C’è chi l’ha definita la più grande democrazia al mondo, chi ne ha tratteggiato gli intricati lineamenti sociopolitici tessendone le lodi e persino chi va ancora affermando che vi sia qualcosa che assomigli davvero al cosiddetto ‘sogno americano’… Altri, invece, ne hanno delineato con efficacia le contraddizioni, denunciato il percorso di formazione politica e rifiutato gli ideali, definendoli come una tanto altisonante quanto tragica illusione di massa.
Vi è tuttavia un dato che, all’interno di questo affasciante turbinio di interpretazioni e opinioni, appare piuttosto incontrovertibile: gli Stati Uniti sono stati i veri protagonisti del ventesimo secolo. Una considerazione certamente banale, che cionondiméno è utile a ricordarci quanto, agli sgoccioli del primo quarto di secolo del terzo millennio, sia ancora di vitale importanza l’analisi e la successiva interpretazione di quanto avvenuto nella Terra delle opportunità durante lo scorso secolo.

Prendendo in considerazione gli Stati Uniti, il novecento e procedendo dal generale al particolare, risulta complicato non soffermarci sull’agglomerato urbano più caleidoscopico e iconico del periodo storico preso in esame: New York.
La Grande Mela è senza dubbio alcuno l’espressione più fulgida dell’anima novecentesca occidentale e, proseguendo il percorso logico inaugurato poco fa (dal generale al particolare), diventa impossibile evitare l’ingombrante figura di Donald J. Trump. Il penultimo (nonché prossimo) presidente degli Stati Uniti è senza dubbio alcuno uno dei giganti immobiliari del secondo novecento newyorkese, avendo contribuito in prima persona alla controversa rinascita di una New York segnata dalla dilagante criminalità degli anni settanta.

Per introdurre il vero e proprio nucleo tematico della disamina in corso, occorrerà tuttavia retrocedere di qualche tappa nel nostro sentiero analitico, per reintrodurre il tema relativo alle innumerevoli contraddizioni che caratterizzano il sistema politico statunitense. Difatti, se è vero che la facciata della “democrazia in cui tutto avviene nella totale trasparenza e nel rispetto dei principi democratici” sia soltanto una divertente favoletta a cui neanche il popolo statunitense sembra oramai credere più, è necessario anche considerare l’importanza delle poderose denunce sociali e dei successivi processi interni a cui il sistema giudiziario degli Stati Uniti fornisce terreno fertile.
In tal senso sarebbe impossibile ignorare il ruolo che la settima arte ha svolto nel corso della sua breve ma intensa storia, durante la quale il grande e il piccolo schermo hanno permesso ad un gremito gruppo di autori e intellettuali di manifestare liberamente il proprio dissenso e le proprie perplessità di fronte ad un sistema imperfetto (sempre nell’inevitabile consapevolezza che non ve ne sia uno perfetto).
L’elegante denuncia di Ali Abbasi: ecco il Trump (dis)umanizzato
Il punto di congiunzione delle tematiche introdotte nelle righe di sopra è l’ultima fatica in celluloide di Ali Abbasi, ovvero un vero e proprio processo cinematografico nei confronti del sopracitato presidente Trump. Con The Apprentice (a cui nel titolo italiano è stato aggiunto un didascalico sottotitolo ‘Alle origini di Trump’) Abbasi e Sherman – lo sceneggiatore – ottengono brillantemente il proprio obiettivo: mostrare l’inquietante processo di disumanizzazione della figura pubblica e privata del magnate newyorkese.

La raffinata cornice formale donata dal regista iraniano e le sontuose interpretazioni dei due attori protagonisti – Sebastian Stan nei panni di Trump e Jeremy Strong in quelli di Roy Cohn (spietato mentore e avvocato di un giovane e goffo Donald) – si rivelano semplicemente indispensabili per la fulgida espressione di una sceneggiatura sostanzialmente perfetta: una struttura narrativa piuttosto tipica (non a caso l’economia drammaturgica del lungometraggio si consuma lungo i canonici 120 minuti, ovvero la durata peculiare della struttura aristotelica del racconto) viene impreziosita senza soluzione di continuità da linee di dialogo sempre brillanti e taglienti, capaci di ampliare minuto dopo minuto il ventaglio emotivo portato in scena dai numerosi personaggi presenti.
Il culmine di cotanta bontà audiovisiva è rappresentato da un dialogo conclusivo destinato ad entrare di diritto nell’immaginario collettivo dell’epoca contemporanea, durante il quale non soltanto vengono mostrati i fragili argini etici che regolano l’attività imprenditoriale (e di riflesso quella politica) di Trump – straordinariamente emblematica in tal senso la riflessione sull’impossibilità di fotografare oggettivamente la realtà, il che apre all’inquietante ma affascinante prospettiva di una verità relativa: “Cos’è vero? Sai cosa è vero? Quello che dico, quello che dici tu, quello che dice lui… Bisogna negare ogni cosa e non ammettere mai la sconfitta” -, ma vi è anche la fine sintesi di una distorta componente emotiva dapprima soltanto tratteggiata, il cui definitivo disvelamento prende forma in una sequenza finale già iconica.

