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NerdPool > Blog > Libri > LA LEVATRICE DI NAGYRÉV di Sabrina Zuccato: recensione
Libri

LA LEVATRICE DI NAGYRÉV di Sabrina Zuccato: recensione

Eleonora Trevisan
8 Febbraio 2025
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10 Min
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Dopo la pubblicazione nel 2020 del suo primo romanzo di formazione Apolide, l’autrice Sabrina Zuccato torna in libreria con un nuovo libro edito Marsilio Editori.
Ispirato a una vicenda realmente avvenuta a cavallo tra le due guerre, La levatrice di Nagyrév svela gli orrori che possono nascondersi tra le mura domestiche e le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere che esplodono di conseguenza.

Trama

Zsigmond Danielovitz, incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, è un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile. E così ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti di Nagyrév, qualcosa di sinistro. Nagyrév è un piccolo villaggio sperduto nella pianura ungherese, l’anno è il 1929 e il benessere, in quella ristretta comunità rurale, non arriva. Zsigmond Danielovitz si rende presto conto che la morte della donna sulle sponde del fiume Tibisco non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio. La levatrice di Nagyrév racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto tra le due guerre mondiali, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: le donne uccidono gli uomini, si vendicano.

Superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, dove a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne. Le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze. Personaggio chiave, intorno al quale girano le storie di Nagyrév, è la misteriosa Zsuzsanna Fazekas, levatrice dal passato fumoso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata, una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa: gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno deciso di alzare la testa.

“Quale scelta abbiamo quando veniamo derise, violate, vessate, picchiate? Quando dobbiamo procreare come fossimo vacche da monta? Che fine fanno le nostre suppliche quando, dalle nostre famiglie, veniamo costrette a sposarci con uomini che disprezziamo? Chi ci ascolta quando, esauste di tutto questo, se solo proviamo ad alzare la testa ci troviamo una catena sui denti?”

Recensione

Quando un romanzo viene scritto basandosi su un accurato ed enorme lavoro di ricerca, il risultato non può che essere pregevole. Se poi alla ricerca si unisce anche il dono del saper narrare, allora ecco che avrete tra le mani una storia di grande impatto. È questo il caso de La levatrice di Nagyrév di Sabrina Zuccato, un romanzo che narra di una vicenda realmente accaduta nell’Ungheria rurale di inizio Novecento, un fatto talmente scioccante da aver sconvolto l’Europa intera (e non solo).

Il libro è diviso in cinque parti, quattro dedicate un elemento naturale (aria, terra, acqua e fuoco) e l’ultima dedicata a ciò che in questa storia scorre a fiumi: il sangue. Il racconto non è cronologico ma, come una vera e propria indagine, compie dei salti indietro nel tempo, per sciogliere a poco a poco tutti i nodi di una vicenda davvero incredibile.

Tutto ha inizio quando, una gelida mattina d’inverno, viene rinvenuto il cadavere di una donna sul greto del fiume Tibisco. Gli abitanti del villaggio di Nagyrév non hanno alcun dubbio: la colpevole deve essere senz’altro Anna “la lurida”, figlia della morta. Vengono così chiamati i gendarmi e il capitano Zsigomond Danielovitz, dopo una breve indagine, arresta la colpevole rea confessa di aver avvelenato la madre con l’arsenico. Ma alcune lettere anonime lasciano intendere che, scavando tra le tombe di Nagyrév, ci sia ancora molto altro da scoprire. Lentamente ma inesorabilmente infatti, verranno alla luce tutti i segreti celati dalle donne del villaggio, gesti terribili e inconfessabili che le vedrà tutte colpevoli o complici di una serie di delitti. Ma come è possibile che delle donne di periferia, delle semplici contadine senza alcuna istruzione, siano riuscite a compiere tutti questi omicidi per decenni, senza mai essere scoperte? E soprattutto, perché?

