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MARGARET ATWOOD: Il racconto dell’ancella tra libro e serie tv

Quando la distopia diventa realtà

Sara Di Giacinto
11 Aprile 2026
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13 Min
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Aprile, ha un nome preciso: Margaret Atwood. Autrice del mese per NerdPool, non è una scelta casuale, e forse non poteva capitare in un momento più giusto. Perché Il racconto dell’ancella non è solo uno di quei libri che restano importanti nel tempo: è uno di quelli che, a distanza di anni, cambiano significato. E nel 2026 quel significato pesa più che mai.

Anche perché, l’universo di Gilead è tornato. Dall’8 aprile è disponibile la visione di The Testaments sulla piattaforma streaming Disney+. Un ritorno che non sa di nostalgia, ma quasi di necessità.

Perché rileggere oggi Il racconto dell’ancella non dà la sensazione di guardare indietro, ma piuttosto di osservare qualcosa che, in forme diverse, sta succedendo proprio adesso, nel mondo. E forse è proprio questo che rende Margaret Atwood così difficile, da ignorare.

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Margaret Atwood

Margaret Atwood nasce nel 1939 in Canada e cresce tra città e natura selvaggia, un elemento che influenzerà profondamente il suo modo di guardare il mondo. Prima di diventare una delle autrici più riconosciute a livello internazionale, si forma come studiosa di letteratura e inizia a scrivere poesia, per poi passare alla narrativa.

Nel corso della sua carriera ha attraversato generi diversi, dal romanzo storico alla fantascienza sociale, mantenendo sempre uno sguardo lucido e spesso scomodo sulla realtà, in particolare sulle dinamiche di potere e sul ruolo delle donne nella società.

Il successo globale arriva anche grazie a Il racconto dell’ancella, ma la sua produzione è molto più ampia e comprende opere come L’assassino cieco con cui vince il Booker Prize e The Testaments, seguito diretto della storia di Gilead.

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Non una scrittrice profetica

Margaret Atwood non è mai stata una scrittrice “profetica” nel senso classico del termine. Lei stessa ha più volte dichiarato di non aver inventato nulla: tutto ciò che appare in Il racconto dell’ancella è già esistito, in qualche forma, nella storia dell’umanità. Ed è proprio questo il punto più disturbante e potente del suo lavoro.

La sua scrittura nasce dall’osservazione lucida del presente, dalla capacità di individuare segnali deboli e portarli alle estreme conseguenze. Il risultato è una distopia che non ha bisogno di mostri o tecnologie futuristiche per spaventare, basta l’essere umano, con le sue paure, il suo bisogno di controllo e la sua tendenza a trasformare il potere in oppressione.

Il racconto dell’ancella

La storia è ambientata nella Repubblica di Gilead, un regime totalitario e teocratico sorto sulle ceneri degli Stati Uniti. In questo mondo, la fertilità è diventata rarissima e le donne vengono rigidamente classificate in base alla loro funzione. Le ancelle, come la protagonista Difred, per Gilead, hanno una sola utilità: procreare per le famiglie dell’élite.

Il romanzo si sviluppa attraverso la sua voce, in un racconto intimo, frammentato, fatto di ricordi e tentativi di resistenza interiore. Non ci sono grandi rivoluzioni, ma piccoli atti di sopravvivenza quotidiana.

È proprio questa dimensione personale a renderlo così potente: la perdita dei diritti non arriva all’improvviso, ma si insinua lentamente, normalizzandosi.

The Handmaid’s Tale

L’adattamento televisivo di The Handmaid’s Tale non si limita a trasporre il romanzo: lo espande, lo approfondisce e, in molti momenti, lo rende ancora più dolorosamente reale. La protagonista June Osborne (Difred) è interpretata dalla magnetica Elisabeth Moss, la serie prende la struttura intima del libro la apre al mondo, trasformando Gilead in uno spazio vivo, concreto e spesso soffocante.

Se nel romanzo tutto passa attraverso la voce di Difred, qui lo spettatore è costretto a vedere con è costretto a vedere. Vede i rituali di “procreazione” o meglio chiamarli veri e propri stupri, la violenza come sistema, il peso delle gerarchie, ma sopratutto vede come il potere si infiltra nelle relazioni, nei corpi, nei silenzi e il dolore che inflige Gilead alle donne.

Uno degli elementi più riusciti della serie è proprio questo, non si limita a raccontare l’oppressione, ma la sentire, percepire sulla pelle di guarda. E poi c’è l’espansione dei personaggi, figure che nel romanzo restavano sullo sfondo come Serena Joy (la moglie di Fred il Comandante) e padrona di June detta Difred, proprio perché divenuta di proprietà del comandante e di sua moglie (ma questo è un discorso interessante che approfondiremo tra qualche paragrafo), la stessa June oltre la sua funzione di ancella o le altre donne e figure importanti di Gilead, acquisiscono profondità, contraddizioni, evoluzioni complesse. Nessuno è completamente statico, e questo rende il sistema ancora più inquietante: perché funziona proprio grazie a chi, in modi diversi, lo sostiene.

Con il passare delle stagioni, la serie si allontana dalla trama originale, scegliendo di esplorare nuove direzioni narrative. Questo ha diviso il pubblico, ma ha anche permesso di ampliare il discorso: dalla sopravvivenza individuale alla resistenza, dalla repressione alla possibilità fragile e spesso ambigua di ribellione.

Il risultato è una storia che non si limita più a raccontare cosa significa vivere a Gilead, ma si interroga su cosa significhi uscirne, combatterla, o persino portarsela dentro.

