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FumettiInterviste

NerdPool incontra Charlie Adlard

Simone Giorgi
20 Gennaio 2026
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19 Min
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Negli ultimi anni poche serie a fumetti hanno avuto un impatto pari o maggiore a quello di The Walking Dead, l’opera scritta da Robert Kirkman e disegnata per i primi numeri da Tony Moore e poi, per più di 15 anni, da Charlie Adlard. Dopo essersi dedicato a lungo a questo progetto, il disegnatore britannico è tornato di recente a lavorare in altre miniserie, come Damn Them All, con i testi di Si Spurrier, e Heretic, insieme a Robbie Morrison, entrambe pubblicate in Italia da saldaPress. Alla scorsa Lucca Comics & Games abbiamo avuto l’opportunità, insieme ad altre testate, di intervistare proprio Charlie Adlard e di parlare con lui dell’ultima opera e della sua carriera. In occasione dell’uscita ufficiale di Heretic in questi giorni vi pubblichiamo quindi l’intervista completa…buona lettura!

Heretic – Morrison, Adlard; saldaPress

Ci racconti com’è nato Heretic e la collaborazione con Robbie Morrison?

Robby e io ci conosciamo e siamo amici sin dagli anni ’90. Abbiamo lavorato insieme su diversi progetti nel corso degli anni, soprattutto su un fumetto dal titolo White Death (ndr. Pubblicato da saldaPress con il titolo Guerra Bianca), ambientato durante la Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano. Lo abbiamo realizzato a metà degli anni ’90 e Robbie ha anche creato un altro personaggio celebre dal nome di NiKolai Dante, su cui ho lavorato. Quando ho finito The Walking Dead, Robbie si è trasferito nella mia stessa città, e allora ho pensato che avremmo dovuto lavorare di nuovo insieme. In realtà, Robbie era una delle poche persone a sapere che avevamo finito The Walking Dead, e l’ultima cosa che volevo era finire la serie e poi non avere nulla da fare per mesi e mesi. Così, abbiamo iniziato a lavorare a un nuovo progetto.

Inizialmente stavamo lavorando a un fumetto ambientato nel presente, su un cartello della droga in Messico e negli Stati Uniti, ma andando avanti Robbie si è reso conto che si trattava di una cosa troppo popolare in questo momento. Ci sono tante serie tv, film e libri, mentre Robbie voleva trovare un’idea più originale. Quindi abbiamo pensato di fare un libro su questo personaggio, Cornelius Agrippa, che è realmente esistito, e di creare una storia di finzione basata sulla sua vita. Ho capito poi che Robbie stava facendo ricerche su di lui da diversi anni, forse addirittura dagli anni ’90, perché sono andato a cercare nei miei archivi e ho scoperto che mi aveva mandato ai tempi una proposta per un fumetto proprio su di lui. È stato molto strano, ma io ero completamente d’accordo con la sua idea. Dico sempre che non mi importa disegnare una cosa specifica, basta che ci sia una bella storia e Robbie è un grande scrittore.

Tu hai parlato subito di The Walking Dead, soprattutto il suo finale. The Walking Dead è una serie che ha fatto dei colpi di scena mai banali e sempre sorprendenti parte del suo essere e il finale credo che sia il colpo di scena più grande possibile. Quando Robert ti mandava le sceneggiature, come reagivi e soprattutto come hai reagito a quel colpo di scena, a quel finale così repentino, ma comunque bellissimo e coerente con tutto quello che avete raccontato fino a quel momento?

Ho saputo circa quattro anni prima che The Walking Dead sarebbe terminata. Nel senso che io a un certo punto ho scritto a Robert, perché mi piaceva ovviamente la serie, ero contento del fatto che la stessi facendo, però volevo avere un orizzonte temporale, perché nessuno vuole fare la stessa cosa per sempre, per quanto bella possa essere.

