Una delle leggende più famose del folklore irlandese è quella relativa alla pentola d’oro custodita dal folletto: secondo il mito un leprecauno (il folletto irlandese) custodisce alla fine di un arcobaleno una pentola piena d’oro, potenzialmente raggiungibile da coloro capaci di individuare e raggiungere proprio l’estremità dell’arcobaleno. Questo mito viene utilizzato solitamente come metafora per indicare qualcosa di ineffabile e impossibile da raggiungere, in cui, anche nelle storie in cui effettivamente si trova il folletto, quest’ultimo supera sempre in arguzia l’interlocutore precludendogli il tesoro. In Over The Rainbow, scritto dai fratelli Paolo e Nicola Laffranchi e disegnato da Andrea Canolintas per i tipi di Cityland Comix, si parte da questa storia per dar vita a un mondo e a un’avventura dallo sfondo pseudo-fiabesco, con risultati purtroppo altalenanti.

L’avventura oltre l’arcoblaneo
Partendo infatti dalla leggenda di riferimento, nel mondo pensato dai fratelli Laffranchi tanto la pentola d’oro quanto il leprecauno che la custodisce sono reali, così come tutte le altre creature del folklore, fate soprattutto. In questo universo però la pentola d’oro è uno strumento fondamentale perché fa da tramite tra questo mondo fatato e il classico mondo terreno a cui siamo abituati: quando un visitatore umano riesce a trovare la pentola d’oro, per le leggi del mondo fatato ne diventa il legittimo possessore e viene festeggiato dal mondo fatato. Il problema si presenta quando, in apertura di volume, la pentola d’oro viene rubata e il suo guardiano ucciso, lasciando il visitatore umano da poco giunto senza la sua ricompensa, rompendo quindi la tradizione secolare finora mantenuta. Con questo incipit conosciamo Cullen Hallin, il detective con le sembianze di un coniglio antropomorfo che viene incaricato di risolvere il caso di omicidio e il furto senza dare troppo nell’occhio, evitando così potenziali scandali.

Bianchi e neri di un mondo variopinto
Le premesse, in realtà abbastanza comuni al genere, seguono anche nello svolgimento un canovaccio decisamente classico: Cullen è il classico “sbirro” tutto d’un pezzo che cerca di risolvere il caso anche in modo non convenzionale, con contatti nel sottobosco criminale e scomode alleanze con personaggi poco raccomandabili. In questo contesto si inserisce la particolare situazione sociale e politica del mondo fiabesco: le fate sono qui discriminate e ai margini della società, costrette a prostituirsi per guadagnarsi da vivere e con una popolazione in forte diminuzione (si legge tra le righe che non siano nate nuove fate e che quindi siano destinate all’estinzione); a questo si aggiunge una situazione di instabilità a livello amministrativo, facendo sì che il mondo fiabesco, con una struttura qui molto simile alla nostra società, sia sull’orlo di un tracollo tanto economico quanto sociale, creando un calderone pronto a esplodere nel caso in cui l’ultima goccia, ossia la sparizione della pentola d’oro, fosse pronta a cadere e venisse resa nota a tutti. Se sulla carta, pur non brillando per originalità, gli elementi per funzionare ci sono tutti, nella resa purtroppo qualcosa non funziona: il taglio che cerca di avere la sceneggiatura, maturo e adulto, cozza con una struttura a tratti banale e priva di pathos, in un contesto in cui non ci si affeziona mai davvero a nessun personaggio e lo stesso Cullen, che soprattutto alla fine sembra scimmiottare il Rorscharch di Moore, in particolar modo nella sua voglia di essere tutto d’un pezzo e di rifiutare qualsiasi compromesso, non brilla mai per originalità e personalità, apparendo più che altro come un mosaico che racchiude in sé diversi riferimenti culturali e di genere senza però brillare di luce propria.

A risplendere sono invece le tavole di Canolintas, dando al regno fiabesco e ai suoi protagonisti un’ottima identità visiva: le pagine presentano una griglia e una struttura classica molto vicina al fumetto europeo, con qualche apertura a griglie più vicine ai comics americani, dove l’azione tende a essere frammentata in più micro-vignette. Dove Canolintas dà il meglio di sé è proprio nel connubio tavole/colori: curando la parte artistica a tutto tondo riesce infatti a dare sfumature preziose di colore, con pagine che virano verso il rosso nelle scene più concitate, contrapponendolo a colori più freddi per le sequenze urbane, con degli sprazzi arcobaleno in determinate sequenze che lasciano piacevolmente sorpresi. Ottimo anche il lavoro di lettering che dona un’anima ben specifica al volume, con un font su misura e lontano dai classici font generici che non aiutano e non supportano la storia ma la veicolano soltanto, elemento questo che permette di sorvolare su qualche sbavatura grammaticale.
La pentola alla fine
Over the rainbow è un fumetto che presenta numerose potenzialità, tanto grafiche quanto narrative, ma che non riesce mai a decollare risultando derivativo senza mai osare: in un contesto come quello odierno in cui vi è una proliferazione di storie, mondi e narrazioni, il rischio di finire ingabbiati nei soliti cliché è purtroppo elevato. Se di sicuro non siamo di fronte a un’opera che rivoluziona il medium o reinventa la ruota, possiamo comunque affermare che Over the Rainbow è in grado di regalare qualche sana ora di intrattenimento in un mondo fiabesco forse ormai poco frequentato dagli adulti di oggi.