Le differenze tra il libro e la serie tv

Le differenze tra il libro e la serie tv non sono semplici variazioni narrative, ma veri e propri cambi di prospettiva. Il romanzo è introspettivo, spesso claustrofobico: tutto passa attraverso la mente della protagonista e la paura è silenziosa, interiore, costante.

La serie invece, rende visibile ciò che nel libro resta implicito. Mostra la violenza, il sistema patriarcale, il totale disprezzo per la donna e le dinamiche di potere.

Eppure, al centro resta la stessa domanda: cosa succede quando il corpo delle donne smette di appartenere a loro stesse? Quando un’intera società decide di togliere ogni diritto al genere femminile e condannarle ad una vita di sofferenza, violenza e sottomissione, ma soprattutto come può accadere una cosa simile?

Il nome negato

Uno degli aspetti più disturbanti dell’universo di Gilead è anche uno dei più simbolici: la perdita del nome. Difred, nella versione originale Offred, non è un nome. È una funzione, deriva da “of Fred”, ovvero “di Fred”, (come a dire “proprietà di”), il Comandante a cui appartiene. E lo stesso vale per tutte le ancelle, private della loro identità e ridenominate in base all’uomo a cui sono assegnate.

È un dettaglio linguistico, ma anche profondamente politico. Perché togliere il nome significa cancellare la persona, la sua storia, il suo passato. Significa ridurla a oggetto, a strumento, a corpo utile solo a uno scopo.

Nel caso di June (uno tra i pochi nomi che lo spettatore e il lettore imparano a riconoscere come “vero”) questa sottrazione diventa ancora più evidente: esiste una distanza continua tra chi è stata e chi è costretta a essere. E in quella distanza si consuma una delle forme più sottili e devastanti di violenza.

Le altre donne di Gilead: le Marte, Le Zie, le Colonies e i Jezebel

Se le ancelle rappresentano il cuore più evidente del sistema, Gilead costruisce il proprio equilibrio su una gerarchia rigidissima che coinvolge tutte le donne.

A chi “va meglio” è riservato il ruolo di Marta: donne non fertili impiegate come domestiche nelle case dei Comandanti, silenziose, invisibili, funzionali. Non hanno potere, ma hanno una possibilità di sopravvivenza.

Poi ci sono le Zie, incaricate di addestrare e controllare le ancelle, figure ambigue che incarnano un paradosso: donne che contribuiscono attivamente al mantenimento del sistema che le opprime.

Esiste poi un’altra realtà, o meglio un altro inferno. Meno visibile, ma altrettanto significativa: quella delle donne destinate ai Jezebel, locali clandestini riservati ai Comandanti dove il regime sospende temporaneamente le proprie stesse regole e la grandissima falsa morale di cui tanto Gilead fa vanto. Qui finiscono donne considerate “inadatte” al sistema ufficiale (una sorta di punizione anche questa) al sistema ufficiale, costrette a prostituirsi in un contesto che rivela tutta l’ipocrisia di Gilead: un potere che predica controllo e purezza, ma che si concede spazi nascosti di abuso e privilegio.

E infine ci sono le Colonies. È lì che vengono mandate le donne considerate inutili, ribelli o semplicemente non più funzionali (spazzatura): costrette a lavorare in territori contaminati da rifiuti tossici, senza protezioni adeguate, condannate ad una morte lenta e dolorosa.

In questo sistema non esistono vere alternative, solo diversi gradi di sopravvivenza. Ed è forse questo uno tra gli aspetti più inquietanti, Gilead non si limita a opprimere, ma organizza la disperazione, distribuendola in modo preciso, rendendola parte integrante dell’ordine sociale.

La distopia incontra il presente

Rileggere oggi Il racconto dell’ancella significa fare i conti con una verità scomoda: quella che sembrava una distopia estrema, oggi, appare in alcuni contesti, sorprendentemente reale.

In diverse parti del mondo, e in diversi regimi religiosi estremisti i diritti delle donne continuano ad essere limitati o messi in discussione, se non addirittura eliminati. Dall’accesso all’istruzione al controllo sul proprio corpo, fino alla libertà d’espressione, con conseguenze da brividi per qualsiasi trasgressione, dalla violenza fisica alla morte. Ad oggi esistono ancora sistemi politici e culturali e religiosi che esercitano un controllo diretto sulla vita delle donne, privandole di ogni diritto e identità personale.

Non si tratta di copie perfette di Gilead, ma di dinamiche che ne condividono la logica: l’uso della religione o della tradizione come strumento di potere, la riduzione della donna a funzione, la normalizzazione swlla restrizione e negazione dei diritti.

È qui che il romanzo della Atwood diventa qualcosa di più di una storia. Diventa uno specchio. Non perché abbia previsto il futuro, ma perché ha saputo riconoscere il presente prima degli altri.

Perché parlarne oggi

Il racconto dell’ancella continua ad essere letto, visto e discusso perché non offre risposte facili, ma pone domande scomode e necessarie.

Quanto sono solidi i diritti che diamo per acquisiti? Quanto velocemente possono essere messi in discussione? E soprattutto, quanto siamo disposti a difenderli?

In un momento storico come questo, in cui il dibattito sui diritti delle donne è più acceso che mai, tornare a questa storia non è solo un esercizio culturale, ma un atto di consapevolezza.

Perché come ci ricorda la Atwood, nulla di ciò che accade a Gilead è davvero impossibile. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a farci così paura.

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