Forse Giulio Macaione non ha bisogno di grandi presentazioni. Un fumettista molto amato per le sue storie emozionanti e diverse, che hanno affrontato temi capaci di coinvolgerci ognuna a suo modo. Il suo stile è molto realistico pur prendendo anche dal mondo nipponico e assolutamente riconoscibile in ogni occasione. Il suo ultimo fumetto, Tutte le volte che sono diventato grande edito da Bao Publishing sta conquistando il pubblico grazie a questi elementi mischiati egregiamente.
Ciao Giulio, benvenuto su NerdPool e grazie per questa intervista! Tutte le volte che sono diventato grande è una storia di crescita e presenta molti elementi autobiografici. Cosa ti ha spinto a raccontare la storia di Lucio?
L’input è arrivato da un percorso di psicoterapia. L’intenzione iniziale era di scrivere una vera e propria autobiografia come se fosse un manga, ma mi sono allontanato in fretta da quest’idea. Fare un’autobiografia alla mia età mi sembrava una cosa un po’ pretenziosa e per di più avrei dovuto raccontare di persone realmente esistenti oltre a me stesso, il che avrebbe potuto essere irrispettoso. Sarei finito con l’edulcorare molte delle cose che volevo raccontare, quindi ho capito che l’auto-fiction era la strada giusta, quella che mi avrebbe consentito di essere spudorato mantenendo la giusta distanza dai fatti e dalle persone reali. Per citare il bellissimo saggio di Francesco Piccolo La bella confusione, quello che racconto in TLVCSDG “è vero, nel senso più profondo; non: è successo esattamente così; ma: racconta una verità profonda”.

Per quanto riguarda invece il manga, sono venuto a patti col fatto che per narrare le vicende con quella tecnica mi ci sarebbero voluti molti più volumi, quindi ho mantenuto l’influenza più nell’aspetto grafico e in qualche impaginazione. Mi è venuto del tutto naturale e non ho dovuto stravolgere il mio segno.
La storia è raccontata attraverso gli occhi di Lucio, da bambino ad adolescente. È stato difficile rendere temi complicati, come la religione o il sesso, attraverso gli occhi innocenti di un ragazzino?
Inizialmente la cosa difficile non sono stati i temi in sé, quanto imparare a scindere cosa mi serviva per la terapia e cosa per la storia. Dovendo elaborare fatti, paure e traumi molto personali ho dovuto scavare a fondo per tirar fuori da sotto il tappeto la polvere nascosta per anni. Ho avuto un vero e proprio momento di regressione. E’ stato davvero difficile ma allo stesso tempo mi ha concesso di portare la storia sulla carta con maggiore autenticità, sentendo quello che sente il protagonista. Questo libro mi ha prima distrutto e poi ricostruito, è stato un percorso molto catartico.
Anche per quanto riguarda le tematiche legate al sesso e alla religione, ho semplicemente raccontato la mia esperienza. Lə bambinə non sono esseri asessuatə e a me è capitato di pormi domande sulla mia identità già da piccolissimo. L’educazione cattolica è stata uno dei tanti ostacoli incontrati. Mi accorgo che in Italia, nonostante la maggior parte di noi sia impastata di cultura cattolica che insegna il senso di colpa e il peccato, facciamo ancora molta fatica a parlarne, c’è una sorta di pudore. Probabilmente, nonostante pensiamo di esserci emancipati da quei concetti e dal peso della chiesa (l’istituzione, lo scrivo con con la c volutamente minuscola), ci influenza ancora parecchio.

Anche il concetto stesso di “innocenza” è molto deformato da questo tipo di cultura: cosa vuol dire non essere innocenti? Scoprire il sesso significa perdere l’innocenza? Credo che, se il sesso ci fosse presentato come una delle tante cose della vita, non gli daremmo tutta questa importanza e lo vedremmo per quello che è: un’espressione naturale del nostro corpo e del nostro essere animali sociali. É il modo in cui si elaborano le cose che può trasformarle in traumi e quindi in perdita di innocenza e di sicuro la Chiesa ha contribuito ha creare un contesto culturale nel quale l’elaborazione di tante tematiche è contorta e manipolata.
Viviamo in un’epoca dove sembra che i bambini debbano crescere in fretta e non poter essere spensierati e innocenti, scoprendo spontaneamente le cose belle e brutte del mondo, come succede a suo modo anche a Lucio. Pensi che ci sia effettivamente un problema nel non voler trattare i bambini come tali e lasciarli scoprire le cose da sé?
(A questa domanda risponderò da anziano, me ne rendo conto e metto le mani avanti 😀 )
La mia generazione ha imparato a giocare, inventarsi storie e trascorrere il tempo provando anche quella sana sensazione che spesso stimolava la fantasia: la noia. Magari venivamo abbandonatə davanti alla TV ma, se ci penso, io senza le trame orizzontali dei cartoni e delle serie che seguivo per mesi non avrei imparato a inventarmi delle storie. Con Barbie, He-man e Lego potevo passarci giornate intere. Oggi ho una percezione diversa: mi sembra che lə bambinə siano per certi versi iper protettə e vengano costantemente intrattenutə e stimolatə. Hanno mille impegni ma, se provi a dar loro in mano due pupazzi, non sanno cosa farci.
E se, da un lato, i genitori cercano di riempire all’inverosimile le giornate dellə figliə e sapere costantemente dove sono e cosa fanno, senza responsabilizzarlə e dargli fiducia, dall’altro gli affidano lo smartphone prestissimo, esponendolə a dei rischi non da poco. Non voglio essere giudicante, so che fare il genitore è un mestiere difficile, ma non direi che oggi sia meglio di un tempo o viceversa, ogni epoca deve fronteggiare problematiche diverse.

