Quando ero solo un ragazzino di 7 o 8 anni, mia nonna mi cucì un piccolo mantellino, rosso da un lato e blu dall’altro. Con quel fazzoletto di stoffa legato al collo, saltavo per casa fingendo di essere ora Batman, ora Superman. Soprattutto l’Azzurrone, per me, era il massimo. Aveva la super vista, era fortissimo, velocissimo, ma soprattutto… volava. Ho sempre desiderato volare, forse proprio per colpa sua. È sempre stato il mio più grande sogno di bambino, alimentato soprattutto da uno dei primi film che vidi, il Superman di Christopher Reeve diretto da Richard Donner, e dalla serie animata degli anni Novanta di Bruce Timm. Il claim del film, “Crederete che un uomo può volare”, mi era entrato così nel cuore che davvero pensavo che un giorno avrei potuto guardare il cielo e vedere un uomo con il mantello rosso e la tuta blu sfrecciare sopra di me.
Flash forward: siamo nel 2023. James Gunn annuncia un ripartenza da zero per l’universo DC, con un nuovo volto per Kal-El, pochi mesi dopo il, a quanto pare, ‘fasullo’ ritorno di Henry Cavill nei panni dell’Uomo d’Acciaio. Questa tempistica, non so se per ordini superiori o per precisa scelta di Gunn, ha pesato fortemente sulla ricezione immediata e poi sulla realizzazione del film. Perché dico questo? Perché il Superman di James Gunn – che abbiamo visto in anteprima, martedì 8 luglio, al The Space di Roma in piazza della Repubblica grazie a Warner Bros. – ha così disperatamente bisogno di differenziarsi da quello di Zack Snyder che finisce per passare buoni due terzi del film, almeno i primi due atti, a ripeterci continuamente quanto questo Superman sia diverso, fallibile, quanto soprattutto sia ‘umano’.
Crederete che un uomo può… sbagliare
Con ‘umano’ intendo dire che questo Superman viene pesantemente colpito, battuto, preso a pugni e ferito fino al sanguinare dai suoi nemici, senza neanche la kryptonite, ma semplicemente da avversari più forti di lui. Eppure, il film ci dice fin dall’inizio che Superman è “il più potente metaumano di tutti i tempi”. Forse lo era, prima che iniziasse il film. Questa nuova grammatica dell’eroe non è solo una questione visiva; anche gli altri personaggi non fanno altro che ricordarci quanto sia umano, quanto abbia paura, quanto sbagli, si penta, si arrabbi, perda la sua compostezza.
Una retorica della decostruzione così forzata e pressante che, col procedere del film, diventa purtroppo molto pesante. Superman è l’eroe epico per eccellenza, nel senso proprio mitologico: è l’epitome del super-essere, l’alfa e l’omega, è la coscienza morale dei supereroi e dell’umanità stessa: a volte ha bisogno della sua gravitas, della sua grandeur, perfino di una certa sfrontatezza, di essere quel ‘blocco granitico’ contro cui i nemici si infrangono impotenti. Relegare questo aspetto quasi esclusivamente al terzo atto, e per pochi minuti, non è stata una grande idea.
Nella visione di Gunn, poi, per ragioni di trama, l’intento salvifico di Jor-El e Lara viene pesantemente modificato, a mio avviso, per giustificare necessità narrative che rendono il messaggio di speranza della sua eredità kryptoniana molto più triviale. Questo è l’errore interpretativo più grande di Gunn e per me più difficile da perdonare: non abbracciare del tutto la metafora del ‘salvatore che viene da un altro mondo’ che Superman incarna, inevitabilmente. La sua triplice natura – umana, aliena e supereroica – in questa versione pende decisamente verso la parte umana nell’ansia di renderlo più digeribile dal pubblico. Molto bella e commovente, in questo senso, la parte a Smallville con Ma’ e Pa’ Kent (Neva Howell e Pruitt Taylor Vince), azzeccatissimi. Tra l’altro, avrei voluto vedere più Clark Kent, che invece compare per pochissimo, anche se David Corenswet riesce a differenziare bene i due personaggi per cinesica, prossemica, mimica facciale e impostazione. Siamo comunque lontani da quell’incredibile prova attoriale di Reeve in Superman II, ma è un buon canovaccio e lui ha decisamente il phisique-du-role.