Il racconto di Sabrina Zuccato ci trasporta in un’epoca difficile e in un paese profondamente sconvolto dalla Grande Guerra e totalmente incapace di soddisfare i bisogni dei propri cittadini, soprattutto quelli delle periferie, abbandonati a loro stessi. La società che Zuccato descrive è piena di violenza e sopraffazione, specialmente (ma non solo) nei confronti del genere femminile. La violenza e gli abusi erano di fatto molto comuni nelle famiglie patriarcali all’epoca, dove i matrimoni venivano quasi sempre combinati usando le spose come merce di scambio. Matrimoni infelici e malsani quindi, dove la donna era obbligata ad obbedire ciecamente al marito e a soddisfare ogni sua richiesta, e il cui ruolo era relegato a quello di moglie e madre di una prole (spesso) molto numerosa. Famiglie nelle quali lo stupro, le violenze e la sopraffazione venivano non solo tollerate, ma considerate parte della normalità. In questo spaccato si inserisce una donna nubile, senza figli ed abile curatrice, che giocherà un ruolo di fondamentale importanza per la comunità: la levatrice Zsuzsanna Fazekas.

Grazie alle sue abilità, questa donna giunta dalla città diventa ben presto una presenza importante per il villaggio, seppure molto temuta: le credenze popolari, infatti, vedevano le levatrici come esseri sovrannaturali, delle streghe, per la loro vicinanza alla vita e alla morte. Zsuzanna poi è anche molto versata come guaritrice, in quanto grande esperta nell’utilizzo di erbe e infusi. E proprio grazie a queste sue conoscenze, la levatrice sarà l’artefice dell’effetto valanga che travolgerà Nagyrév e i villaggi vicini: perché sbarazzarsi di quegli uomini crudeli e violenti una volta per tutte è, dal suo punto di vista, un atto di giustizia. Aiutare le sue amiche e compaesane diventa quindi lo scopo della sua vita: Zsuzanna si eleva a paladina delle donne, per punire quegli uomini che hanno sempre considerato le loro mogli, madri e sorelle come oggetti di loro proprietà, da usare e maltrattare a proprio piacimento. Ma questo personaggio non si riduce solo a questo: Sabrina Zuccato ci regala una protagonista profonda, sfaccettata e complessa, che cela il suo desiderio di vendetta dietro alla facciata dell’altruismo, e che si rivelerà in realtà spietata e con un evidente complesso di superiorità.

Tuttavia, sarà molto difficile per il lettore non provare empatia per quelle donne che da vittime si trasformano in terribili carnefici, perché l’autrice ci porta dentro le case di quelle famiglie e a stretto contatto con gli abusi e le vessazioni delle donne, rendendoci partecipi delle loro sofferenze e del loro dolore. Tanto da finire per tifare per loro e sperare che, nonostante tutto, possano cavarsela.

A romanzo concluso, l’autrice ci illustra in appendice tutto il grande lavoro di ricerca che ha intrapreso per poter scrivere questa storia e come sia riuscita, in modo assolutamente convincente, a incrociare realtà storica e finzione.  
Il risultato è un romanzo avvincente e con dei personaggi molto ben definiti, unito a uno stile accattivante e a dei dialoghi mai banali, con un attento alternarsi dei piani temporali tra il presente narrativo e i decenni precedenti.

Questa è una storia di donne che, per ribellarsi e ritrovare sé stesse e la propria libertà, hanno scelto di compiere delle scelte terribili. Alla fine della lettura sono tante le domande da porsi: esiste una giustizia universale? La vendetta può essere giustificata? Chi può decidere se altri meritano di vivere o morire? Qual è il confine tra misericordia e crudeltà?

Trovate questo romanzo imperdibile QUI.

L’Autrice

Sabrina Zuccato (Padova, 1992) è giornalista pubblicista e si occupa prevalentemente di cultura, critica cinematografica e attualità. Con esperienza pluriennale presso set cinematografici, svolge inoltre l’attività di videomaker e reporter. Pubblica il suo primo libro nel 2020: Apolide (2020, Edizioni Montag).

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