La casa editrice Adelphi pubblica la relazione di viaggio dello storico e critico dell’arte Aby Warburg, Il rituale del serpente (Schlangenritual, Ein Reisebericht), con postfazione dello scienziato culturale e scrittore tedesco Ulrich Raulff.

Trama
Il saggio racconta del viaggio che ha avvicinato l’autore al popolo Pueblo, indiani del Nuovo Messico e Arizona il cui studio si è rivelato particolarmente arduo, in primis dal punto di vista linguistico. Questi, infatti, pur vivendo gli uni accanto agli altri, presentano idiomi “così numerosi e così diversi che perfino gli studiosi americani incontrano enormi difficoltà a penetrarne anche uno solo”.
Chiamati così perché risiedono in villaggi –pueblos in spagnolo- vivono di agricoltura e caccia e venerano i fenomeni naturali, gli animali e le piante, attribuendo loro anime attive che ritengono essere influenzate da danze mascherate e che nascono dall’esigenza di far fronte alla penuria di acqua.
“[…] finché la ferrovia non ebbe raggiunto gli insediamenti, la mancanza d’acqua, il desiderio dell’acqua portarono qui a pratiche magiche simili a quelle diffuse in tutto il mondo presso le culture pretecnologiche per assoggettare le forze ostili della natura”.
L’analisi dell’antropologo si concentra sulle radici psicologiche della religiosità Pueblo, con particolare attenzione al rituale del serpente che, dalla maggior parte dei culti pagani, è il più vitale dei simboli e nella kiva (luogo di preghiera interrato) diventa rappresentativo del fulmine e al centro della visione cosmologica dei Pueblo.

Presso gli indiani Moki si danza con serpenti vivi in agosto, il periodo più critico per l’agricoltura dal momento che gran parte del raccolto derivi dalle piogge torrenziali; il temporale viene invocato danzando alternativamente a Oraibi e a Walpi. In quest’ultimo luogo, la danza tocca livelli assai primitivi: uomini e serpenti a sonagli formano un’unità magica per giorni.
Questi sono catturati a centinaia nel deserto, in prossimità della cerimonia, e custoditi dai capi del clan nella kiva dove vengono immersi in acqua medicamentosa e scagliati su pitture che richiamano i fulmini, per spingerli ad agire e generare pioggia. L’ultimo giorno della cerimonia sono tenuti prigionieri in un cespuglio, da cui poi sono liberati e mandati per le pianure come messaggeri. Di qui la natura non sacrificale del rito.
“LA SICCITÀ INSEGNA A FARE INCANTESIMI E A PREGARE”
Recensione
Per chi ha dimestichezza con l’antropologia, il resoconto di viaggio è un ottimo apporto cultuale e culturale sulla realtà totemica di comunità antiche e difficili da comprendere.
Lo studio di Aby Warburg è, però, accessibile a tutti, spiegando nel dettaglio ciò che potrebbe spaesare un lettore profano della materia. L’abilità dello scrittore sta anche nel non fermarsi al solo argomento principale del saggio, ma approfondire anche il significato del sacrificio nella cultura occidentale. Infatti, ampio respiro è dato alla figura del serpente nella civiltà greca, confermando quanto l’approccio al regno animale cambi da un popolo a un altro.
Il romanzo è corredato di foto in bianco e nero che ripropongono scene di vita quotidiana, disegni dei vari rituali e rappresentazioni del mondo e del cosmo secondo gli indiani Pueblo.
Ancora più importante, diventa la postfazione dell’autore Raulff che ci aiuta a comprendere la personalità di Warburg e la genesi della conferenza in cui avrebbe presentato il recente studio antropologico.
Nella sua storia, la guerra e la psicanalisi si intrecciano a formare un unicum che ha portato Warburg a incuriosire e sbalordire la comunità scientifica a cui parlava.
Il libro potete trovarlo QUI
L’Autore
Abraham Moritz Warburg nasce ad Amburgo il tredici giugno del 1866, da una ricca famiglia di banchieri. Diviso tra la sua città natale e Firenze, ove studiò i soggetti mitologici nelle pitture di Botticelli per la tesi di dottorato, si avvicinò anche alla materia psicologica presso l’Università di Medicina di Berlino.
Le sue principali opere sono testi di conferenze tenute nell’arco della sua attività.