A quel punto eravamo, diciamo, verso l’ottavo anno di pubblicazione, e gli ho scritto. Lui mi ha detto ci darci un orizzonte di quattro anni e di essere circa ai due terzi della storia che aveva in mente. Quindi ci un po’ messi d’accordo, ma abbiamo tenuto il segreto, e siamo molto orgogliosi del fatto che questo segreto sia stato mantenuto fino alla fine. Quando abbiamo mandato l’ultimo numero ai rivenditori, nessuno ha detto “questo è l’ultimo numero”, è passata una settimana ed eravamo nervosissimi, perché temevamo che qualcuno rivelasse il fatto che aveva in casa l’ultimo numero, e invece non è stato così, quindi benissimo.

L’ultimo numero americano di The Walking Dead

Il tuo lavoro con Robert Kirkman in The Walking Dead ha giocato un ruolo chiave nel tuo sviluppo anche come storyteller e sceneggiatore? In alcuni numeri della serie infatti la sceneggiatura era davvero minima e scarna, quindi mi chiedevo come questo esercizio ha influito nei tuoi lavori presenti e futuri?

Onestamente è così che mi piace lavorare. Ogni tanto agli scrittori piace sentire il suono della loro voce sulla carta, e fanno questi paragrafi di descrizione che io prendo sempre con cautela, perché a volte scendono proprio nei dettagli e capisco che lo fanno per buttare sulla carta tutto quello che gli passa per la testa, quindi è un po’ una terapia che fanno per se stessi ma non dà veramente delle indicazioni utili all’artista. Con Robert, per esempio, gli script erano effettivamente minimi e io avevo tutta la libertà di interpretarli. A volte non mi dava praticamente nessun tipo di descrizione, c’era solo dialogo per un sacco di vignette e io decidevo se i personaggi stessero parlando davanti a una tazza di tè, in piedi, faccia a faccia… dopo 16 anni c’era una grande affinità, altrimenti sarebbe stato impossibile lavorare insieme per così tanto tempo. Lui conosceva benissimo i miei punti di forza, sapeva cosa non aveva bisogno di dirmi, ed è in questo modo che siamo riusciti a fare ogni mese 22 pagine e una cover per 16 anni.

Avete lavorato allo stesso modo in Heretic?

Robbie Morrison è il secondo scrittore con cui ho lavorato di più nel corso della mia carriera, quindi so bene come scrive, conosco i suoi punti di forze e credo che lui conosca i miei. Con lui è stato molto simile, mentre negli scorsi anni ho lavorato con un paio di autori che scrivono in maniera opposta. Non è una critica, è il loro stile. Si Spurrier, ad esempio, scrive tantissimo e le sue sceneggiature sono così lunghe che ci mettevo due ore a leggere uno script di 22 pagine, ma andava benissimo così. Eravamo d’accordo che non dovessi poi mettere tutto in pagina.

In Heretic, l’ambientazione è molto importante e, avendo raccontato che siete partiti con un’idea piuttosto diversa, quanto è cambiato dall’idea iniziale a quella finale?

Io non ho dovuto cambiare molto. Abbiamo parlato qualche volta riguardo all’idea iniziale e stavo pensando ai personaggi, ma non avevo disegnato nulla quando Robbie ha cambiato idea e ci siamo spostati su Heretic. Per quanto riguarda la storia è una domanda alla quale potrebbe rispondere meglio Robbie, ma penso che abbia in qualche modo modificato il concept iniziale per renderlo credibile in un’ambientazione del 16imo secolo.

Heretic – Morrison, Adlard; Image Comics

In Heretic, dato anche il periodo storico, si toccano temi legati alla censura e alla privazione della libertà d’espressione. Quanto pensi che sia attuale come fumetto dato il contesto che stiamo vivendo? Come artista pensi che ci sia il rischio oggi di non poter rappresentare e parlare di determinati temi?

