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NerdPool > Blog > Fumetti > NerdPool incontra Brian K. Vaughan, Marcos Martín e Niko Henrichon
FumettiInterviste

NerdPool incontra Brian K. Vaughan, Marcos Martín e Niko Henrichon

Simone Giorgi
5 Dicembre 2025
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16 Min
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Nel corso degli anni Bao Publishing è riuscita sempre più a diversificare le sue pubblicazioni, spaziando tra il fumetto italiano, francese, americano e più di recente anche quello orientale, tra manga e non solo. Tra le opere made in USA, c’è un autore che si è preso subito il centro del palcoscenico, grazie a una serie ancora in corso di pubblicazione e osannata da pubblico e critica, Saga. Brian K. Vaughan, insieme a Fiona Staples, sta realizzando una grande epopea fantascientifica sempre attuale e che tocca tante tematiche importanti, ma non è l’unica opera dello scrittore presente nel catalogo Bao. Più di recente, sono infatti uscite due opere inedite: Barrier, con Marcos Martín, e Spectators, con i disegni di Niko Henrichon. Tutti e tre erano ospiti di Bao durante Lucca Comics & Games e abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a un press cafè insieme ad altre testate. Senza ulteriori indugi, vi lasciamo quindi al resoconto di questo bellissimo incontro e vi invitiamo caldamente, se non l’avete ancora fatto, a recuperare le loro nuove opere.

Brian e Marcos, dopo Dr. Stange: Il giuramento e The Private Eye, tornate a collaborare in Barrier. Com’è cambiato il vostro rapporto negli anni e com’è nata l’idea di base per questa nuova storia?

Martín: Direi che siamo più vecchi, siamo più come una coppia sposata, battibecchiamo un po’ di più, ma alla fine portiamo a casa il lavoro [ride].

Vaughan: Collaboriamo da 25 anni ed è una collaborazione forte. Facciamo cose interessanti e siamo molto interessati a realizzare storie poco convenzionali.

Sempre parlando di Barrier, quest’opera è uscita dieci anni fa in originale, ma in questi anni sembra che le barriere di ogni tipo stiano diventando sempre più alte. Pensate che le storie a fumetti possano avere un ruolo importante nel provare ad abbattere queste barriere?

Martín: Sì, come in ogni altro medium. Abbiamo il potenziale di raccontare determinate storie, sia politicamente, sia socialmente, sia per il mero intrattenimento. Secondo me non c’è alcuna differenza con tutti gli altri mezzi comunicativi. L’unica cosa è che magari possono essere considerati più adatti a un pubblico giovanile, magari di bambini, quindi potrebbero far avvicinare a questi tipi di argomenti un pubblico più giovane, però per me il fumetto è sempre paragonabile ad altri mezzi comunicativi.

Vaughan: Al tempo stesso secondo me c’è un motivo per cui quando il governo fa una certa propaganda lo fa anche e soprattutto attraverso i fumetti, perché, attraverso le immagini e spesso anche senza parole, possono superare qualsiasi ostacolo comunicativo. E questo si rivede anche in Barrier con due persone che sono divise da una barriera linguistica, e questo tipo di fumetto può essere compreso anche se non si parla la lingua di entrambi. Quindi sì, il fumetto è sicuramente capace di andare al di là delle barriere comunicative e linguistiche.

Avete pubblicato molte opere nel formato tradizionale, ma per altre avete scelto di farle uscire gratis o con la formula “pay what you want”, come per le storie di Panel Syndicate. Come decidete quale progetto è giusto per una determinata modalità?

Vaughan: Quando con Nico abbiamo pubblicato L’orgoglio di Baghdad, abbiamo lavorato in segreto, senza far uscire niente, per due anni. Da un certo punto di vista, è sicuramente difficile perché non sapevamo come poi il pubblico avrebbe reagito. Invece, utilizzando un’altra piattaforma, come Substack, possiamo far uscire poche pagine, talvolta delle anteprime, e riusciamo a capire quale sarà la reazione del pubblico. Magari come succedeva anche con opere come Prince Valiant. Quindi sì, è un modo per testare quella che sarà poi la reazione del pubblico, però secondo me soddisfacente in entrambi i casi, sono due esperienze interessanti.

Spectators è un fumetto di fantasmi che guardano i nostri momenti più intimi. Com’è nata questa idea e come, sul versante artistico, è stata poi sviluppata? Mentre per Barrier, come avete affrontato la sfida di dover far comunicare visivamente i personaggi che non parlano la stessa lingua?