Ritorno alla Silver Age
Il film affonda a piene mani in una versione decisamente Silver Age, quella un po’ più ingenua, del mondo di Superman. Si ispira apertamente non solo ad All Star Superman e al già citato Bruce Timm, ma anche alle storie degli anni ’60, ’70 e primi anni ’80, dove trovavamo personaggi tutto sommato anche buffi come il Giocattolaio o le varie forme di kryptonite che trasformavano l’eroe perfino fisicamente, in diversi casi. Trame assurde, quasi fantascientifiche se non fantasy, ed è proprio da lì viene ripreso anche Krypto, il supercane, personaggio fatto apposta per rubare la scena che farà impazzire i bambini e non solo.
C’è poi la magica atmosfera del Daily Planet, con Lois Lane e Jimmy Olsen (Skyler Gisondo) che sembrano veramente usciti fuori dalle pagine del fumetto; è perfetta, richiamando quella un po’ camp e retrò che abbiamo amato in moltissime storie, ma senza dimenticarne l’attualità e il presente. Non è casuale infatti la scelta di utilizzare nuovamente il globo come simbolo del giornale, un ritorno alle origini, quasi una versione da cartone animato che però ci fa sentire immediatamente a casa.
Quello di Rachel Brosnahan soprattutto è un personaggio azzeccatissimo, forte, determinato, che non ha paura dei supereroi o della loro retorica. Non ha paura di dire le cose come stanno e, soprattutto, non ha paura di fare il suo mestiere: la giornalista. La sua intervista, versione attualizzata del ‘Ho passato la notte con Superman’, vista anche nei trailer, è dura, spietata, incentrata totalmente sulla ricerca della verità. Lois torchia Clark/Superman nonostante la loro amicizia, dimenticando l’affetto, e gli (ci) mostra così il reale potere delle domande scomode. Un sottile reminder di quello che dovrebbe essere il vero ruolo del giornalismo contemporaneo: raccontare il mondo di oggi per comprenderlo e aiutarci a trovare giustizia, per darci infine prospettiva: esattamente come il motto di Superman, “Verità, giustizia e per un domani migliore”.
Il gusto di Gunn per i mostri
Lois non teme di sbattere in faccia la realtà neanche agli altri eroi. Ma quali sono questi eroi? Una squadra eterogenea e sgangherata, molto in linea con l’idea di supergruppo che Gunn ci ha mostrato in The Suicide Squad o Guardiani della Galassia. Per la sua Justice Gang – finanziata da un altro ‘techbro’ filogovernativo, Maxwell Lord – Gunn sceglie quattro disadattati: Guy Gardner (Nathan Fillion), la Lanterna Verde più imbecille e ‘caciarona’ delle quattro terrestri, una Hawkgirl (Isabela Merced) che sembra strappata pari pari dalla serie animata sulla Justice League e che ricorda pericolosamente la sua Gamora, un Mister Terrific (Edi Gathegi) con il potenziale per essere il perfetto mix tra Iron Man e Black Panther di questo nuovo universo DC, ma che purtroppo manca totalmente di carisma, e infine Metamorpho o Elemental Man (Anthony Carrigan), il miglior personaggio del quartetto, che conferma l’amore di James Gunn per i ‘mostri’. Nonostante compaia per poco tempo, ha una storyline interessante, anche se lasciata aperta come – troppe? – altre nel film.
Non si può non citare l’ottima prova di Nicholas Hoult come Lex Luthor. È uno dei personaggi meglio riusciti, assieme a Lois e Jimmy. Circondato dagli immancabili Otis e Miss Teschmaker, questa versione di Lex riesce a far emergere la sua profonda frustrazione e invidia nei confronti di Superman. Lui crede davvero di poter curare il mondo, se solo non ci fosse tra i suoi piedi questo fastidioso impiccio chiamato Superman. Poi ci sono Engineer (María Gabriela de Faría) e Ultraman, i bracci armati di Luthor. Il ‘segreto’ del bestio, per chi conosce i fumetti, è e resta abbastanza telefonato; la prima rimane invece un personaggio tutto sommato abbozzato, usato principalmente come picchiatore e contraltare di Terrific, ma soprattutto per rafforzare l’idea che basti proprio poco per far sanguinare questo vulnerabilissimo Uomo d’Acciaio.