Spero di no. È sempre “interessante” quando si scava nel passato e si ritrovano orribili parallelismi con il presente e mi è capitato di lavorare spesso a opere che mettono a paragone il passato e il presente. Di recente, ho disegnato un fumetto per Glénat (che uscirà presto anche in Italia), intitolato Altamont, che racconta di un festival gratis, realmente accaduto, dove suonavano anche i Rolling Stones e che è finito in modo disastroso. Più in generale, la storia parla della fine degli anni ’60, del movimento hippie e degli ideali di “pace e amore”. In qualche modo mi capita, non so se è solo una coincidenza, di lavorare molto su questi temi, mi piace lavorare su qualcosa che possa avere un significato più profondo. Non ho nulla contro storie più leggere e divertenti, ma mi piace di più questo approccio.

Quanta difficoltà hai trovato nel rappresentare in Heretic un’epoca passata rispetto alla nostra?

È sempre una sfida. Ho iniziato a disegnare questa storia verso la fine del 2019. Io e Robbie parlavamo di andare a visitare Anversa, ma purtroppo è successo qualcosa che ricorderete bene nel 2020 (il COVID) e abbiamo dovuto cambiare i nostri piani. Per quanto consideri necessario studiare e ricercare per realizzare un lavoro accurato, e ho lavorato spesso su opere ambientate in un preciso periodo storico come le già citate Altamont e White Death, puoi cercare di avvicinarti alla realtà ma ci sarà sempre qualcosa che sfugge. Ad esempio, oggi in Anversa non c’è nessuna strada che sia rimasta tale e quale a com’era nel 16imo secolo, quindi si tratta di cercare un compromesso per rendere l’ambientazione veritiera, ma non sarà mai del tutto accurata. Penso che anche se fossimo andati ad Anversa, e ancora non ci sono mai stato, non sarebbe cambiato molto. Non lo sapremo mai, il fumetto è uscito, e non tornerò indietro per correggere gli errori.

Di recente, Dave McKean ha pubblicato un libro intitolato Prompt in cui cerca di capire come funziona l’intelligenza artificiale. Come disegnatore, qual è il tuo punto di vista su questa nuova tecnologia e come pensi che potrebbe influenzare l’industria del fumetto?

Sono certo che avrà un impatto sull’industria, ma ciò che ho sempre trovato piuttosto rincuorante dei fumetti è che il pubblico resta piuttosto di nicchia, e il motivo per cui la maggior parte delle persone legge fumetti è una: oltre alla scrittura, apprezzano il disegno, la personalità dell’artista, lo stile grafico e tutto ciò che ne fa parte.

Penso che, se fossimo un’industria più ampia come quella del cinema o della televisione, saremmo molto più preoccupati. Credo invece che la maggior parte dei fan ami proprio questo aspetto: l’idea che qualcuno abbia fisicamente disegnato queste tavole. Perciò non sono del tutto preoccupato per l’industria del fumetto nel suo complesso. Penso che potremmo superare la tempesta. È quasi come fare la stessa domanda entrando in una galleria d’arte: le persone che comprano o apprezzano i dipinti lo fanno per una sola ragione fondamentale, perché sono creati da esseri umani, non da una macchina.

Credo anche di essere piuttosto fortunato, perché ormai sono un uomo di una certa età. Compirò 60 anni l’anno prossimo, e suona terribile dirlo, ma sono quasi troppo vecchio per preoccuparmene davvero, perché penso che, se anche dovesse prendere il sopravvento, probabilmente io non ci sarò più [ride]. Però, ora che l’ho detto, succederà sicuramente tra due anni e io sarò lì a pensare: “Ecco, ho perso il lavoro.”

Aggiungo che ho sempre pensato che la dicitura “intelligenza artificiale” sia sbagliata, ci ricorda tipo HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio, ma in questo caso non si tratta di una macchina che diventa senziente. Nel nostro caso sono algoritmi molto intelligenti che si affiancano a una CGI altrettanto realistica. Quando la CGI diventa IA? Secondo me, al momento è tutto lo stesso. Dovremo iniziare davvero a preoccuparci quando il mondo cadrà in mano ai Terminator.

Heretic – Morrison, Adlard; Image Comics

Ci sono state opere a fumetti e non solo che hanno influenzato il tuo lavoro su Heretic?