Vaughan: Avvicinandomi alla mezza età, come molti coetanei sono ossessionato dalla mia mortalità e riconosco che è un tema potenzialmente noioso. Quindi volevo prendere due personaggi per cui la mortalità non era più un problema perché erano già morti e pensare a cosa sarebbe successo per loro e ho capito che avrebbero speso molto del loro tempo facendo esattamente quello che faccio io: guardare le storie di altre persone. Sono storie anche molto violente, incentrate sul sesso, che è un tema interessante. Soprattutto negli Stati Uniti la violenza viene vissuta e vista in modo pubblico mentre il sesso è qualcosa che viene vissuto molto privatamente e anche con un po’ di vergogna, quindi volevo esplorare questa dicotomia attraverso i due personaggi.

Poi, per quanto riguarda Barrier, probabilmente sono l’unica persona in questa stanza che parla una sola lingua e a volte mi fa sentire un po’ solo, è un po’ imbarazzante quando viaggio [ride], però è stato molto bello per questo lavorare con Marcos, perché ha avuto tutta la responsabilità nella traduzione ed è stato molto divertente dover tradurre tutto dall’inglese allo spagnolo.

Martín: Un elemento caratteristico di Barrier è che parte del testo doveva essere tradotto in (dialetto) castigliano, ed è stata una bella sfida: abbiamo cercato di rendere le parti scritte il più complicate possibile con dello slang o con anche dei termini militari in inglese. La parte interessante è che alla fine il pubblico potrebbe riuscire comunque a comprendere l’intera opera indipendentemente dalle lingue utilizzate o conosciute, anche semplicemente guardandola, quindi l’obiettivo era far sì che fosse possibile comprendere tutto anche senza sapere entrambe le lingue.

Dal mainstream alle pubblicazioni indipendenti, il fumetto ha sempre avuto una gigantesca narrazione di combattimento contro l’oppressione. Secondo voi perché le persone continuano a leggere questi fumetti, ma sembrano non capire il messaggio? La svolta politica americana vi sta dando un po’ di inquietudine per il lavoro che fate, anche a livello creativo? Infine, parlando di Spectators, in qualche modo i fantasmi non siamo un po’ anche noi, visto che guardiamo la vita degli altri sui social quotidianamente?

Vaughan: Quando ho lavorato nel cinema o in televisione negli Stati Uniti, mi sono reso conto del potere che hanno i fumetti: questo perché intorno ai fumetti girano magari meno soldi rispetto all’industria cinematografica, ci sono aziende più piccole e quindi si può parlare di tutto e si ha più libertà. Per esempio, in Spectators io e Nico abbiamo menzionato la questione delle sparatorie di massa: ho provato a farlo anche nell’industria cinematografica e a portarlo in televisione, ma hanno bocciato l’idea perché hanno detto che quando sarebbe uscito il prodotto probabilmente ci sarebbe stata una sparatoria di massa, magari poco prima, e allora saremmo risultati poco sensibili. Effettivamente è triste, se ci pensiamo, non poter parlare di qualcosa: invece sono molto grato all’esistenza dei fumetti perché posso parlare di quello che voglio ed è ancora un mezzo di nicchia. Anche se c’è un’intera città che sta celebrando i fumetti in questo momento, è ancora un mezzo di nicchia.

Henrichon: Se guardiamo alla storia del mondo, ora ci troviamo in un momento che è uno dei più pacifici: se pensiamo al medioevo, alla preistoria o al rinascimento, e ovviamente se non consideriamo l’eccezione di una possibile guerra mondiale, ci troviamo in una situazione di pace mai vista prima. A volte i media possono renderci anche troppo paranoici: se guardiamo indietro a cento anni fa, o centinaia di anni fa, la situazione era molto peggiore e appunto questo è uno sguardo ottimista, ovviamente di nuovo fatta eccezione per una guerra nucleare [ride].

L’industria del fumetto ha più libertà rispetto a quella del cinema, ma questa libertà creativa rappresenta un vero anticorpo alla deriva che la società sta prendendo? Oppure con la preoccupazione della situazione politica anche l’industria del fumetto è sotto attacco e bisogna stare attenti per il futuro?

Martín: Sì, assolutamente, avendo meno soldi abbiamo più libertà. Quindi questo è sicuramente un superpotere, una medicina contro questo tipo di controllo di cui stavamo parlando.

Henrichon: E poi la cultura alla fine riesce anche a influenzare la società: tantissimi fumetti finiscono per diventare film o serie TV.

Martín: È un superpotere, ma allo stesso tempo è anche una debolezza. Non avere soldi significa anche avere meno impatto. Significa però anche poter dire quello che si vuole. Quindi ci sono lati positivi e lati negativi. Allo stesso tempo, magari i nostri prodotti, la nostra arte, potrebbero influenzare i creatori del futuro, che porteranno quegli stessi contenuti in media diversi, come la televisione.

