Dopo il successo di Volontario ad Auschwitz, il giornalista Jack Fairweather torna in libreria con una biografia dedicata al procuratore ebreo Fritz Bauer e alla sua lotta per ottenere giustizia del secondo dopoguerra: Il cacciatore di nazisti, edito Newton Compton Editori, con la traduzione di Maria Grazia Melchionda.

Trama
Dopo il processo di Norimberga del 1946, nel dopoguerra migliaia di assassini nazisti rimasero in libertà. In Germania e tra gli Alleati prevaleva la voglia di lasciarsi il passato alle spalle, e molte colpe e circostanze del conflitto mondiale e dell’Olocausto rischiavano di essere dimenticate. Jack Fairweather fa rivivere in queste pagine l’incredibile ed emozionante storia di Fritz Bauer, magistrato e giurista ebreo e omosessuale che, al rientro in Germania dopo l’esilio forzato in Svezia, si impegnò fino allo stremo per costringere i suoi connazionali a fare i conti con le responsabilità e le complicità diffuse dell’orrore nazista. Ne emerge il quadro di una Germania oscura, inquietante, omofoba e razzista anche nel post 1945, in cui diversi criminali di guerra avevano ruoli chiave nei ministeri federali e la CIA finanziava l’ex rete di spionaggio di Hitler. Molti provarono a fermare il procuratore Bauer, che però non si lasciò intimidire. Solo grazie alla sua lotta per la verità, centinaia di nazisti furono consegnati alla giustizia, e migliaia di vittime ottennero un giusto risarcimento.
“Questa è la storia di come il popolo tedesco fu costretto a confrontarsi con la propria complicità nello sterminio di massa industrializzato degli ebrei d’Europa, e di come l’Olocausto sia arrivato a definire il nostro senso collettivo di umanità.”
Recensione
Fritz Bauer rappresentava tutto ciò che i nazisti odiavano: era ebreo, era omosessuale ed era un socialdemocratico. Nato a Stoccarda nel 1903, ha studiato diritto ed economia nelle università di Heidelberg, Monaco di Baviera e Tubinga. Dopo la laurea in giurisprudenza, è diventato ausiliare del giudice per il tribunale distrettuale di Stoccarda, ma poiché iscritto al Partito Socialdemocratico (SPD) dal 1920, venne arrestato nel 1933 e rinchiuso nel campo di concentramento per oppositori politici di Heuberg. Costretto a firmare la rinuncia all’attività politica per salvarsi, sceglie di fuggire insieme alla propria famiglia prima in Danimarca e, dopo l’invasione tedesca, in Svezia. Qui rimane fino al 1946 quando, spinto dal forte desiderio di ottenere giustizia, decide di tornare in patria, a quel tempo diventata Repubblica Federale Tedesca.
Nei vent’anni successivi Fritz Bauer vive, lotta e lavora strenuamente per raggiungere un solo obiettivo: far sì che tutti i nazisti siano giudicati per i loro crimini. Aveva difatti compreso prima di tutti la falla nel piano di giustizia degli Alleati: la legge non era riuscita a prevenire i crimini dei nazisti e a meno che i tedeschi non fossero messi in condizione di affrontarli e riconoscere con chiarezza le radici del nazismo, c’era il rischio che l’orrore potesse ripetersi. Quello che non si aspettava però, era di scontrarsi contro un Paese determinato a seppellire il passato, a dimenticare tutto e a non prendersi nessuna responsabilità. Ad ogni costo.
Il cuore della lotta di Bauer si concretizzò infine il 20 dicembre del 1963: è questa infatti la data dell’inizio del processo di Auschwitz. Un procedimento che segnò la storia: per la prima volta aveva inizio un processo di fronte ad una corte tedesca per i crimini dell’Olocausto.
Grazie alla forte attenzione mediatica abilmente gestita da Bauer, per la prima volta il popolo tedesco fu messo di fronte alle proprie responsabilità. I 22 imputati erano infatti tedeschi comuni, ingranaggi di una macchina di sterminio che aveva funzionato col favore dell’intera società tedesca. A processo quel giorno, c’era l’intero campo di Auschwitz: “Voleva che i suoi cittadini – e il mondo intero – vedessero come quei crimini si incastrassero fra loro per rendere possibile l’omicidio industriale. Nessuno degli imputati aveva agito da solo. Avevano avuto bisogno del campo, di una comunità, di un’intera cultura che lo sostenesse. Per questo sul banco degli imputati non ci sarebbe stato solo un gruppo di uomini, ma un’intera nazione.”
Jack Fairweather scrive una biografia molto accurata, frutto di un lavoro colossale e molto preciso, fatto di interviste, discorsi, scritti giornalistici e documenti giuridici, oltre a più di cinquemila risorse estrapolate da quarantanove archivi di tutta Europa. Le numerosissime fonti compaiono a piè di ogni pagina, arricchendo ulteriormente la narrazione con dettagli e approfondimenti. Con il suo lavoro Fairweather mette in luce una parte della storia rimasta un po’ nell’ombra, quella di un popolo incapace di fare i conti con le proprie responsabilità collettive.
Il risultato è un libro avvincente, seppur denso di informazioni, avvenimenti e personaggi. Non una lettura facile, certamente, ma oggi più che mai necessaria.
Il libro lo trovate QUI.
L’Autore
Jack Fairweather è un giornalista, ha lavorato come corrispondente per il «Washington Post» e il «Daily Telegraph». È l’autore di Volontario ad Auschwitz, vincitore del Costa Book Award, acclamato come un classico moderno e paragonato a Schindler’s List.



