Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa, pubblicato da Bookabook, è un romanzo volutamente provocatorio che ribalta la realtà per esplorare le dinamiche di potere e violenza della nostra società.

Trama
In un futuro distopico, alla luce della persistente e crescente incidenza di femminicidi, il governo concede alle donne il diritto di commettere i cosiddetti “OMA” (Omicidi Mensili Acconsentiti) dunque di uccidere un uomo al mese come forma di prevenzione; tuttavia, mentre la società si abitua sempre di più alla violenza, il confine tra autodifesa e abuso diventa sempre più labile.
Un vero e proprio esperimento morale che pone i lettori di fronte ad una cruciale domanda: cosa accade quando l’oppressione non viene smantellata, ma soltanto invertita?
Nel mondo reale, non esiste una legge che autorizzi le donne a difendersi con la stessa radicalità con cui la distopia lo immagina; esiste però una cultura che per secoli ha normalizzato il controllo, la disparità e la minimizzazione della violenza.
Recensione
Il racconto ci viene presentato dagli occhi di Red, giovane donna quasi trentenne segnata da rabbia, paura e da un forte senso di giustizia, ma anche da un’ambiguità morale che la rende imprevedibile e la porterà a compiere il suo primo e non ultimo O.M.A.
È proprio questa complessità a creare un interessante parallelismo con la Vedova Nera, la Black Widow dei fumetti della Marvel da cui “Red” prende questo soprannome a seguito di un divertente aneddoto della sua infanzia.
Come Natasha Romanoff, Red si muove in una zona grigia, dove la giustizia non coincide sempre con la purezza morale. Vedova Nera nasce come arma, addestrata a usare la violenza come strumento necessario; Red cresce invece in una società che ha istituzionalizzato la violenza come risposta alla violenza. In entrambi i casi, il potere femminile è ambiguo: non è liberazione romantica, ma sopravvivenza, adattamento, talvolta vendetta.
La rabbia che attraversa Red ricorda quella silenziosa e controllata di Natasha, una rabbia sedimentata, frutto di un sistema che le ha insegnato a stare all’erta.
Ciò che le accomuna maggiormente è il conflitto interiore, entrambe agiscono in nome di una giustizia che però le costringe a confrontarsi con il peso delle proprie scelte.
Pagina dopo pagina emerge l’impatto sociale, emotivo e politico di una norma tanto estrema.
Gli uomini si ritrovano a vivere sulla propria pelle ciò che per secoli è stato imposto alle donne: uno stato di allerta permanente, una paura sistemica che influenza i comportamenti, condiziona il linguaggio, limita la libertà di movimento e perfino il semplice diritto di esistere senza sentirsi in pericolo.
Qui gli uomini devono misurare ogni gesto, controllare ogni parola, temere che uno sguardo insistente o una frase fraintesa possa trasformarli, agli occhi di qualcuna, in una minaccia. L’essere percepiti come potenziali aggressori diventa una condanna a morte. Una ingiustizia.
Un mondo che odia gli uomini ci ricorda il presupposto alla base del film La notte del giudizio, nel quale per una notte all’anno ogni crimine è consentito, compreso l’omicidio, per concedere uno “sfogo” controllato alla violenza con l’obiettivo di mantenere l’ordine sociale. Ciò che emerge nel film di James DeMonaco è l’ipocrisia del sistema dove la violenza non colpisce tutti allo stesso modo, ma si abbatte soprattutto sui più vulnerabili, rivelando le profonde disuguaglianze economiche e sociali.
In Un mondo che odia gli uomini la legalizzazione dell’uccisione “per autodifesa preventiva” non elimina la violenza, la normalizza, la trasforma in meccanismo strutturale.
Anche qui la legge non risolve il problema, ma crea un ribaltamento del potere che diventa ingovernabile, fuori da ogni morale.
Entrambi smascherano dinamiche già presenti nella realtà. Non raccontano tanto un futuro possibile, quanto un presente esasperato. La violenza non nasce dalla legge che la permette; la legge semplicemente la rende visibile, la toglie dall’ombra.
IL ROVESCIO DELLA VIOLENZA
Il romanzo costruisce così un rovesciamento potente: ciò che nel mondo reale è stato troppe volte usato per colpevolizzare le donne, come una gonna giudicata “troppo corta”, un sorriso senza malizia, un abbigliamento ritenuto provocante, qui trova il suo specchio contrario e deformante.
Non per equiparare le situazioni in modo superficiale, ma per evidenziare l’assurdità di qualsiasi logica che sposti la responsabilità della violenza su chi la subisce. Sulla vittima.
In questo ribaltamento, la paura cambia genere ma resta identica nella sua struttura.
È la paura di non essere al sicuro nel proprio corpo, nello spazio pubblico, nella quotidianità. Ed è proprio attraverso questa inversione che il romanzo costringe il lettore a interrogarsi sulle dinamiche profonde della nostra società.
Il libro non vuole punire gli uomini, ma liberarli (insieme alle donne) da un sistema che li costringe a ruoli rigidi e violenti. Ci mostra che il potere, anche quando nasce come risposta alla violenza, può generare nuove forme di abuso. La distopia diventa per questo motivo uno strumento critico per comprendere la società patriarcale e misogina in cui ancora viviamo, non per sostituirla con un matriarcato violento, ma per smascherarne i meccanismi.
Un mondo che odia gli uomini è un romanzo scomodo, divisivo e volutamente destabilizzante. Ed è proprio per questo che funziona: perché non lascia indifferenti e costringe a interrogarsi sul rapporto tra giustizia, vendetta e uguaglianza reale. diventa sempre più sottile.
“No”: avverbio negativo olofrastico, equivalente cioè a una frase intera.
Il libro potete trovarlo QUI
L’Autrice
Nata a Bologna nel 1995, Giulia Crippa vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’Università IULM e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Un mondo che odia gli uomini, pubblicato nel 2025, è il suo primo romanzo.




