Venerdì 23 Ottobre abbiamo avuto l’onore di essere invitati al teatro Sistina a Roma, ospiti di Alice nella Città, per una media line riservata con Jeremy Renner che, tra i tanti ruoli, ha dato vita a Occhio di Falco. Durante la sua partecipazione, l’attore ha risposto a diverse domande sulla sua vita, sulla rinascita dopo l’incidente, sulla sua carriera e sulla famiglia.
“Mayor of Kingstown or Mission Impossible?”

Durante l’incontro romano siamo stati proprio noi a porre a Jeremy Renner quella domanda mirata su Mayor of Kingstown e Mission Impossible, una curiosità tutt’altro che casuale che ha reso l’attore più che felice di aprirsi e raccontarsi, ha potuto così riportare al centro dell’attenzione un capitolo della sua carriera che spesso passa in sordina, ovvero la sua interpretazione dell’agente William Brandt nella celebre saga action. Abbandonare quel ruolo è stata per lui una decisione incredibilmente sofferta, resa obbligatoria da un’implacabile sovrapposizione di calendari che lo costrinse a scegliere tra il set di Mission Impossible e gli impegni colossali con la saga degli Avengers, preferendo infine vestire i panni di Occhio di Falco e sacrificando così una parte importante del suo percorso cinematografico.
“Il ruolo più difficile da interpretare? Il padre di mia figlia”

Quando parla di sua figlia Ava e del suo essere genitore, Jeremy Renner si apre sempre con una profondità e una dolcezza straordinarie, soprattutto se rapportate al percorso di guarigione che ha dovuto affrontare dopo il grave incidente. Per lui, il ruolo di padre non è semplicemente un compito, ma la vera e propria ancora di salvezza che lo ha spinto a non mollare nei momenti più bui in ospedale, più volte ha ribadito che la motivazione principale per cui ha lottato per riprendere a camminare e a vivere è stata proprio lei: l’idea di non volerla abbandonare e di essere presente per vederla crescere è diventata la sua priorità assoluta. Definisce l’essere padre il ruolo più difficile e allo stesso tempo il più importante della sua vita, che richiede una dedizione totale, un impegno costante a essere un punto di riferimento saldo, specialmente dopo aver sperimentato la fragilità della vita. Ogni sua scelta attuale come quella di escludere categoricamente di dirigere un film tratto dal suo libro per non sottrarre tempo prezioso a sua figlia dimostra quanto Ava sia il centro assoluto del suo mondo e quanto la paternità abbia completamente ridefinito le sue priorità.
“Se posso, c’è stato un momento in cui hai avuto realmente paura di morire?”

L’attore ha spiegato che la paura della morte in sé, paradossalmente, non è stata la cosa peggiore o il pensiero dominante in quel momento di estrema gravità. Piuttosto, il terrore più grande e lacerante è stato un altro: la consapevolezza del dolore e della sofferenza che la sua eventuale perdita avrebbe provocato alle persone che amava, in particolare a sua figlia e ai suoi cari. Renner ha raccontato come, mentre si trovava in quella situazione disperata, la sua mente fosse focalizzata sul peso devastante che il suo addio avrebbe lasciato su di loro. Questo pensiero ha agito come una spinta potentissima, un vero e proprio interruttore mentale, anziché lasciarsi andare alla paura della fine, in lui è scattata una determinazione feroce a lottare per rimanere aggrappato alla vita. È stato proprio l’amore per la sua famiglia e per sua figlia a trasformarsi nell’energia necessaria per sopravvivere a quell’incidente e iniziare il lungo e doloroso percorso di rinascita di cui oggi parla con tanta forza e gratitudine.
“Non sono un supereroe, voglio solo fare la mia parte per chi non ha nulla”

L’attore ha spiegato di comprendere in modo viscerale il mondo dei ragazzi e di volersi battere da sempre per loro, un legame che affonda le radici nella sua infanzia e nella sua numerosa famiglia, essendo cresciuto come il maggiore di ben sette fratelli, questa grande palestra di vita gli ha insegnato fin da piccolo il senso di responsabilità, la protezione verso i più giovani e l’importanza di fare da guida. Secondo Renner, i giovani dimostrano ogni giorno cosa significhi essere dei veri supereroi nella forma più semplice, quotidiana e autentica, possedendo una forza d’animo e una freschezza capaci di trasmettere quella resilienza indispensabile per ritrovare la fiducia nell’umanità, soprattutto nei momenti più bui, questo profondo amore e senso di responsabilità verso i ragazzi trova la sua massima e concreta espressione nella Rennervation Foundation, un’organizzazione benefica a cui tiene enormemente. La fondazione è nata con l’obiettivo di sostenere e connettere le comunità di tutto il mondo attraverso la riqualificazione e la riconversione di veicoli fuori uso come vecchi autobus, camion dei pompieri o ambulanze dismesse trasformandoli in spazi comunitari funzionali per i giovani, come biblioteche mobili, studi di registrazione, centri di aggregazione o strutture per lo sport e l’istruzione. Per Renner, la Rennervation Foundation non è soltanto un progetto filantropico, ma il modo concreto per restituire speranza, offrire opportunità reali ai ragazzi e costruire spazi sicuri dove possano coltivare i propri sogni, dimostrando che anche ciò che sembrava destinato a essere buttato via può trovare una nuova vita e un valore straordinario.
“Domanda noiosa e scontata ma sono costretto a fartela, Confermi la tua assenza in Doomsday e cosa puoi dire sulla seconda stagione di Hawkeye?”