Sono un uomo di una certa età, avevo 12 anni, quasi 13, quando uscì Star Wars. Ero nell’età perfetta per il film e direi che quella è stata probabilmente una delle cinque esperienze più formative della mia vita. Per me, dodicenne impressionabile seduto in sala, è stato come vedere all’improvviso che tutte le cose che mi piacevano, quelle per cui a scuola ti prendevano in giro perché non erano “fighe”, ora venivano improvvisamente legittimate. All’improvviso non era più strano o sbagliato interessarsi a quelle cose: adesso era cool. Ed è stato fantastico.

Per quanto riguarda i fumetti… da dove comincio? Quando avevo sei anni, mio padre portò a casa una copia di The Mighty Book of Marvel 1, che era una ristampa britannica dei fumetti Marvel. Era un’antologia con Spider-Man, i Fantastici Quattro e Hulk. È stato lì che ho iniziato a disegnare fumetti, dopo aver letto quel primo numero nel 1972.

Allo stesso tempo, mio padre mi portava spesso con sé al distributore di benzina a fare il pieno, e lì c’era una promozione: facendo rifornimento un certo numero di volte si poteva comprare un fumetto, un volume di Asterix. Ce n’erano quattro disponibili e io tormentavo mio padre dicendogli: “Perché non andiamo sempre allo stesso distributore così posso collezionarli tutti e quattro?”.

Quindi, da un lato sono cresciuto con i fumetti di supereroi; dall’altro lato, anche se ovviamente allora non me ne rendevo conto, sono cresciuto con la bande dessinée. Ed è da lì che nasce il mio stile “ibrido”, il motivo per cui amo enormemente tutto ciò che riguarda la bande dessinée, e per cui realizzo libri come Altamont, che in fondo è prima di tutto un fumetto francese. Potrei elencare un sacco di artisti che ho amato negli anni e che mi hanno influenzato, ma per semplificare ne citerò solo uno: Alex Toth. Uno dei più grandi artisti di fumetti mai esistiti. Posso discutere con chiunque dica il contrario.

E c’è stata qualche ispirazione specifica per Heretic?

Non nello specifico. Affronto ogni progetto chiedendomi come poter realizzare quella cosa al meglio, invece di andare avanti semplicemente nel mio solito modo di lavorare. Per esempio, Heretic la immaginavo con un’atmosfera più ruvida, più cruda, proprio per via del suo contesto e del fatto che è ambientata così lontano nel passato.

Per questo ho scelto di realizzarla tutta in digitale ed è una cosa a cui mi ero avvicinato qualche anno prima. Vampire State Building per Soleil è stato il mio primo fumetto completamente digitale, e Heretic è stato il secondo. Così ho deciso di usare, nel software che stavo utilizzando, strumenti più simili alla matita piuttosto che a quelli a penna e inchiostro, per ottenere quel senso di “grana”, di ruvidità.

Anche per questo abbiamo deciso di farlo in bianco e nero, perché a colori non ci stava bene, non sembrava giusto. Inoltre usavo molto le tonalità di grigio, e nel momento in cui inizi a usare i grigi, il colore comincia comunque a entrare in conflitto. Di conseguenza non riuscivamo davvero a farlo funzionare: abbiamo chiesto a diverse persone di provarci, ma nulla sembrava funzionare. E questo non è per sminuire i coloristi, era solo che la storia era destinata fin dall’inizio a essere in bianco e nero. A parte questo, però, non mi viene in mente nient’altro che mi abbia influenzato: se non il mio modo di pensare a come affrontare ogni progetto, come faccio con qualsiasi lavoro importante che intraprendo.

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DiSimone Giorgi
Tra le letture nel tempo libero e il lavoro sono sempre in mezzo ai libri. Da Topolino ai manga, passando per i comics americani, il fumetto italiano e quello franco-belga, non rinuncio a esplorare ogni sottogenere di questo mondo così vasto. Ogni tanto faccio qualche incursione nell'ambito di cinema e serie tv, altra mia grande passione.
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