Donatella Di Pietrantonio autrice pluripremiata, torna in libreria con il romanzo L’età fragile, edito Einaudi. Vincitrice del Premio Strega 2024 e del premio Strega Giovani 2024. Ne abbiamo parlato a fine novembre in questa recensione e oggi vi proponiamo l’intervista all’autrice.

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L’età fragile si basa su una storia vera. Come ha trasformato questa vicenda reale in un romanzo?
Tutto è partito dal ricordo di quel terribile episodio di cronaca, che all’epoca abbiamo chiamato delitto, o massacro del “Morrone”. La sua domanda è giusta e profonda, tutti di solito notano che mi sono ispirata a quell’episodio reale, ma pochi, notano che c’è stato un grande lavoro di trasformazione, di elaborazione di quell’episodio. Che comunque ho riportato al vissuto di un’intera comunità, una piccola comunità come è la nostra in Abruzzo. Quello che mi interessava, era proprio capire, intanto, quanto un episodio così traumatico possa trasformare la storia di un luogo, di una comunità. Come possano saltare gli equilibri, le dinamiche interne e anche poi, come questa comunità cerca di difendersi dal trauma, dall’impatto di un episodio così feroce, non parlandone più. Quindi mi interessava anche, cercare di scardinare questo non detto, e poi, ho cercato di capire come singolarmente, individualmente, invece, un episodio del genere, cambia la vita. Cambia la vita delle singole persone appunto, della sopravvissuta, della sua famiglia, delle famiglie che invece hanno patito il lutto e anche un po’ dei testimoni, come l’amica della sopravvissuta che è il mio “io narrante”, la mia protagonista Lucia.
Quanto la sua terra d’origine influisce sul suo modo di raccontare?
Io sono molto legata al territorio, e sicuramente la mia terra è sempre protagonista nei libri, è un protagonista che non è personaggio, ma è ambiente, ambientazione, sfondo. Che però talvolta viene in primo piano e si prende tutta la scena. Io credo che, le geografie di nascita, siano molto importanti nelle vite delle persone e dunque cerco di raccontare, come questo paesaggio fisico, che conosco bene, fin dall’infanzia, diventi determinante nel plasmare o almeno nel condizionare il paesaggio umano, cioè le persone che vi abitano e che sono costrette a fare i conti con i limiti e anche le meraviglie, di questo territorio.
Come vive le aspettative dei lettori dopo i successi di questo, e dei suoi romanzi precedenti?
Io amo molto le mie lettrici e i miei lettori. Mi piace incontrarli, mi piace e mi arricchisce la restituzione che loro mi danno delle letture dei miei romanzi. Però nella fase di preparazione dei romanzi e di stesura, io non penso ai lettori, sono sincera su questo. Penso intensamente al lavoro che mi accingo a fare o che sto già facendo, penso a tutti quegli aspetti che voglio rispettare: la coerenza, la verosimiglianza, la corrispondenza tra ciò che scrivo e i miei vissuti. Il che non significa, che siano romanzi autobiografici, ma devo sentirmi attraversata dalle storie che racconto. Quindi per me, nella fase di incubazione e di scrittura, i lettori non c’entrano, non penso di scrivere qualcosa che dovrà accontentare i miei lettori, cerco di essere rigorosa con me stessa, cerco di essere creativa, ma disciplinata, indipendentemente da quello che potrà essere l’accoglienza da parte dei lettori.
Quale messaggio spera che i lettori riescano a portare con loro dopo aver letto L’età fragile?
Di solito, io non voglio mai consegnare messaggi ai lettori, in questo caso, se proprio devo tracciare un messaggio: è quello di riconoscere la nostra fragilità, siamo tutti e tutte fragili, e credo che l’unico nostro impegno nei confronti della nostra umana fragilità, sia appunto quello di riconoscerla e diventarne consapevoli. A quel punto, magari, può anche diventare una risorsa.
Si sente cambiata come scrittrice rispetto ai suoi primi romanzi? Se sì, come?
Ogni romanzo che scriviamo, ci cambia in qualche modo. È un cammino, è un percorso, è un attraversamento, è un farci delle domande, metterci in questione, dentro di noi e in questione con il mondo. Sicuramente sono diversa, sono una persona diversa, ma non perché i miei romanzi abbiano avuto una certa fortuna e io sia stata premiata con premi importanti. Insomma, non è il successo la misura del cambiamento, bensì, il confronto con i temi, i personaggi che ho incontrato.
Cosa possiamo aspettarci dai suoi progetti futuri? Ha già in mente un nuovo libro o altre direzioni creative?
Diciamo che, dopo un premio così importante, come lo Strega, è praticamente impossibile rimettersi a scrivere l’indomani. Adesso c’è ancora questo periodo di forte esposizione al pubblico, ci sono incontri, festival, interviste come questa, e quindi non è ancora il momento di scrivere. Per scrivere c’è bisogno di silenzio, di ritiro, di vuoto, vuoto intorno, di concentrazione e quindi adesso, posso soltanto avere delle idee, delle suggestioni, ma non è ancora il momento della scrittura.


