Al contrario di ciò che si potrebbe credere a fronte di un’analisi distratta e poco approfondita, sono piuttosto profondi e solidi i fili che legano il mondo del cinema e quello del giornalismo. In entrambi i casi, difatti, il fine consiste nel mostrare una data manifestazione umana precedentemente preclusa ai più, o quantomeno farlo da una prospettiva precedentemente inedita.
Le differenze ovviamente non mancano… Basti pensare che un giornalista difficilmente verrà riconosciuto come un artista intento a esplicitare qualcosa di inespresso, tuttavia, sia nel caso dell’autore cinematografico che in quello del giornalista (che in realtà è un termine che racchiude un insieme vasto ed eterogeneo di approcci al mestiere), gran parte dello sforzo consiste nell’osservare la realtà e restituire la propria visione di quanto visto.

È vero… qualcuno potrebbe protestare rumorosamente davanti a tale affermazione, poiché il giornalista, almeno secondo manuale, dovrebbe limitarsi a restituire la cosiddetta “versione oggettiva”, tuttavia sappiamo bene che tale auspicio non è soltanto irrealizzabile, ma, in alcune occasioni, è persino sgradito. Basti pensare al ruolo del critico cinematografico, il quale, purché naturalmente tenuto a presentare una serie di coordinate universalmente riconosciute, non potrà pretendere di catturare l’attenzione di un lettore sciorinando una noiosa lista di fatti.
Parlando proprio di critici, non può che tornarci alla mente la riflessione che Jean-Luc Godard avanzò sulle differenze che intercorrono tra il critico e il regista: “Fare il critico è fare cinema come un regista, perché la differenza tra i due è quantitativa e non qualitativa”. Non è un caso che il noto regista francese appartenesse a quell’avanguardia francese (la Nouvelle Vague) figlia del neorealismo italiano, ovvero il fulgido esempio del prodotto audiovisivo prestato alla cruda rappresentazione della realtà (che sarà tuttavia sempre mediata dal filtro dell’individuo che la mette in scena o la racconta in un articolo).
Informazione o competizione? Etica o agonismo? Il confine è sottile
La generosa premessa appena conclusasi non è certamente casuale, poiché il film che ci troviamo a porre sotto la lente di ingrandimento è un nobile esponente di quel particolare filone cinematografico (solitamente di produzione statunitense) il cui oggetto di interesse è proprio il giornalismo.
September 5 è infatti la trasposizione cinematografica del certosino e delicato lavoro che una serie di giornalisti sportivi dell’ABC svolse durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 per riportare il più fedelmente possibile le circostanze del famoso attentato che vide protagonisti una serie di estremisti palestinesi e come vittime alcuni atleti della squadra sportiva israeliana.

Aderendo alla più preziosa tradizione del genere, Tim Fehlbaum e colleghi confezionano un prodotto semplicemente delizioso, che non risulta soltanto ineccepibile sul piano tecnico, ma si serve dell’eccezionale cornice formale per porre allo spettatore una serie di questioni tanto inflazionate quanto attuali.
Il finale contiene persino una tesi tutt’altro che scontata, in grado di rispondere all’annosa dicotomia che vede contrapporsi il diritto di cronaca e il rispetto di ciò che si sta tentando di riportare. Il film pare infatti sintetizzare con sorprendente raffinatezza le controverse virtù del giornalismo informativo, senza rinunciare ad un montaggio e una narrazione capaci di incollare lo spettatore allo schermo per 95 minuti.