Nei tuoi fumetti si ritrovano temi ricorrenti, legati per esempio al mondo LGBTQ+ o una critica alla religione cattolica, declinati però ogni volta in maniera diversa, a seconda della storia. C’è invece qualche argomento che non sei mai riuscito a inserire e che vorresti trattare in futuro?
Ce ne sono tanti e sto riflettendo su quale tra le tante idee che ho in testa possa essere la storia giusta da iniziare. Ma è troppo presto per dire di più, voglio concedermi lo spazio per pensarci senza influenze esterne 🙂
Tutte le volte che sono diventato grande presenta moltissimi riferimenti pop, tra anime, serie tv, film e musica. Sono opere che hanno segnato te tanto quanto Lucio? E riguardo alla musica, la ascolti mentre disegni e che tipo di musica preferisci?
Ho sempre inserito la musica nei miei fumetti per diversi motivi. Ne ascolto tanta mentre lavoro e spesso finisce per l’influenzarmi. A volte mi aiuta a entrare nel mood della storia, a dare l’atmosfera giusta. Poi, io spesso immagino le mie pagine come sequenze di un film, quindi mi piace dargli anche una colonna sonora. Nel caso di TLVCSDG, ho inserito sia riferimenti che sono stati importanti per me da ragazzino (Sailor Moon, L’Esorcista, Madonna, X-Files, E.T.…) sia cose che servono più a suggerire il contesto storico. Per esempio, il fumetto inizia con una scena ambientata nel 1994 durante il festival di Sanremo. Mi sono chiesto “quali sono le canzoni che mi ricordo di quel festival?” nonostante non siano brani che ho effettivamente ascoltato.

In questo fumetto si percepisce molto l’influenza dei manga sia nello stile di disegno, anche per l’utilizzo dei retini, che nella narrazione. Nello sviluppare il tuo stile hai sempre preso ispirazione da quel mondo o ci sono state altre opere e autori che ti hanno influenzato?
Ho sempre letto fumetti, da piccolissimo più Disney e Warner Bros., ma sono stati i manga a farmi capire il vero potenziale della narrazione sequenziale. Mi sono formato prima di tutto su quelli e inevitabilmente sono stato influenzato da Rumiko Takahashi, Ai Yazawa, Tsukasa Hojo, CLAMP, Riyoko Ikeda… per poi conoscere realtà come Mondo Naïf, storica rivista di Kappa Edizioni sulla quale pubblicavano Vanna Vinci, Andrea Accardi, Davide Toffolo… Era la prima generazione di artistə italianə visibilmente influenzata dal manga (sia per stile grafico che per contenuti, soprattutto per l’attenzione al quotidiano) e ovviamente ho deciso che quella sarebbe stata la mia direzione. Negli anni però ho guardato anche nomi come Enki Bilal, Hugo Pratt, Guido Crepax, Craig Thompson e Frederik Peeters.
Nel corso della tua carriera, hai lavorato sia come autore unico che in coppia con altri fumettisti, anche internazionali. Quali pensi che siano i maggiori pregi e difetti di uno e dell’altro e quale modalità di lavoro preferisci?
Credo che le differenze dipendano da tanti fattori. Sicuramente, quando lavori a una storia solo tua, ci entri dentro con maggiore intensità, il che può essere un bene ma anche un male, perché puoi finire per lo sprofondarci dentro. Per questo, in ogni caso, il confronto è fondamentale. Quando si disegna su testi altrui si può correre il rischio di non sentirsi ingaggiatə dalla storia, o di sentirsi delle “mani in prestito”, motivo per il quale ho sempre cercato di lavorare in team solo con persone che stimo e su storie nelle quali credevo. Generalmente preferisco lavorare da solo ma cerco di far leggere quello che sto facendo a qualche persona fidata per avere stimoli e pareri.

Per Lucio i fumetti rappresentano una forma di libertà perché può divertirsi a fare quello che vuole con i suoi personaggi. Per te che cosa sono i fumetti?
Un’ossessione! 😀 Senza dubbio li ho usati per dire cose che non avrei saputo dire in altri modi, ma anche per elaborare esperienze ed emozioni. Poi, una cosa che dico sempre è che fare fumetti è un mestiere un po’ da megalomani, perché quando scrivi e disegni una storia diventi letteralmente dio, puoi muovere le vite dellə personaggə e hai in mano le sorti di interi mondi. Il tutto con un budget bassissimo!
