Nel corso dell’ultima decade in molti hanno denunciato un lento e inesorabile impoverimento della proposta che registi, autori e produttori hanno riversato sul mercato in termini di action movie basati su nuove proprietà intellettuali, lamentando una nefasta tendenza dell’industria a rifugiarsi in progetti dal risultato certo (in realtà spesso rivelatisi false garanzie), che potessero appoggiarsi su uno zoccolo duro di appassionati utili a far incassare il film ben prima che questo giungesse in sala, poiché decisi a recarsi al cinema anche semplicemente per osservare il proprio supereroe preferito sul grande schermo.

Sarebbe difficile dare torto a chi abbia corroborato tale tesi nell’ultimo periodo, ma, al tempo stesso, sarebbe piuttosto facile citare una saga che disattenda clamorosamente tale corrente. La saga in questione è naturalmente quella di ‘John Wick’, il cui successo è legato in gran parte alla forte connotazione che gli autori e Chad Stahelski (il regista anche di Ballerina) e lo stesso Keanu Reeves gli hanno voluto dare in termini visivi e narrativi.
L’estetica, ma soprattutto le precise dinamiche – o per meglio dire i riti – che regolano il mondo di John Wick hanno da subito conquistato il grande pubblico, il quale ha manifestato particolare apprezzamento per un prodotto dimostratosi in grado di fornire alla violenza più spettacolare uno sfondo accattivante e perfettamente riconoscibile.
Che cosa funziona?
Ballerina, l’ultima fatica di Stahelski, nonché quinto esponente (purché considerato spin-off) della saga, eredita con particolare efficacia tale universo narrativo, sfruttandone a dovere le collaudate dinamiche che ne hanno fatto un successo di massa capace di rappresentare la celebre ‘eccezione che conferma la regola’ rispetto alle lamentele riportate in apertura.

Adesso, per convincervi della bontà del lungometraggio in uscita, potremmo parlarvi della convincente interpretazione di Ana De Armas nei panni di un’orfana decisa a trovare vendetta (oramai presupposto francamente piuttosto noioso e stravisto, ma comunque efficace e sviluppato discretamente), dell’ancor più convincente evoluzione degli avvenimenti (anche in questo caso nulla che vi porterà a mettervi le mani nei capelli) o del tanto decantato elemento formale che in passato ha assicurato alla saga la nomea di “capolavoro tecnico” all’interno del genere.
Tuttavia… è proprio su questo ultimo punto che ci sentiamo di porre l’accento con fare critico – per alcuni apparirà come un’eccesso di zelo -, poiché vi è un elemento che rischia di minare concretamente le fondamenta del patto narrativo che solitamente si presuppone debba legare lo spettatore e l’opera.
Quale è il grosso ‘Ma’?
“Si vabbè… ma una roba del genere non è possibile…”, quante volte avete sentito o direttamente esclamato frasi del genere di fronte ad un action movie dall’impronta smaccatamente commerciale, all’interno del quale si sia manifestata una sequenza capace di squarciare il sottile velo della vero-somiglianza? Certamente non poche e, di certo, sarà stato in quei precisi istanti che si sarà verificata una violenta rottura del sopracitato patto narrativo, al quale è affidato gran pare del lavoro utile a coinvolgere fasce di età eterogenee.
Discorso diverso quando ciò avviene in prodotti che giocano volontariamente sull’innalzamento dell’asticella della sopportazione e della clemenza dello spettatore – in questo Mission Impossible ha fatto scuola, generando aspre polemiche tra gli appassionati e i detrattori che equivalevano da sole ad una poderosa campagna marketing -, dato che il tutto risulta sensibilmente più semplice da digerire.

In questo caso, tuttavia, il registro del film è tutt’altro che scanzonato e, oltretutto, la componente più squisitamente fisica è costantemente travestita con un abito che sembrerebbe voler restituire costantemente la sensazione di realismo. È per questo che le forzature come nemici che corrono ad armi spianate in faccia ad Ana de Armas senza sfruttare l’ovvia capacità balistica a disposizione, esplosioni di granate attutite con tavolini sottili e, più in generale, tutte quelle sequenze in cui la protagonista pare godere di una plot armor sin troppo esplicitata, difficilmente concorrono a consolidare la credibilità dell’opera.
Inoltre, se in altri casi saremmo rapidamente passati oltre a forzature di tale entità poiché inserite in prodotti che non fanno di certo della componente action la loro unica (o quasi) ragione di vita, in questo caso si tratta di un elemento talmente radicato e indispensabile all’interno del tessuto filmico di Ballerina, che ci risulta difficile voltarci per qualche istante e ignorare le inevitabili conseguenze che tali eccessi di spettacolarità (nella sua accezione più pop) si portano dietro.