“Io sono dalla parte di tutti”
C’è poi una questione importantissima che ho volutamente lasciato per ultima: questo Superman è forse il più politico di tutti. Snyder aveva provato a porre la domanda: “Come si comporterebbe il mondo alla scoperta di alieni e superesseri così potenti?” e aveva dato una risposta intrinsecamente filosofica. Gunn, invece, sceglie un approccio più ‘grounded’, esplorando lo stesso interrogativo ma in maniera diversa e prendendosi anche una bella responsabilità, in questo periodo storico. Mette così in scena un Superman che si schiera apertamente contro gli ultimi, contro gli oppressi, al fianco di un popolo sterminato dalla potenza militare di uno Stato dittatoriale invasore. Decide che non avrebbe consentito che queste persone morissero e prende posizione, perfino contro il governo degli Stati Uniti – che implicitamente sostiene quella dittatura in quanto “storici alleati”. Un eroe che di fatto è un ‘illegal alien’ la cui missione è sventare i piani di un malvagio e corrotto miliardario colluso col governo (ciao, Elon). Miliardario che, peraltro, sa benissimo anche come indirizzare l’odio online con fake news e manipolazione dei media (altro che bot, ci vogliono le scimmie addestrate!). Preparatevi perché questo sarà il punto principale su cui si concentreranno le critiche: Fox News ha già lanciato l’appellativo “Superwoke” (che comunque è peggio di #Supershit), e poi tutto il movimento Maga e quelli del “Even Superman goes woke” e bla bla bla – vi aspetto al varco con in mano gli albi della Legione dei Super-Eroi, maledetti ignoranti.
La differenza con il mondo reale, per chi avesse ravvisato più di qualche similitudine, sta non solo nell’ovvietà che qui da noi i supereroi non esistono, ma soprattutto nell’assenza di qualcuno che si schieri realmente contro l’invasore, contro il dittatore, contro il genocidio. Di qualcuno che faccia davvero qualcosa contro l’ingiustizia. Credetemi, ne avremmo disperatamente bisogno.
An ideal of Hope
Ma allora, alla fine, questo Superman ci è piaciuto o no? Sì, decisamente. Non è di certo un capolavoro, ha i suoi difetti, e nasce con una pesante eredità da superare, prendendosi il rischio di diventare pesante da digerire e da vivere senza fare paragoni scomodi – che, peraltro, suggerisce da solo. Tuttavia è un prodotto ben composto, ben scritto, con un’introduzione ben poco convenzionale per un film di supereroi ma molto in linea con lo stile di James Gunn, un ottimo secondo atto e un terzo atto che non è solo un’esplosione action di mazzate e CGI, ma che ti lascia anche con un sorriso felice.
A proposito di CGI, non approfondisco i difetti nel comparto tecnico (ma sono evidenti); glieli perdono, perché questo film conserva e restituisce, com’è stato ampiamente detto ma lo confermo, un grande cuore. È il miglior tentativo – escludendo forse la mai troppo celebrata serie ‘Superman&Lois’ con Tyler Hoechlin nei panni dell’Azzurrone – di raccontare un Superman diverso da quello che il pubblico ha conosciuto finora, uno che forse si avvicina molto di più a Christopher Reeve di quanto creda lo stesso Gunn.
Ed è proprio il tipo di eroe di cui abbiamo bisogno ora, indipendentemente dalla sua umanità o dalla sua epicità. Un simbolo di speranza sotto il quale poterci riunire, che ci illumini, ci ricordi le parti migliori del nostro carattere e del nostro essere umani. Ci invita ad abbracciare quella parte di noi, ricordandoci che non serve essere forzatamente edgy o dark per essere cool. Che possiamo essere noi quelli che si mettono di fronte al cannone, all’ingiustizia, alla bugia, e dicono: “No”. E allora, forse, in un mondo che ci vuole tutti Lex Luthor privi di empatia, il vero punk rock, la vera ribellione, è scegliere di abbracciare il nostro Clark Kent interiore. Quello che da bambino sognava di volare e di sconfiggere i malvagi.
Credetemi: Superman ne sarebbe fiero.