Dichiarato ufficialmente che non farà parte del cast, escludendo per il momento la sua presenza nella pellicola, non sappiamo ovviamente quanto sia vero ma per il momento almeno dobbiamo darlo per certo, per quanto riguarda invece una seconda stagione di Hawkeye, l’attore non ha chiuso del tutto le porte a un suo ritorno nel ruolo di Clint Barton, amando profondamente il personaggio e il legame speciale creato con i fan più giovani, ma il progetto è attualmente del tutto archiviato a causa di scontri e divergenze contrattuali molto forti con i Marvel Studios. La produzione gli avrebbe infatti offerto appena la metà del compenso percepito per la prima stagione, una proposta che Renner ha vissuto come una profonda mancanza di rispetto e una svalutazione ingiusta, spingendolo a domandarsi se il suo valore professionale fosse dimezzato dopo il grave incidente e la sua difficile riabilitazione. Pur non avendo chiesto alcun aumento ma pretendendo semplicemente la stessa retribuzione precedente, l’attore ha reagito con fermezza per difendere se stesso, la propria dignità professionale e i propri interessi, dimostrando che l’amore per un franchise non può prescindere dal rispetto e dal riconoscimento del proprio valore umano e lavorativo.
“Da cinque anni lavoro come cosplayer e impersonator di Hawkeye qui in Italia, non è
facile essere qui a intervistarti…volevo sapere quanto è stata difficile la tua
preparazione al ruolo, so che hai assunto professionisti per aiutarti?”

Ho osato un momento sul finale per raccontargli che da cinque anni lavoro come cosplayer e impersonator di Occhio di Falco in Italia, spiegandogli quanto questo personaggio significhi profondamente per me. Jeremy è rimasto molto sorpreso e colpito da questa storia, i cui dettagli privati non riporterò in questa intervista, li sappiamo io e lui. Renner ha voluto saperne di più sul mio legame con il supereroe, riempiendomi di complimenti e spronandomi a non mollare mai e soprattuto a non abbandonare questo personaggio a cui sono così fortemente legato. Parlando della preparazione per il ruolo, ha confermato tutto, raccontandomi di aver pagato di tasca propria arcieri e maestri di tiro con l’arco per curare ogni dettaglio, soprattutto le pose. La cosa che più mi ha emozionato da cosplayer, però, è stato il suo entusiasmo, non solo ha voluto vedere il mio costume, ma lo ha anche autografato insieme al mio arco, dandomi personalmente preziosi consigli su come posare al meglio e su come prepararmi a un set fotografico o a una giornata intera nei panni di Occhio di Falco.
In conclusione
Jeremy Renner trasmette l’impressione di una persona estremamente autentica, radicata e lontana anni luce dalla classica patina di distacco patinato tipica di molte grandi star di Hollywood. A dispetto di un’apparente riservatezza, che fa parte del suo modo di proteggere i suoi spazi più intimi e soprattutto sua figlia, quando entra in connessione con il pubblico e con chi lavora con passione nel settore si dimostra di una disponibilità disarmante. C’è una vicinanza profonda, quasi viscerale, che lo lega al personaggio di Clint Barton, entrambi condividono una tempra operaia, una concretezza priva di fronzoli e una lealtà feroce verso le persone che amano e proteggono. Questa sua apertura traspare soprattutto quando si interfaccia con i giovani e con chi dimostra di avere un legame sincero, emotivo o creativo con il suo percorso artistico, o di chi sa guardare oltre la superficie del semplice intrattenimento. Non è un attore che si trincera dietro risposte di circostanza o copioni preconfezionati, al contrario, si accende e si appassiona enormemente quando un giornalista o un intervistatore ha la cura e la sensibilità di uscire dai binari delle domande banali, ripetitive o puramente promozionali a cui è costretto a rispondere in ogni tappa stampa. Quando gli si offre l’opportunità di riflettere su retroscena professionali complessi, sulla fatica del mestiere o sul valore umano delle cose, Renner ricambia con un entusiasmo contagioso, un’onestà spiazzante e una gratitudine genuina. A patto che ci sia rispetto per i confini della sua privacy, sa regalare un’umanità rara, trasformando un’intervista in un vero e proprio incontro tra persone.
Un ringraziamento speciale e sincero va a Federica Di Giacinto, che è stata la nostra interprete durante la serata, la cui professionalità impeccabile e la straordinaria sensibilità hanno reso possibile tutto questo, permettendoci di superare ogni barriera e di dare voce alla magia di questo incontro.



