io non credo che in questo momento ci sia una coppia di artisti più capaci di voi di raccontare le emozioni, soprattutto quelle del viso. C’è un’emozione in particolare che vi piace disegnare e successivamente anche colorare?
B: In realtà non credo di avere un’espressione preferita, sono molto orgogliosa di essere in grado di rendere bene le espressioni facciali, soprattutto i momenti di ambiguità come i momenti di tristezza mista a rabbia e simili. Però mi piace il dramma, quindi quando posso avere sfondi neri, ombre profonde sotto gli occhi, è la cosa che mi diverte di più.
M: Non ho un’emozione preferita ma devo stare molto attento perché lei molto spesso rende le emozioni dei visi in modo molto sottile, non troppo plateale quindi quando coloro non devo esagerare l’atmosfera emotiva per evitare che diventi cartoonesca, banalizzarla e quindi è difficile valorizzare una cosa che hai già fatta con tanta delicatezza e profondità, al punto che forse meno aggiungo, meglio aiuto a veicolare le emozioni. Devo mantenere le stesse emozioni senza caricarle verso l’alto o verso il basso.