Entrambe le opere parlano in qualche modo di incomunicabilità. Da dove nasce questa esigenza e come è andata nel vostro caso la comunicazione tra artista e sceneggiatore?

Vaughan: Ho scoperto di non essere in grado di comunicare soltanto attraverso le parole e non so disegnare, quindi è solo grazie alla collaborazione con loro che sono riuscito effettivamente a comunicare quello che volevo dire. La cosa bella è che quello che creiamo non è semplicemente la somma delle parti, ma un prodotto a sé, qualcosa di diverso, e riesco a dire qualcosa che non riuscirei a dire se non ci fosse questa collaborazione.

Quindi è bello vedere che qualcosa di piccolo che è nato insieme, poi si è sviluppato, è fiorito, ed è riuscito a colpire in questo modo i lettori. E in più, oltre ad essere collaboratori, siamo anche amici, quindi questa è la parte più bella della mia vita. Oltre alla gioia di essere padre, è quella di creare dei “bambini”, dei frutti artistici, insieme a loro.

Nelle opere di Brian c’è sempre una componente metaforica molto grande. Vi siete trovati spesso a comunicare con lui per alcune scelte grafiche, oppure ormai la collaborazione è così rodata che capite subito che cosa intende quando scrive?

Martín: Purtroppo sì, dobbiamo comunicare con Brian. [ridono]

Henrichon: Lavorare con Brian è facile, per me Spectators è stata la seconda collaborazione, ma quando Brian me l’ha proposto mi sono fidato subito. Non sapevo dove la storia sarebbe andata a parare, ma è stata comunque una bella esperienza.

Martín: Brian chiede effettivamente all’artista di comprendere bene il contenuto del libro per capire poi come approcciarsi al disegno. E questo è successo con The Private Eye, per esempio, quando Brian mi ha spiegato di cosa parlasse il fumetto. Ho detto “non so di cosa si tratti, è bellissimo, però effettivamente non saprei come renderlo graficamente”. C’è voluto un po’ per capire che fosse tutta una metafora e da lì poi iniziare a mettere giù tutti i vari aspetti visivi.

Vaughan: La mia passione è sempre stata di creare storie insieme ai miei amici. Non si tratta tanto di creare qualcosa che è conosciutissimo, come una storia di Spider-Man, ma di avere sempre nuove idee e portare nuovi contenuti. Quindi, è un piacere quello di lavorare con persone che sono pronte a correre il rischio.

Una domanda legata al tempo: Barrier è un’opera che è contemporanea anche se sono passati diversi anni da quando è stata pubblicata. Spectators, invece, è un’opera del presente e vive nel presente. Saga, invece, è un lavoro che ti ha accompagnato negli anni, è stato interrotto ed è ripreso. Quindi la domanda è: come evolvono le opere e, soprattutto, come siete riusciti a rendere Saga ancora attuale dopo la pausa, trovandovi a vivere in un contesto diverso rispetto a quando è nata la serie?

Vaughan: Soprattutto quando si tratta di fumetti, spesso il processo creativo non si ferma mai. Devono continuare a uscire, anche se gli autori magari si ammalano o hanno problemi personali, si chiamano altri autori e si ha questo tipo di mentalità. Però per noi tre la vita è più importante dei fumetti, quindi abbiamo preferito concentrarci sulle nostre vite e questo, secondo me, non ha peggiorato il fumetto ma anzi lo ha reso più profondo, lo ha migliorato e lo ha reso anche più vicino a quelli che sono gli eventi del mondo.

Quando ho iniziato Saga ero appena diventato padre, poi Fiona Staples era appena diventata madre, quindi, ha deciso giustamente di prendersi un po’ di tempo per sé. Abbiamo deciso di interromperlo e poi ovviamente abbiamo temuto che il pubblico potesse non interessarsi più, potesse allontanarsi, invece è stato molto paziente e secondo me il risultato finale è stato migliore perché il punto di vista che adesso riusciamo a dare è quello di due genitori. Quando iniziamo o terminiamo un progetto lo facciamo sempre perché ci sentiamo pronti nel fare questo passo e quindi sono molto felice, sono molto grato al pubblico che ha deciso di aspettarci.

ARGOMENTI:bao publishingIntervistalucca comics & games 2025
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DiSimone Giorgi
Tra le letture nel tempo libero e il lavoro sono sempre in mezzo ai libri. Da Topolino ai manga, passando per i comics americani, il fumetto italiano e quello franco-belga, non rinuncio a esplorare ogni sottogenere di questo mondo così vasto. Ogni tanto faccio qualche incursione nell'ambito di cinema, serie tv e videogiochi, altre mie grandi passioni.
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